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Scaloni, il capitolo che vale una leggenda

Nel calcio la sfida più difficile non è vincere. È confermarsi. Perché il primo successo può essere il frutto di una generazione straordinaria, di un torneo perfetto o di una serie di episodi favorevoli. Il secondo, invece, certifica che dietro ai risultati c’è un progetto, un’identità, una cultura della vittoria destinata a durare. È esattamente il punto in cui si trova oggi Lionel Scaloni. Dopo aver riportato la Coppa del Mondo in Argentina nel 2022 e aver consolidato quel trionfo con un’altra Copa América, il commissario tecnico dell’Albiceleste ha davanti a sé una sfida che vale più di un altro titolo. Vincere un secondo Mondiale consecutivo significherebbe entrare in una dimensione riservata a pochissimi allenatori, trasformando un ciclo vincente in una delle più grandi dinastie della storia del calcio delle nazionali.
E pensare che, quando il suo nome venne annunciato nell’agosto del 2018, la reazione prevalente fu lo scetticismo. Scaloni faceva parte dello staff tecnico di Jorge Sampaoli al Mondiale di Russia e, dopo il fallimento di quest’ultimo, è stato promosso dalla federazione come commissario tecnico ad interim. La sua appariva come una soluzione ponte, utile a traghettare la nazionale verso un allenatore di maggiore esperienza e prestigio. D’altronde, il suo curriculum da primo allenatore era praticamente inesistente e in pochi immaginavano che sarebbe rimasto in panchina abbastanza a lungo da aprire un nuovo ciclo. Invece, quella che sembrava una scelta temporanea si è trasformata nella decisione più importante presa dall’AFA nell’ultimo decennio. Più dei trofei conquistati – una Coppa del Mondo, due Copa América e una Finalissima – è il modo in cui sono arrivati a raccontare la portata del lavoro di Scaloni.
L’Argentina non è diventata soltanto una squadra vincente, ma ha un’identità ben riconoscibile. Una Nazionale che ha imparato a convivere con la pressione, a soffrire senza perdere lucidità e a restare sempre dentro le partite. Può cambiare pelle, adattarsi all’avversario, abbassare il baricentro o dominare il possesso, ma conserva una costante: la convinzione di poter trovare una soluzione fino all’ultimo minuto. È probabilmente questa la firma più evidente di Scaloni: aver costruito un gruppo che non si arrende mai, capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo quando la partita lo richiede. I sudamericani sanno vincere giocando bene, ma anche soffrendo, aspettando il momento giusto, affidandosi alla forza del gruppo prima ancora che alle qualità dei singoli. Quanto accaduto in questo Mondiale è stata davvero la perfetta dimostrazione di tutto ciò. Il suo merito più grande, forse, è stato proprio questo: accompagnare Lionel Messi verso il trionfo mondiale, ma senza costruire una squadra dipendente esclusivamente dal suo fuoriclasse. Attorno al numero 10 è nato un collettivo in cui ogni giocatore conosce il proprio ruolo e in cui il sacrificio è diventato un principio condiviso. È così che l’Argentina è passata dall’essere una nazionale ricca di talento a una nazionale ricca di certezze.
Se arriverà anche il secondo Mondiale consecutivo, il dibattito non riguarderà più soltanto il palmarès di Scaloni. Riguarderà il suo posto nella storia del calcio. Perché vincere una volta può renderti campione. Riuscirci ancora significa aver costruito qualcosa che va oltre una generazione di campioni. E forse è proprio questa la metafora più adatta. Se il calcio fosse una serie TV, il ct non sarebbe il protagonista annunciato fin dal primo episodio. Sarebbe quello entrato in scena quasi in punta di piedi, accolto con più dubbi che certezze, e capace, stagione dopo stagione, di prendersi il ruolo principale. Oggi, però, l’ultima stagione può essere anche la più importante: quella che separa una grande storia da una leggenda.











