Serie TV
Ciro Immobile, l’ultima puntata: storia di un bomber senza copione

La carriera di Ciro Immobile non è mai stata una linea retta. È stata una serie televisiva piena di stagioni diverse, cambi di ambientazione, momenti in cui sembrava arrivato il momento del grande salto e altri in cui il protagonista pareva in evidente difficoltà. Una storia con qualche episodio complicato, parecchi colpi di scena e, soprattutto, un personaggio che ha passato una parte enorme della propria vita calcistica a cercare il posto in cui poter essere davvero se stesso. L’annuncio del ritiro dal calcio giocato porta inevitabilmente ad aprire il cassetto dei ricordi.
Da Pescara a Roma: le tappe verso l’Olimpo
La prima scena è stata a Torre Annunziata, dove c’era un bambino che sognava il calcio e che ancora non sapeva quanto sarebbe stata lunga la sua strada. Poi è arrivata la Juventus, il settore giovanile bianconero, la sensazione che il futuro sarebbe potuto essere lì. Ma il calcio professionistico non ha mai regalato niente a nessuno e Immobile ha dovuto inevitabilmente cominciare dalla gavetta. Siena, Grosseto e Pescara sono state le prime puntate di una serie che però doveva ancora trovare il suo protagonista. Poi è arrivato Zdeněk Zeman e, con lui, tutto è cambiato. Con il boemo, Ciro ha trovato il calcio che sembrava fatto apposta per lui e per le sue caratteristiche: campo aperto, verticalizzazioni, attacco dello spazio, gol. Accanto a lui ci sono Lorenzo Insigne e Marco Verratti e quella squadra è così diventata una delle storie più belle del calcio italiano di quegli anni. Il bomber, quell’anno, ha segnato 28 gol, vincendo la classifica dei marcatori, diventando il trascinatore nella promozione in Serie A. Insomma, quello sembrava davvero l’inizio della sua ascesa. E invece la sceneggiatura ha deciso che c’era ben altra strada da percorrere. Genoa è stata tappa di passaggio, ma poi c’è stato il Torino. In granata, nella stagione 2013-14, ha dimostrato che anche la Serie A sarebbe potuta essere il suo palcoscenico. La sua è stata una stagione da protagonista assoluto: 22 gol, il titolo di capocannoniere e la sensazione che il calcio italiano avesse finalmente trovato il suo centravanti. Quello è stato il momento della consacrazione, quello in cui la serie sembrava pronta a cambiare genere e scenario: dalla gavetta alla grande carriera internazionale. E infatti è arrivato l’approdo all’estero. Ma il passaggio successivo non ha seguito il copione previsto.
Nell’estate del 2014 Immobile si è accasato al Borussia Dortmund. I teutonici erano, in quel momento, una delle squadre più importanti d’Europa. La Champions, uno stadio enorme, aspettative elevate: c’era tutto per far bene. Ma il protagonista, questa volta, non è riuscito a recitare la sua parte. La stagione non è mai decollata, il feeling non è mai arrivato, e quella che doveva essere l’annata della definitiva affermazione internazionale è diventata invece un passaggio complicato. Poi c’è stato il Siviglia, un’altra parentesi breve. E qui la storia dell’attaccante ha preso una piega che, vista oggi, è stata quasi necessaria: per diventare il bomber che è stato, Ciro ha dovuto prima capire dove non sarebbe potuto esserlo. Il ritorno in Italia è stato un ritorno alle origini, ossia il Torino, dove ha ritrovato gol e un po’ di fiducia. E poi, nell’estate del 2016, ecco la Lazio. Questa volta, però, non è stata una tappa, ma una vera e propria casa.
A Roma, Immobile ha smesso di essere il giocatore che doveva dimostrare qualcosa a tutti, diventando semplicemente Ciro. Una trasformazione in centravanti che attacca la profondità, che vive per il gol, che corre anche quando la partita sembra ormai finita. Il giocatore che può sbagliare, arrabbiarsi, rialzarsi e poi segnare. Il club capitolino è diventato il luogo in cui la sua carriera ha preso una forma precisa. Non soltanto una squadra e una maglia, ma un’identità e una seconda pelle. Un dettaglio che si è compreso e vissuto nella stagione che ha trasformato un grande attaccante in un pezzo di storia, ossia quella 2019-20. Immobile, quell’anno, ha segnato 36 gol in campionato, vinto la Scarpa d’Oro ed è entrato in una dimensione in cui i numeri hanno cominciato quasi a parlare da soli. Il ragazzo che aveva lasciato Dortmund e Siviglia senza aver trovato fortuna era diventato il miglior marcatore d’Europa. È stato il genere di finale di stagione che nelle serie TV sembrava quasi troppo perfetto per essere vero.
L’Europeo e il post Lazio
Perché la storia di Immobile, come detto, non è mai stata una storia semplice. Perché c’è stata anche la Nazionale, e lì il rapporto con il pubblico diventava ben più tormentato. Va detto, con l’azzurro non è sempre riuscito a riprodurre la stessa continuità della Lazio. Le critiche, le discussioni, il peso di ogni partita lo hanno sempre accompagnato. Il centravanti che a Roma segnava con naturalezza diventava, con la maglia dell’Italia, un giocatore continuamente sotto esame. Eppure anche qui c’è stato il momento luminoso, ossia il trionfo all’Europeo. L’attaccante non è stato il protagonista assoluto di quel torneo, ma è stato dentro quella squadra, dentro quella vittoria, dentro una delle notti più importanti della storia recente del calcio italiano. Una vittoria che, ancora oggi, rimane, come quelle vissute con la Lazio: i gol, i record, le Coppe (una Coppa Italia e due Supercoppe), la fascia di capitano, le corse sotto la curva, le partite vinte quasi da solo e quelle in cui tutto sembra andare storto. Un qualcosa che, ancora oggi, è nel cuore e nella mente di un popolo intero, quello biancoceleste.
Nel frattempo gli anni passavano e il corpo cominciava a presentare il conto. Sono arrivati gli infortuni, le stagioni meno prolifiche e i dubbi. Il giocatore che per anni aveva fatto della continuità fisica una delle proprie armi principali, ha cominciato inevitabilmente a perdere qualche pezzo. L’addio alla Lazio ha dato la sensazione di un pezzo di storia che è stato scritto, non certo quella di una rottura definitiva. Insomma, quel sapore malinconico che ha sempre accompagnato tutte le storie quando arriva il momento di cambiare. Il Besiktas è stato una nuova lingua, un nuovo campionato, un’altra sfida e i suoi 15 gol, con Supercoppa in bacheca, qualcosa hanno dimostrato. Poi è arrivato Bologna, un’altra parentesi italiana, un altro tentativo di rimettersi in gioco in Serie A. Un infortunio però ha rallentato la sua corsa. E infine c’è stato Parigi, l’ultimo capitolo, quasi una scena fuori dalla trama principale: una nuova città e un’altra maglia, con due reti in 12 presenze, che gli hanno permesso di contribuire alla permanenza in massima serie del club parigino.
Gli ultimi capitoli non sono serviti più a costruire la leggenda, ma a chiuderla. Perché nelle serie più belle arriva sempre il momento in cui il protagonista non deve più inseguire un obiettivo, ma soltanto decidere come uscire di scena. Ciro è stato il bomber da 36 gol e quello che ha dovuto rispondere alle critiche. È stato il ragazzo cresciuto nella provincia e l’attaccante che ha giocato nei grandi stadi d’Europa. È stato il centravanti capace di vincere una Scarpa d’Oro e quello che, all’estero, non è riuscito a lasciare il segno come avrebbe voluto. È stato il capitano della Lazio e il giocatore discusso della Nazionale. No, la sua non è stata forse una carriera perfetta, ma è questo a trasformarla in una storia. Perché se fosse stata perfetta, forse sarebbe stata più semplice da raccontare. Immobile invece ha dovuto sbagliare strada, tornare indietro, ricominciare, aspettare. Ha dovuto trasformare i dubbi in gol e i gol in una risposta. Per Ciro i titoli di coda raccontano una storia fatta di gol e cadute, di Torino e Roma, di Dortmund e Wembley, di record e polemiche, di una Scarpa d’Oro e di una fascia da capitano. Ma soprattutto raccontano la storia di un ragazzo che ha passato la carriera a inseguire una porta e che, alla fine, ha trovato qualcosa di molto più grande: un posto nella memoria di chi lo ha visto giocare. Una sorta di serie tv che non ha avuto un copione perfetto, ma un protagonista vero. Ed è forse per questo che, quando arriva l’ultima puntata, dispiace così tanto premere stop.











