Focus
Champions League, le notti delle italiane tra rimpianti e blackout
Tre partite diverse, un unico verdetto europeo: in Champions League non basta giocare bene

E’ stata una settimana difficile per le italiane in Champions League, una competizione che continua a essere uno specchio impietoso ma veritiero dello stato di salute delle grandi squadre del nostro calcio. Juventus, Inter e Atalanta vivono tre percorsi diversi, accomunati però da una costante: in Europa non basta giocare bene, serve saper soffrire, colpire e restare lucidi nei momenti chiave. Le ultime notti continentali hanno restituito un quadro complesso, fatto di maturità ritrovata, sì, ma anche limiti strutturali e improvvisi blackout.
La Juventus ha firmato una vittoria pesante contro il Benfica, più utile che bella, di quelle che possono indirizzare una stagione europea. Il 2-0 dell’Allianz Stadium non racconta una partita spettacolare, ma una prova di solidità e crescita mentale. Per lunghi tratti, soprattutto nel primo tempo, la squadra ha giocato secondo il copione disegnato da José Mourinho: ritmo basso, palleggio avversario, Juve poco aggressiva e con evidenti timori tecnici. Errori in uscita, poca riaggressione e una sensazione di ansia diffusa hanno accompagnato i bianconeri fino all’intervallo. La svolta arriva nella ripresa, quando la Juve alza i giri e accelera in transizione. L’ingresso di Conceição cambia il ritmo, Thuram diventa il motore emotivo e fisico della squadra, mentre David passa da comparsa a uomo chiave. Il gol del francese, seguito dal raddoppio, ribalta la serata e spinge i bianconeri verso i playoff come minimo, con la possibilità di agganciare direttamente gli ottavi. Non tiki-taka, ma concretezza: quando il jackpot è sul tavolo, anche vincere “da brutti, sporchi e cattivi” diventa una virtù.
Percorso più accidentato per l’Inter, che resta sospesa tra ambizioni e limiti. I nerazzurri, leader in campionato, in Champions sono quattordicesimi e si giocheranno tutto a Dortmund, con l’accesso diretto alle prime otto che appare molto complicato. I ko contro Atletico e Liverpool, arrivati nei finali di gara, pesano più di quello con l’Arsenal. Il problema non è la proposta di gioco, ma la mancanza di killer instinct nelle grandi notti. Lautaro non ha ancora segnato nei big match europei, mentre il tema portiere inizia a farsi ingombrante: Sommer, dopo due stagioni ad altissimo livello, dà la sensazione che ogni tiro possa diventare un gol. Chivu guarda avanti senza drammi, consapevole che il vero obiettivo resta lo scudetto. Ma l’Europa chiede un salto ulteriore: più intensità, più ferocia, più lucidità nei momenti decisivi.
L’Atalanta, infine, è la fotografia più crudele della Champions. A un passo dagli ottavi diretti, i nerazzurri si sciolgono in sedici minuti di blackout e precipitano in classifica. Il primo tempo contro il Bilbao è di alto livello: Scamacca segna, Zappacosta domina la fascia, De Ketelaere crea, la squadra controlla. Poi, al primo gol subito, tutto crolla. Errori individuali, letture sbagliate e una reazione tardiva trasformano il sogno in incubo.
Perché la Champions è questa, la Champions non perdona: premia la solidità della Juve, smaschera le incompiute dell’Inter e punisce la fragilità mentale dell’Atalanta. Tre storie diverse, un’unica lezione europea.









