Editoriale
I limiti di un ciclo vincente: il caso della Francia di Deschamps

Un 2-0 che non ammette repliche. La Spagna ha eliminato la Francia nella semifinale del Mondiale, imponendosi non soltanto nel risultato, ma soprattutto nel gioco. Quella andata in scena è stata, prima ancora che una lezione di calcio, una lezione tattica di Luis De La Fuente a Didier Deschamps. La seconda nel giro di due anni, se si considera anche la semifinale di Euro 2024. È inevitabile, allora, che questa sconfitta riapra il dibattito sul commissario tecnico francese. Non perché un’eliminazione possa cancellare un ciclo impreziosito da un Mondiale vinto, un’altra finale mondiale e una finale europea. Sarebbe un giudizio tanto ingeneroso quanto superficiale. Il punto, semmai, è un altro: una Nazionale con un patrimonio tecnico probabilmente senza eguali nel panorama internazionale ha davvero espresso tutto il proprio potenziale sotto la guida dell’ex centrocampista?
Un ciclo vincente, ma fino a che punto?
Giudicare Didier Deschamps significa confrontarsi con un paradosso. Da una parte ci sono i risultati, difficilmente contestabili. Dal 2012 la Francia è rimasta stabilmente ai vertici del calcio mondiale: finale a Euro 2016, campione del mondo nel 2018, finale mondiale nel 2022, semifinalista a Euro 2024 e al Mondiale 2026. Una continuità che pochissimi commissari tecnici possono vantare. Ridurre questo percorso alle sconfitte sarebbe un errore. Così come sarebbe sbagliato parlare di un ciclo fallimentare o di un allenatore inadeguato. I numeri raccontano esattamente il contrario. Eppure, proprio quei numeri rischiano di nascondere una domanda più complessa. Infatti, per profondità della rosa, qualità tecnica e ricambio generazionale, la Francia è stata probabilmente la Nazionale più talentuosa dell’ultimo decennio. Da Griezmann a Mbappé, passando per Pogba, Kanté, Benzema, Dembélé, Tchouaméni, Camavinga, Saliba, Theo Hernández e Koundé, il ct transalpino ha avuto a disposizione una quantità di talento che poche selezioni nella storia hanno potuto vantare. Eppure, raramente i Bleus ha dato la sensazione di essere anche la squadra che giocava il miglior calcio. Ha vinto molto, spesso grazie alla straordinaria qualità dei suoi interpreti, alla solidità difensiva, all’organizzazione senza palla e alla capacità di colpire in transizione. Ma ha quasi sempre rinunciato a imporre il proprio gioco attraverso il possesso, il controllo dei ritmi e una precisa identità offensiva. In altre parole, i transalpini sono stati una squadra estremamente competitiva, ma non sempre dominante. Ed è qui che si concentrano le principali critiche alla gestione Deschamps.
Per esempio, la finale di Euro 2016 resta uno dei rimpianti più grandi. Giocare in casa contro un Portogallo rimasto senza Cristiano Ronaldo dopo appena venticinque minuti e uscire sconfitto ai supplementari rappresenta un’occasione enorme lasciata per strada. Ancora più pesante è stata l’eliminazione agli ottavi di Euro 2021 contro la Svizzera. Sul 3-1 a dieci minuti dal termine sembrava una partita chiusa. La rimonta subita e l’uscita ai rigori rappresentano probabilmente la macchia più evidente dell’intero ciclo. Infine ci sono le due sconfitte contro la Spagna, a Euro 2024 e al Mondiale 2026. Due partite diverse, ma accomunate da una sensazione simile: la Francia è sembrata inferiore soprattutto nella qualità del gioco espresso. Più che sul piano tecnico, il divario è apparso tattico. Due partite che, in un certo senso, sono sembrate raccontare la stessa storia. Da una parte una squadra capace di occupare gli spazi, controllare il pallone, manipolare il pressing avversario e imporre il proprio ritmo alla partita. Dall’altra, una compagine che ha faticato a sottrarsi al piano gara costruito da Luis de la Fuente, affidandosi soprattutto alle accelerazioni dei propri fuoriclasse.
E probabilmente è proprio questo il limite più evidente, o forse addirittura inconfutabile, del ciclo Deschamps.La sua Francia è sempre stata preparata per competere, ma molto meno per dominare il gioco e le partite. Quando il livello degli avversari è stato inferiore, il talento individuale è quasi sempre stato sufficiente a fare la differenza. Quando, invece, di fronte c’è stata una squadra dotata di un’identità collettiva forte, i transalpini hanno spesso dato l’impressione di adattarsi più che di imporre la propria idea di calcio.
Interrogativi e futuro
Va comunque ribadito che sarebbe ingiusto attribuire a Deschamps responsabilità che non gli appartengono. Il commissario tecnico francese è stato uno dei migliori gestori di gruppi di questi ultimi anni. Ha mantenuto lo spogliatoio unito, ha accompagnato il ricambio generazionale senza perdere competitività e ha costruito una Nazionale capace di arrivare quasi sempre fino in fondo. Però, soprattutto nel calcio di oggi, essere un grande gestore non significa necessariamente essere un innovatore. Negli ultimi anni, le competizioni per le Nazionali, hanno premiato selezioni con un’identità tattica sempre più riconoscibile: la Spagna di De la Fuente, l’Argentina di Scaloni e, in contesti diversi, chi ha comunque saputo coniugare risultati e qualità del gioco. La Francia, invece, ha privilegiato il pragmatismo. Con il senno di poi, questa è stata una scelta che ha prodotto risultati straordinari, ma che nei momenti decisivi ha mostrato anche i propri limiti.
Il dibattito, dunque, non riguarda il valore di Didier Deschamps, perché quello è certificato dai risultati e appartiene ormai alla storia del calcio francese. La domanda è un’altra: una generazione che, per quantità e qualità di talento, aveva forse pochi precedenti avrebbe potuto lasciare un’eredità ancora più importante? Non soltanto una Nazionale capace di vincere, ma anche una squadra destinata a diventare un modello di riferimento sul piano del gioco? Ovviamente non esiste una risposta certa e definitiva. C’è però la sensazione che le due sconfitte contro la Spagna hanno reso sempre più difficile ignorare un fatto: sì, si sta parlando di una delle Nazionali più forti della sua epoca, ma che non è mai diventata la migliore versione di sé stessa. Ed è proprio questo, più del 2-0 di ieri, il vero tema che accompagnerà il giudizio storico sul ciclo del commissario tecnico francese. Anche perché il suo futuro ormai pare scritto. L’ombra di Zinedine Zidane sta definitivamente per prendersi la scena.











