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Belanov-Stoichkov: chi era il più forte? | Contest Pallone d’Oro

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Belanov-Stoichkov: i palloni d'oro dell'Est

Belanov e Stoichkov hanno solo tre cose in comune: il ruolo (entrambi nascono trequartisti e si trasformano in seconde punte), il pallone d’oro e il fatto di averlo vinto in un anno in cui si giocavano i mondiali. Per il  resto, la storia di questi due atleti è molto diversa tra loro. Il talento ucraino e quello bulgaro hanno calcato due strade opposte che li hanno però portati ad ottenere lo stesso risultato: il riconoscimento più ambito a livello individuale per un calciatore.

Due talenti dell’est

Igor Belanov nacque ad Odessa nel 1960 e tirò i primi calci ad un pallone nel Cornomorec Odessa, società calcistica della sua città. Vi giocò fino al 1984 con una breve parentesi di un anno nell’altro club di Odessa, la SKA. Poi, nel 1985 passò alla Dinamo Kiev. E’ qui che la sua storia cambiò. Agli ordini del Colonnello Valerij Lobanovs’kyj, la sua carriera subì una svolta. E’ lì che Belanov si affermò grazie agli insegnamenti della leggenda ucraina. E’ bene ricordare che all’epoca in cui giocava Belanov esisteva ancora l’Urss, dunque la Dinamo giocava nel campionato sovietico, torneo molto più competitivo di quello attuale dato che vi erano, oltre alle russe Zenit e Spartak Mosca, anche le ucraine Dnipro e Shakthar, la bielorussa Dinamo Minsk, la georgiana Dinamo Tbilisi e la lettone Zalgiris Vilnius. Si trattava di un torneo molto combattuto, dunque e affermarsi non era semplice.

Diversa la storia di Stoichkov. Di sei anni più giovane di Belanov, il bulgaro nacque a Plovdiv in Bulgaria. A differenza di Belanov, Stoichkov non imboccò da subito la strada del calcio. Si arruolò infatti nell’esercito e raggiunse il grado di maresciallo. Non lasciò però mai il calcio, continuando a giocare anche da soldato e riuscendo ad ottenere i primi importanti guadagni. La prima svolta, arrivò nel 1984 con il passaggio al Cska Sofia. Fu lì che il bulgaro fece vedere le sue doti tecniche che gli permisero di conquistare le attenzioni del grande calcio. Nel 1990 arrivò la Grande Chiamata: quella del Barcellona del Maestro Cruijff, un altro “illuminato del calcio”.

La consacrazione

La consacrazione per Belanov arrivò nel 1986.  Il talentuoso giocatore trascinò la Dinamo Kiev alla vittoria della finale di Coppa delle Coppe contro l’Atletico Madrid del “santone” Luis Aragoné. In finale non segnò, ma servì l’assist per l’1-0 e chiuse la manifestazione da capocannoniere con 5 reti insieme al compagni di squadra Blochin e Zavarov e al tedesco Lipmann.

Ai mondiali in Messico, poi, arrivò la definitiva consacrazione. Dopo aver giocato le prime tre gare del girone di qualificazione in modo del tutto anonimo, negli ottavi contro il Belgio di Scifo arrivò la sua grande gara. Belanov firmò una tripletta che non servì a passare il turno, dato che il Belgio si impose 3-4 ai supplementari, ma accese su di lui i riflettori.

La prima rete fu una staffilata da fuori area che sbatté contro il palo interno alla destra di Pfaff e si insaccò su quello opposto. Il secondo gol un tiro a incrociare in area, il terzo un calcio di rigore. Un repertorio completo che gli valse le attenzioni della critica e del pubblico. Il successo del pallone d’oro davanti a gente come Lineker, Butragueno e al compagno Zavarov (solo sesto) sorprese non poco. Come dichiarò lo stesso Belanov: “So che questo premio è più un riconoscimento ai risultati della Dinamo Kiev più che un riconoscimento individuale e allora penso che il premio lo avrebbe meritato più Zavarov”. Fatto sta che fu lui ad alzare l’ambito trofeo.

Otto anni dopo toccò a Stoichkov trionfare. Se possibile, quel trionfo fu ancora più inaspettato di quello di Belanov. In quell’anno, infatti, il Dream Team di Crujff conquistò solo la Liga grazie alla miglior differenza reti negli scontri diretti rispetto al Deportivo La Coruna. In finale di Champons, invece i blaugrana subirono una sconfitta epica per 4-0 contro il Milan di Capello.

A dare una spinta determinante alle ambizioni del bulgaro contribuì il mondiale americano. Qui, Stoichkov segnò sei reti, trascinando la sua nazionale fino alla semifinale contro l’Italia. Stoichkov segnò anche agli azzurri, ma Roberto Baggio mise a segno una doppietta e portò l’Italia in finale. La Bulgaria finì quel mondiale al quarto posto ma negli occhi di molti tifosi rimasero le magie di Stoichkov prima tra tutte la punizione dal vertice destro dell’area che impallinò Bodo Illgner. Alla fine arrivò il Pallone D’Oro, superando il vincitore uscente Roberto Baggio e l’altro italiano Paolo Maldini.

La caduta degli dei

Anche il finale di carriera fu diverso per Belanov e Stoichkov. All’ucraino fu negato il trasferimento all’Atalanta nel 1988. Il regime sovietico, infatti, vietava all’epoca ai giocatori sotto i 29 anni di lasciare il Paese. Solo un anno dopo, Belanov potè lasciare L’Urss e trasferirsi al Borussia Monchegladbach. In Germania, però, non si dimostrò all’altezza della sua fama, anche  a causa di problemi con l’alcol. Lasciò il Borussia dopo solo una stagione per trasferirsi all’Eintracht Braunschweiger nella seconda divisione tedesca. Anche qui, però, la classe dell’ucraino si rivelò annacquata. Nel 1996, in seguito alla retrocessione in terza divisione dell’Eintracht, tornò da dove tutto era cominciato, nel Chornomorets, chiudendo infine la carriera nell’Azovetz Mariupol.

Anche per Stoichkov il declino iniziò dopo il successo del 1994. La stagione seguente, a causa di problemi fisici e dissapori con Cruijff, il bulgaro disputò una stagione sotto tono. Nell’estate del 1995 fu quindi ceduto al Parma per 12 miliardi di lire, firmando un contratto di tre anni a tre miliardi l’anno. Quella che doveva essere la stella della squadra, però, si rivelò un fardello. Tra problemi tattici, scarsa voglia di allenarsi e beghe nello spogliatoio, Stoichkov tornò dopo un solo anno al Barcellona. Non era più però il giocatore dei primi anni e neanche il Barcellona.

Cruijff se ne era andato e sulla panchina blaugrana sedeva Bobby Robson, mentre in avanti c’era la nuova stella Ronaldo. Per Stoichkov vi furono solo briciole di gara. Andò peggio l’anno dopo con Van Gaal. Tornò dunque in patria nel gennaio del 1998, salvo fare le valige l’estate successiva per iniziare un pellegrinaggio sportivo tra Arabia Saudita, Giappone e Usa, prima del ritiro.

Belanov e Stoichkov  hanno vinto il pallone d’oro per motivi differenti. Il primo era forte, ma vinse perchè rappresentava un modello di calcio che, all’epoca. Infatti, l’ucraino, fuori dal modello tattico creato dal Colonnello Lobanovsky, non si ripetè.  Stoichkov aveva molta più classe e lo dimostrò anche a grandi livelli in Europa, ma aveva anche un’indolenza innata che ne limitò la grandezza. Due storie differenti, dunque, ma lo stesso destino in comune, perché, per arrivare a trionfare non bisogna seguire per forza la stessa strada.

Davide Luciani

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