La Caduta degli Dei
Adel Taarabt, il grande “what if” del calcio moderno

Ci sono giocatori che falliscono perché non hanno abbastanza qualità. Adel Taarabt appartiene alla categoria opposta: quelli che fanno arrabbiare proprio perché di qualità ne avevano tantissima. Guardandolo giocare nei suoi giorni migliori era difficile non pensare che potesse diventare un campione. Aveva un talento naturale raro: dribbling, tecnica, fantasia, personalità. Il problema è che nel calcio, soprattutto ai massimi livelli, il talento da solo non basta. E la carriera del classe 1989 è tutta racchiusa in questa distanza: quella tra il giocatore che sembrava poter diventare e quello che è realmente stato.
Tra inizio, ascesa e discesa
Nato in Marocco, ma cresciuto calcisticamente in Francia, Taarabt muove i primi passi nel settore giovanile del Lens. Fin da adolescente si capisce che ha qualcosa di diverso. È il classico giocatore che nei vivai sembra giocare con un secondo di vantaggio sugli altri: vede la giocata prima, salta l’uomo con facilità, ha una sicurezza tecnica quasi sfacciata. Ma già lì emergono anche i primi segnali di quello che sarà il tema della sua carriera: un talento istintivo, un giocatore che vive di fantasia e libertà e che ha bisogno di sentirsi protagonista, di avere il pallone tra i piedi, di poter improvvisare. È una qualità straordinaria, ma anche un limite quando si passa al calcio dei grandi. Nel 2007 il Tottenham decide di puntare su di lui. Ed ecco che in Premier League il suo calcio deve fare i conti con una realtà diversa. La tecnica non basta: servono continuità, intensità, disciplina tattica. Mostra lampi interessanti, ma non riesce ancora a trovare spazio e stabilità. Il talento c’è, ma è ancora troppo grezzo. Ed è per questo che passa al QPR. Nella stagione 2010-11 diventa, segnando e sfornando assist, il simbolo della squadra che conquista la promozione in Premier League. Gioca con una libertà assoluta e sembra avere il controllo totale delle partite.
Il passaggio al Fulham, arrivato nel 2013, rappresenta il primo vero campanello d’allarme. Dopo gli anni da protagonista, Taarabt ha l’occasione di dimostrare di poter stare stabilmente in Premier League. Ma lontano dal ruolo di protagonista assoluto fatica a incidere. Il talento resta evidente, ma emerge il problema che accompagnerà tutta la carriera: lui sa accendere una partita, ma non sempre riesce a sostenerne il peso per un’intera stagione Nel gennaio 2014 c’è al Milan in prestito dal QPR. È probabilmente il momento più vicino alla sua rinascita. In una squadra in difficoltà, porta entusiasmo e qualità. Segna all’esordio contro il Napoli e per alcuni mesi sembra un giocatore diverso: più maturo, più coinvolto, più concreto.Il suo calcio sembra adattarsi bene alla Serie A, in quanto meno frenetica della Premier, più tecnica; e più adatta a un giocatore capace di trovare spazi tra le linee. Per un attimo sembra che i rossoneri possano essere il posto giusto per rilanciare definitivamente la sua carriera. Ma l’occasione sfuma, perché on il cambio di allenatore cambiano anche le valutazioni e il club decide di non puntare su di lui. Quei sei mesi restano il grande “cosa sarebbe successo se…” della sua carriera.
Il post Milan e il presente
Nel 2015 passa al Benfica con l’idea di rilanciarsi. Sulla carta sembra una scelta perfetta: una squadra tecnica, abituata a lavorare con giocatori di talento. Invece arriva il periodo più difficile: Taarabt finisce fuori dai piani della prima squadra, perde spazio e deve addirittura ripartire dalla formazione B. Ed ecco che il Genoa la seconda possibilità italiana, sa di fame di riscatto. In rossoblù ritrova fiducia e mostra ancora il suo talento. Ci sono partite in cui sembra di rivedere il giocatore del QPR: dribbling, personalità, qualità nell’ultimo passaggio. Ma il problema resta lo stesso: manca la continuità. Il Grifone diventa più un capitolo di rinascita personale che il trampolino verso un ritorno ai massimi livelli. Torna comunque al Benfica trasformato. Diventa un centrocampista più completo, più ordinato, più disposto a lavorare. Insomma, trova la maturità che gli era mancata quando il suo talento era nel momento migliore
Negli ultimi anni sceglie gli Emirati, prima con Al-Nassr e poi con Sharjah. Qui torna a fare quello che gli è sempre riuscito meglio: giocare libero, creare, divertirsi. Ma il trasferimento racconta anche la fine della corsa verso il grande calcio europeo. Il talento resta, ma la possibilità di trasformarlo in una carriera da top player è ormai passata. E l domanda non può che essere solo e soltanto una: perché Taarabt ha deluso? Dire che ha deluso solo per mancanza di professionalità sarebbe riduttivo. La sua storia è più complessa. Il talento non è mai mancato, ma non ha mai trovato la continuità necessaria, ha faticato ad adattarsi alle esigenze tattiche delle grandi squadre, ha avuto bisogno di sentirsi protagonista per rendere al massimo e ha imparato alcuni aspetti del calcio moderno troppo tardi. Per qualche partita, per qualche mese, sembrava davvero un giocatore destinato a diventare un fenomeno. La verità del calcio però è tremenda: avere abbastanza qualità per far sognare tutti, ma non abbastanza continuità per trasformare il sogno in realtà.











