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La Opinión

Ronaldo, ne vale la pena? Juve, serve spessore al centrocampo, la gara Milano-Torino si decide sul lungo termine

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Partiamo dalle attenuanti, che ci sono, che esistono: Andrea Pirlo è un allenatore esordiente e, quando la Juve l’ha scelto sulla panchina della squadra maggiore, dirottato dall’Under 23 originaria destinazione, ha messo in conto alcune lacune. Da migliorare con il tempo, perché anche un buon coach ha alle spalle una buona dose di errori. La Juventus, poi, ha iniziato un’opera di ringiovanimento che porterebbe – nelle idee – nuovi risultati floridi nel lungo periodo. Quindi sì, dopo dieci scudetti di fila, un anno di transizione e cambiamenti andava messo in conto. Su questo non si discute. Sulla bontà della direzione presa, del progetto a lungo termine, forse qualcosa da ridire c’è. Ci sono due punti di domanda grossi sulla Juventus e il primo non può che partire da Cristiano Ronaldo? Il fuoriclasse portoghese, oggi, può rappresentare un problema o quanto meno un freno?

Acquistato nel 2018 per 120 milioni con un contratto da 30 milioni annui, avrebbe dovuto portare la Champions nell’immediato. I risultati sono stati straordinari a livello personale: Cristiano è ancora una macchina da goal, è l’anima della Juventus ed è decisivo in buona parte dei successi bianconeri. Ma quanto è utile in un’ottica di rifondazione e ringiovanimento? La sensazione è che spesso sia stato fin troppo polarizzante, che il mancato exploit di Dybala possa dipendere anche da una poco chiara attribuzione dei ruoli. Inoltre, Al via della prossima stagione, l’ultima di contratto, avrà 36 anni e mezzo e costerà alla Juve, per la quarta stagione, 82,95 milioni: 54 di ingaggio lordo e 28,95 di ammortamento cartellino. 

Valutare un addio anticipato, al termine della stagione, non sarebbe una mossa poi così folle. A patto che la ricostruzione venga fatta con criterio e seguendo una linea precisa. Quella che non è stata attuata per il centrocampo: a seguire le chimere Pogba e Milinkovic-Savic se ne sono perse di occasioni. Se sugli esterni Chiesa e Kulusevski assicurano il futuro, se in difesa Demiral e de Ligt sono rocce su cui fondare, in mediana non si vede speranza. Gli svarioni di Bentancur non sono una novità, Rabiot non assicura continuità, Ramsey convive con problemi fisici da tempo. McKennie e Arthur predicano nel deserto, ma servirebbero figure di ben altro spessore e qualità nel reparto centrale del campo. Programmare dunque, ammettendo anche gli errori, ma ponendosi bene delle domande su cosa riservi il prosieguo del progetto.

A Milano non si parla d’altro che di derby. Mentre la Juventus ricostruisce, mentre si affanna a trovare il bandolo della matassa, la capitale del calcio italiano è di nuovo Milano: c’è Lukaku contro Ibra ancora una volta, ma stavolta vale metà scudetto. Erano anni che non si saggiava un derby del genere. Per quanto riguarda il loro, di futuro, è rivolto più all’immediato. Prima deve terminare un campionato che per entrambe può rappresentare la realizzazione del sogno, poi c’è da programmare. Il Milan dei rinnovi e dei riscatti, l’Inter dei partner finanziari. La gara tra Milano e Torino non la spunterà (solo) chi vincerà lo scudetto, ma anche si saprà progettare meglio il proprio futuro nei prossimi 3-5 anni.  

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