Editoriale
Tra Malagò, Abete e un calciatore: la FIGC sceglie il suo futuro
Il terremoto che ha portato alle dimissioni di Gabriele Gravina ha lasciato il calcio italiano davanti a uno specchio impietoso. Con tre Mondiali consecutivi guardati dal divano e un sistema in crisi d’identità, la FIGC si prepara alle elezioni del 22 giugno 2026 non per un semplice avvicendamento, ma per una vera e propria rifondazione.
Si tratta di una vera e propria partita a scacchi. Che è appena iniziata e i nomi sul tavolo mescolano politica sportiva, nostalgia e competenza tecnica.
L’opzione “Campioni”: Maldini e Albertini in prima linea
L’idea di affidare il comando a chi il campo lo ha calpestato non è mai stata così concreta. L’Assocalciatori e l’Assoallenatori sembrano aver individuato in Demetrio Albertini l’uomo della sintesi. Già presidente del Settore Tecnico e candidato nel 2014, Albertini rappresenta il ponte ideale tra la conoscenza delle dinamiche federali e l’autorevolezza del grande ex calciatore.
Ma non è l’unico nome in lista. Il Ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha esplicitamente lodato la figura di Paolo Maldini, definendolo una “persona meravigliosa”. L’ex difensore, reduce dall’esperienza dirigenziale al Milan, non accetterebbe però un ruolo di facciata: se entrerà in Federazione, sarà per incidere pesantemente sulle scelte strategiche. Sullo sfondo, invece, le suggestioni che portano a Alessandro Del Piero e Roberto Baggio, figure di prestigio internazionale che potrebbero affiancare il nuovo corso per ridare credibilità al brand Italia.
La sfida dei blocchi: Malagò contro il “sistema”
Il fronte politico è guidato dalla Lega Serie A, che oggi pesa per il 18% dei voti e reclama una rivoluzione. Il nome forte dei club è quello di Giovanni Malagò, fresco del successo organizzativo delle Olimpiadi Invernali, che potrebbe vedere in via Allegri la sua prossima grande sfida. La sua strada, però, è in salita: il rapporto con il Ministro Abodi e il Governo è ai minimi termini, e senza una maggioranza granitica in Lega, la sua candidatura potrebbe sfumare prima del 13 maggio. Dall’altra parte si muove la “vecchia guardia”. Giancarlo Abete, attuale presidente della Lega Dilettanti e storico alleato di Gravina, controlla un pacchetto pesantissimo del 34% dei voti e potrebbe correre in prima persona, garantendo continuità, ma con il rischio di essere etichettato come una minestra riscaldata, un passato che torna quando c’era bisogno di tutt’altro.
Le possibili sorprese e il rischio stallo
In questo scenario frammentato, non possono mancare le sorprese. Stanno crescendo, ad esempio, le quotazioni di Matteo Marani, presidente della Lega Pro visto come un profilo moderno e istituzionale, capace di mediare tra le diverse anime della Federazione. Più defilata la candidatura romantica dell’ottantaduenne Gianni Rivera, mentre il sogno Beppe Marotta sembra destinato a rimanere tale, vista la mancanza di interesse del dirigente nerazzurro. Il rischio concreto, secondo gli esperti, è quello della mancanza di una convergenza. Se nessuno dei blocchi riuscirà a trovare un “campo largo”, per usare un termine politico, entro giugno, l’ombra del commissariamento sulla FIGC invocato da Abodi diventerà realtà. Il calcio italiano non cerca solo un presidente, ma un architetto capace di ricostruire le fondamenta di una casa ormai ridotta in macerie.









