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Ilicic, dalla guerra in Bosnia a quella interiore: il lato umano del calcio

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Ilicic – Nato in Bosnia, di passaporto croato e cittadinanza slovena. Un’infanzia complicata, segnata dalla morte del padre, bosniaco di origine croata, ucciso quando lui aveva sette mesi, e poi dalle condizioni economiche della sua famiglia, fuggita in Slovenia da Prijedor, paese della Bosnia serba, durante le guerre jugoslave e poi vissuta in povertà per molto tempo.

Si chiama Josip Ilicic e, nell’ultimo decennio passato in Italia, si è affermato come calciatore, diventando un punto di riferimento della sua nazionale, tra i migliori giocatori della Serie A e fra i più bravi nel suo ruolo a livello europeo.
Josip arriva in Italia nel 2010. Alto e gracile, con le spalle appuntite che tendono a curvare verso l’interno, quasi a voler indicare un senso di chiusura interiore. Bonifika Koper, Interblock Lubiana, Maribor, Palermo, Fiorentina, Atalanta: durante la sua carriera quella postura ricurva sembra accompagnarlo in campo, dove appare ancor più gracile, quasi fragile, come se potesse andare in frantumi da un momento all’altro. E da ciò infatti a spiccare nel gioco di Ilicic è proprio il dribbling. Spesso riesce a sfuggire alle grinfie degli avversari all’ultimo momento.

Unica pecca, la discontinuità che caratterizza la sua carriera e la mancanza di costanza di rendimento. Ciononostante, ha pochi eguali dal punto di vista tecnico, dotato di un controllo palla di una raffinatezza quasi fuori dal comune. I suoi movimenti, quasi lenti, come se mossi da inerzia e passività, potrebbero irritare; eppure, nelle giornate giuste, riesce a dare dimostrazioni di vero e puro calcio. Pochi così, pochi con quelle caratteristiche, pochi con quella benedetta e assurda fantasia.

ILICIC, IL LATO UMANO DEL CALCIO

Emblematica, la sua estrema sensibilità, che ha condizionato la sua vita e la sua professione. Due anni fa salta i mesi iniziali della stagione a causa di una infezione ai linfonodi del collo per la quale deve passare del tempo in ospedale. Ne ha parlato come di un’esperienza che lo ha spaventato molto e dalla quale si è ripreso con fatica. Nella stessa stagione, emblematico anche il suo pianto nel minuto di gioco dedicato a Davide Astori, capitano della Fiorentina morto improvvisamente a 31 anni, che in seguito ha commentato così: «Quello che è successo ad Astori mi è rimasto in testa per giorni. Non riuscivo più a dormire perché ci pensavo sempre. E quando sono stato male ho pensato davvero che potesse capitare anche a me».

Poi, il colpo di grazia a consacrare la crisi. Il lockdown passato a Bergamo, nell’epicentro italiano del contagio da coronavirus, le rigide misure preventive seguite dai calciatori e la conta quotidiana dei morti, lo avrebbero condizionato in modo estremamente negativo. Nel periodo di assenza, c’è chi ha parlato e avanzato ipotesi, mentre la società bergamasca, che gli aveva concesso di tornare momentaneamente in Slovenia, ha cercato, con comprensione, delicatezza e solidarietà, di supportarlo nell’attesa di una sua ripresa. Lui, intanto, con le sue spalle ancora più chiuse, con la testa chissà dove e chissà quanto piena di domande. A dimostrazione che il calcio sia anche questo. Non solo soldi, non solo feste, non solo successo. Oltre questo aspetto, la vita vera, fatta anche di buio, di tristezza e di sconforto.

Ora, però, Josip sta per tornare. Ad allenarsi, a farsi vedere a Zingonia, a condividere uno spogliatoio. A riprendere i contatti con il suo vecchio mondo. A dare segnali di ripresa dopo la crisi in cui era sprofondato negli scorsi mesi. Ed è quello che tutti si augurano. Perché discontinuo, sì. Scostante, anche. Fragile, forse troppo. Ma anche estremamente sensibile. Anche forte, anche importante in campo. Calciatore, papà di due bambine. Uomo, semplicemente uomo. Josip Ilicic è questo e, comunque vada, i tifosi della Dea ricorderanno il suo nome per sempre.

Alessandra Santoro

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