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La Caduta degli Dei

Marko Pjaca, l’estetica del rimpianto e l’ingranaggio spezzato

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La traiettoria di Marko Pjaca è il racconto di una magnifica illusione scompaginata dalla sfortuna. Nel calcio contemporaneo, poche parabole incarnano in modo così nitido questa sorta di contrasto. La Juventus, nell’estate del 2016, investe 23 milioni di euro per sottrarlo alle grandi d’Europa, convinta di aver acquistato il prototipo dell’ala del futuro.

Da Zagabria a Firenze: le tappe di un equivoco

L’esplosione con la Dinamo Zagabria e la successiva consacrazione a Euro 2016 mostrano un atleta che può essere definito atipico. Con i suoi 186 centimetri di altezza, Pjaca non è il classico esterno funambolico, bensì possiede la potenza di una seconda punta e l’elasticità di un centrocampista box-to-box. La sua cifra stilistica risiede nell’isolamento: isolare il terzino destro avversario, puntarlo partendo da sinistra e fulminarlo con un cambio di passo devastante.In Italia, tuttavia, l’impatto con la rigidità difensiva della Serie A e l’inserimento graduale di Massimiliano Allegri evidenziano i primi limiti strutturali. Nel calcio iper-tattico italiano, l’anarchia tecnica del croato fatica a trovare una collocazione fissa. Pur mostrando sprazzi di classe pura, come il gol in Champions League a Oporto, il classe 1995 viene decodificato in fretta dai blocchi difensivi nostrani, che gli negano la profondità di cui ha bisogno per sprigionare i cavalli del suo motore. La storia cambia definitivamente il 28 marzo 2017, quando a Tallinn si consuma l’evento che distrugge la struttura portante del suo gioco: la rottura del legamento crociato anteriore. Per un calciatore che basa l’80% della propria efficacia sul primo passo dopo il dribbling, la perdita di elasticità articolare è una condanna calcistica. Le sue avventure allo Schalke 04 e alla Fiorentina hanno il sapore di un tentativo di riscatto alla Fiorentina. Ma in realtà, soprattutto quella in viola, è un vero e proprio calvario tattico. Privato della rapidità di esecuzione, Pjaca finisce per ricevere prevalentemente palla sempre da fermo, allungando i tempi di gioco della squadra e finendo regolarmente raddoppiato. La sua involuzione, a causa della rottura dell’altro crociato, da tecnica diventa irrimediabilmente fisica e psicologica. Il croato comincia a giocare frenato, rifiutando il contrasto e il duello ravvicinato per paura di un nuovo crollo muscolare.

Le esperienze successive e il presente

Il resto della sua carriera somiglia a un lungo, malinconico e stringato esercizio di adattamento in contesti tattici sempre meno ambiziosi. Dopo la delusione Anderlecht, con quattro partite e un gol, prova a rilanciarsi al Genoa e al Torino. Sotto la guida di Ivan Jurić, Pjaca viene arretrato sulla trequarti. Nel 3-4-2-1 granata gli si chiede di legare il gioco e ripulire i palloni, ma la mancanza di continuità fisica lo confina al ruolo di lussuosa comparsa. L’unica chance italiana è in quel di Empoli. Però, in un sistema di gioco dinamico e votato al sacrificio, la sua scarsa propensione alla fase di non possesso lo esclude rapidamente dalle rotazioni. Indossa poi le maglie di Rijeka e Dinamo Zagabria, per il più classico dei ritorni a casa. Se in patria la classe residua basta a fare la differenza (7 gol col Rijeka), il verdetto della Champions League con la Dinamo nel 2024 è impietoso: l’intensità del calcio europeo d’élite per lui non è più sostenibile. Il presente, dal 2025, si chiama Eredivisie con il Twente. In un calcio verticale e giovanile, il buon Marko viene gestito quasi esclusivamente come arma d’esperienza a partita in corso. Una caduta che non lascia dietro di sé rabbia, ma una profonda e silenziosa nostalgia. È la fragilità fisica che non ha retto il peso del talento, lasciando agli annali solo il fotogramma cristallizzato di un dio del dribbling che ha smesso di correre troppo presto.

Giornalista freelance, copywriter e ghostwriter. Sono uno dei volti e delle firme storiche di Sportcafe24.com

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