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Tourist Trophy, la fabbrica dei morti non ferma mai la produzione

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Yoshinari Matsushita, il pilota giapponese della Tyco Suzuki morto l'anno scorso durante la sessione di qualifica del Tourist Trophy
Un tratto dello Snaefell Mountain Course nell'isola di Man

Un tratto dello Snaefell Mountain Course nell’isola di Man

Colpa dell’asfalto bagnato, e di una pista maledetta. Yoshinari Matsushita, 43enne pilota giapponese della Tyco Suzuki, è morto in seguito a una spaventosa caduta durante la sessione di qualifica del Tourist Trophy (TT) dell’isola di Man. Sulla dinamica e le cause del terribile incidente (avvenuto in Ballacrye Road, nel nord-ovest dell’isola) ora indaga la polizia. Originario di Saitama (città dell’area metropolitana di Tokio), Matsushita era un pilota esperto di Endurance (vincitore a Motegi nel 2008) e conosceva molto bene il circuito dello Snaefell Mountain, dove aveva già gareggiato nel 2009 e nel 2012.

Confermato appena due giorni fa dalla Tyco Suzuki per il Campionato mondiale Supersport, il veterano delle corse di durata aveva così commentato: “Sono sorpreso. Come membro di questa grande squadra per il TT, richiamerò tutta la potenza per essere in grado di utilizzare la loro esperienza per lottare. Non ho mai pensato che un miracolo come questo accadesse. Sono molto entusiasta di lavorare con i membri della Tyco Suzuki e i piloti Guy Martin e Josh Brookes”. “Yoshi è stato un pilota veramente popolare, aveva un gran numero di amici nel paddock del TT” – ha affermato il direttore di gara Gary Thompson“Era una persona genuina e cordiale, che aveva sempre tempo per tutti. Ci mancherà molto”.

SANGUE SULLA PISTA – Il titolo di un episodio del mitico Tex Willer calza a pennello: quando l’avventura è selvaggia la protagonista è la morte. Che si tratti degli altopiani del Colorado o delle brughiere dello Snaefell, la Signora in nero esige sempre il suo tributo, e puntualmente lo raccoglie attendendo la vittima fra gli anfratti di un cañon o dietro a una curva. Ma se in un racconto di fantasia ambientato nel XIX secolo è facile ritrovare qualcosa di affascinante o addirittura di leggendario nelle (dis)avventure di chi fa del rischio il suo mestiere, nella cronaca “sportiva” di oggi la triste fine di un pilota non ha alcunché di epico e ispira solo una grandissima pena. Ora, è vero che la ricerca delle sensazioni forti fa parte della natura umana e che la velocità e il pericolo procurano inebrianti scariche di adrenalina, così come è vero che le tendenze suicide sono ineliminabili. E tuttavia la macabra contabilità dei cadaveri raccolti sulla pista (226 nel primo secolo di storia del circuito, dal 1907 al 2007, una media raccapricciante), comprensibile nel Far West, oggi è intollerabile.

Quanto sangue dovrà essere ancora versato prima che si capisca che l’ammirazione per un malinteso senso del coraggio (trasmessa ai figli da genitori “pistoleri”) è assurda e produce lacrime? Difficile dirlo, ma il giorno in cui una gara motociclistica disputata lungo tortuose stradine di campagna (delimitate da muretti a secco e piene di dossi, fra case e ostacoli di ogni tipo) verrà diffusamente percepita per quello che è (una fesseria folle e sanguinaria), il numero di chi si appassiona guardandola calerà drasticamente insieme a quello dei morti (su tutte le strade) e delle famiglie distrutte.

Enrico Steidler

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