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Roma, un 3-3 che brucia come una sconfitta

La Roma si fa rimontare dalla Juventus dopo il 3-1. Un pareggio che riapre i dubbi sulla tenuta mentale dei giallorossi negli scontri diretti.

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Rona Juventus 3-3. Dal 3-1 al pareggio nel finale: un’altra prova che la squadra di Gasperini fatica a chiudere gli scontri diretti

Non è solo un pareggio. Non è solo un 3-3. Per la Roma di Gian Piero Gasperini contro la Juventus è qualcosa che scava più in profondità. È una ferita che va oltre la classifica, oltre ogni eliminazione, oltre i numeri. È una crepa emotiva che riporta a galla un limite strutturale: questa squadra, quando conta davvero, non riesce a chiudere. E non è la prima volta.

Per settanta minuti la Roma è stata superiore. Intensità, qualità, ritmo. Sul 3-1 l’Olimpico aveva già iniziato a immaginare una fuga: più sette sui bianconeri, Champions League non ancora blindata ma di certo più vicina. Una serata di maturità, di quelle che cambiano la percezione di una stagione. E invece no.

Il film è già visto. Era successo contro l’Inter, contro il Milan, contro il Napoli. Prestazioni convincenti, controllo del gioco, occasioni create. Ma alla fine, sempre, qualcosa sfugge. Per stanchezza, per paura, per incapacità di colpire al momento giusto. La Roma gioca bene gli scontri diretti. Ma non li vince. E così non si va da nessuna parte.

Il blackout che cambia tutto

Poi, improvvisamente, la luce si spegne. La Juventus, stremata dai 120 minuti europei di qualche giorno fa e dall’eliminazione in Champions, trova energie insospettabili. Prima il 3-2 firmato da Boga, poi il 3-3 all’ultimo respiro con Gatti. Due episodi fortunosi, certo, che arrivano tra errori e calci piazzati. Ma anche due segnali di una squadra che, pur ferita, non smette di credere.

Ed è qui che la differenza si fa sentire, ed è qui che la differenza è netta: la Roma, al primo schiaffo, è andata in bambola. Linee spezzate, scelte sbagliate, panico. L’errore finale di El Aynaoui è solo l’ultimo di una serie. Clamorosa la prova di Cristante: almeno dieci palloni persi, cinque sanguinosi. Mancini svuotato, Pellegrini ai minimi atletici. Una squadra che, al momento di gestire, si è sciolta. La Juventus, al contrario, ha reagito. Con orgoglio, con rabbia, con quell’istinto che spesso separa le grandi dalle incompiute. Che fa parte della sua storia.

Ambizioni ridimensionate

Questo 3-3 pesa come una sconfitta. Perché ridimensiona le ambizioni. Napoli e Milan sembrano ormai scappate per il secondo e terzo posto. La Juventus resta lì. E dietro avanzano Como e Atalanta, sempre più minacciose.

La Roma dovrà presto rituffarsi anche negli impegni europei, con energie fisiche e mentali da ricostruire. Ma soprattutto dovrà risolvere il suo enigma identitario: perché una squadra che domina non può avere paura di vincere.

La sensazione è chiara. Per la Champions League, dalle parti di Trigoria, bisognerà aspettare ancora. E forse lavorare non solo sulle gambe, ma sul DNA.

Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Direttore de il Catenaccio e Head Writer di Sportcafe24.com

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