Focus
Antonio Vergara e il cambiamento mentale per lanciare i giovani, in Italia
“Non chiamateci più giovani”. La frase di Antonio Vergara suona come una provocazione ma anche come una fotografia precisa del calcio italiano.

Nell’intervista pubblicata oggi sul Corriere della Sera, firmata da Monica Scozzafava, il centrocampista del Napoli lancia un messaggio chiaro: “Non chiamateci più giovani, per il calcio non lo siamo”.
Vergara ha 23 anni. In molti campionati europei sarebbe considerato già pienamente formato, forse persino in ritardo rispetto ai fenomeni precoci che debuttano a 17 o 18 anni in Champions League. In Italia invece continua a essere raccontato come una promessa, come se il tempo si fosse fermato.
Il mese che cambia una carriera
La sua storia recente è quasi simbolica. Per mesi è rimasto ai margini della squadra di Antonio Conte, utilizzato con il contagocce. Poi gli infortuni dei titolari hanno aperto uno spiraglio. Vergara è entrato e non è più uscito. Tre gol in quattro partite, una crescita evidente e la fiducia dell’allenatore che, una volta visto il suo impatto, ha deciso di confermarlo stabilmente in campo. Una vita da riserva e poi, all’improvviso, titolare. Tutto nel giro di un mese.
Il talento non è mai stato in discussione, così come la mentalità. Lo dimostrano anche le parole su Sebastiano Esposito: “Ha due anni meno di me, è fortissimo, fisicamente e mentalmente. È il futuro dell’Italia”. Un riconoscimento che racconta anche il rispetto tra coetanei che stanno cercando spazio in un sistema spesso poco incline al rischio.
Il sogno azzurro
Ora l’orizzonte di Vergara si allarga. C’è il Napoli, certo, dove presto Conte potrà nuovamente contare su Kevin De Bruyne. Ma c’è anche la Nazionale.
Il centrocampista non nasconde l’emozione: “Già essere andato a cena con Gattuso è stata una soddisfazione. In questo momento ci sono tanti giocatori che meritano la nazionale, ma ci credo e lavoro per migliorare”. Il riferimento è ovviamente al ct Gennaro Gattuso, che lo ha invitato a continuare su questa strada. Eppure il dato più curioso resta un altro: stiamo parlando di un talento emergente, sì, ma a 23 anni.
Un problema culturale
La riflessione di Vergara apre una questione più ampia. Curiosando tra le statistiche di Transfermarkt emerge un dato interessante: tra le squadre con l’età media più bassa nelle formazioni iniziali della Serie A non compaiono le big del campionato. In testa alla classifica ci sono club come Cagliari, Parma e Como.
Il caso dei lariani è emblematico. La squadra guidata da Cesc Fàbregas è una delle sorprese del campionato, ma nella formazione titolare gli italiani praticamente non esistono. I riflettori sono puntati su talenti internazionali come Nico Paz o Martin Baturina, giocatori già valutati decine di milioni. Ma di talenti nostrani, nessuna traccia. Situazione diversa invece a Cagliari, dove l’età media scende intorno ai 23 anni e mezzo e dove emergono anche profili italiani interessanti. Tra questi il portiere Elia Caprile e l’esterno Marco Palestra, uno dei prospetti più intriganti del momento.
Il punto, allora, non è la mancanza di talenti. I nomi ci sono, i prospetti anche. Il problema è il coraggio di lanciarli davvero. Troppo spesso i giovani trovano spazio solo quando le circostanze lo impongono, come nel caso di Vergara. Un infortunio, un’emergenza, una partita da gestire. Solo allora arriva l’occasione. Ed è proprio qui che la frase del centrocampista del Napoli assume il suo significato più profondo: “Non chiamateci più giovani”. Perché nel calcio europeo a 23 anni si è già protagonisti. In Italia, invece, si aspetta ancora il momento giusto. Forse troppo.









