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Editoriale

Italia, il fallimento annunciato: ora serve una rivoluzione vera

Dopo Bosnia, Svezia e Macedonia del Nord il problema è chiaro: il calcio italiano non è più competitivo. Analisi di un fallimento che va ben oltre il campo.

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La sconfitta contro la Bosnia è lo specchio di un calcio italiano senza idee né talenti. È ora di smettere di illudersi e ricominciare davvero.

C’era un tempo in cui l’Italia scendeva in campo con la certezza di essere protagonista. Oggi, invece, il dato più eclatante – e forse più doloroso – è un altro: molti italiani erano pronti alla sconfitta contro la Bosnia. Non solo pronti a perderla, ma quasi rassegnati a vivere l’ennesima esclusione dal Mondiale. Dopo la Svezia e la Macedonia del Nord, si aggiunge un nuovo capitolo a una crisi che non può più essere considerata episodica.

La partita, raccontata alla vigilia come uno spareggio epico, una sorta di “partita del secolo”, si è trasformata nell’ennesima fotografia impietosa di un sistema calcistico che si sgretola sotto il peso delle proprie contraddizioni. E mentre si attendono eventuali dimissioni ai vertici – che da sole non basterebbero, vedi quelle di Gravina o di Gattuso – emerge con chiarezza una verità: non è solo una sconfitta sportiva, è il fallimento di un intero modello.

Una crisi profonda, non più rimandabile

Il calcio italiano resta il primo sport del Paese per numeri e passione, ma questo primato non si riflette più nei risultati. La disfatta contro la Bosnia non è un incidente, ma l’ennesimo segnale di una crisi strutturale. Serve una rifondazione vera, non uno slogan ripetuto nei talk show o nei titoli dei giornali. Ma da dove ripartire? La risposta è tanto semplice quanto ignorata negli ultimi anni: dai giovani e dal talento. Serve il coraggio di lanciarli, di farli crescere, di accettarne gli errori. Serve una visione che metta al centro lo sviluppo tecnico e creativo, non solo la gestione del risultato immediato.

Guardando la rosa scesa in campo contro la Bosnia, la domanda è inevitabile: quanti di quei giocatori avrebbero trovato spazio nell’Italia campione del mondo 2006? Nessuno. E questo non per nostalgia, ma per una constatazione evidente: mancano qualità, personalità e fantasia. Il problema più grave non è solo l’assenza di campioni, ma la mancanza di giocatori capaci di fare la differenza. Non ci sono più fantasisti, non ci sono calciatori in grado di inventare, di saltare l’uomo, di creare superiorità. Di risolvere, di illuminare, di gettare davvero il cuore oltre l’ostacolo.

Anche guardando ai top club europei, il quadro è desolante. Gli italiani protagonisti ai massimi livelli sono pochissimi (Donnarumma e Calafiori, poi?), e questo si riflette inevitabilmente sulla Nazionale. Il livello medio si è abbassato, e con esso la capacità di competere. Quando il talento scarseggia, resta solo una strada: lavorare sulla testa. Ed è forse questo l’unico merito da riconoscere a Gattuso, che ha provato a compattare il gruppo, a costruire un’identità emotiva. Ma il carattere da solo non basta, soprattutto se l’avversario ne ha di più.

Una squadra fragile, dentro e fuori

La partita contro la Bosnia ha raccontato tutto. Un’Italia che segna solo su errori altrui, che fatica a costruire gioco e che si disunisce al primo episodio negativo. Il rosso a Bastoni è stato il punto di rottura, ma anche il simbolo di una squadra che ormai non conosce più i ritmi e le dinamiche del calcio internazionale di alto livello.

Dall’altra parte, una Bosnia più determinata, più affamata, più squadra. Più pronta a vincere, semplicemente. E forse è proprio questo il punto più doloroso: la sensazione che all’Italia sia mancata persino la volontà di prendersi ciò che era in palio. Un Mondiale che, per quanto modesto rispetto alla tradizione, sarebbe stato comunque un traguardo fondamentale.

Per anni, all’estero, l’Italia è stata ancora considerata una grande potenza calcistica. Un’eredità costruita nel passato, ma non più sostenuta dal presente. Oggi la realtà è diversa: non siamo più al livello di Spagna, Francia o Germania. Anzi, il confronto è con realtà come Svizzera, Bosnia o Irlanda del Nord. E, in alcuni casi, anche a nostro svantaggio. È una verità scomoda, ma necessaria. Perché senza consapevolezza non può esserci rinascita. La rifondazione deve partire da qui: accettare ciò che siamo diventati per costruire ciò che vogliamo tornare a essere. Servono investimenti nei settori giovanili, una nuova cultura calcistica, meno conservatrice e più aperta all’innovazione.

Serve, soprattutto, il coraggio di cambiare davvero.

Perché il tempo delle illusioni è finito. E il rischio, altrimenti, è che questa non sia l’ultima delusione. Ma solo l’ennesima.

Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Direttore de il Catenaccio e Head Writer di Sportcafe24.com

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