La Caduta degli Dei
Niang, storia di una promessa mai mantenuta

Ci sono calciatori che deludono perché non mantengono le promesse. E poi ci sono quelli che, a ogni nuova avventura, riescono a convincerti che forse stavolta sarà quella giusta. M’Baye Niang è stato probabilmente questo per oltre un decennio: un talento che sembrava sempre a un passo dall’esplosione definitiva, senza mai riuscire a compierla davvero. In pochi, forse, ricordano i suoi primissimi passi con il Caen, quando veniva descritto come uno dei migliori prospetti della sua generazione. Ed è da lì che è cominciato tutto.
Il peso delle aspettative
Nel 2012 è stato il Milan a decidere di puntare su di lui. In quel periodo i rossoneri stavano vivendo una profonda fase di ricostruzione, dopo aver salutato molti dei protagonisti del ciclo precedente. L’obiettivo era trovare nuovi volti su cui costruire il futuro e il classe 1994 veniva presentato quasi come un investimento generazionale. Niang aveva già messo in mostra qualità evidenti, abbinate però a una certa irruenza tipica della sua età. La sensazione, al di là di qualche episodio isolato, è sempre stata la stessa: il talento c’era, ma mancava ancora la maturità necessaria per trasformarlo in rendimento costante. L’immagine che più di tutte ha rappresentato il suo primo periodo milanista non può che essere il palo colpito contro il Barcellona negli ottavi di Champions League del 2013. Un’azione che avrebbe potuto cambiare non solo una partita, ma forse una carriera. Col senno di poi, quel pallone finito sul legno è diventato il simbolo perfetto di ciò che Niang è stato per anni: vicino alla svolta, senza mai raggiungerla.
Nel 2014 è arrivato il prestito al Montpellier. In Francia ha ritrovato fiducia e continuità, facendo pensare che il problema non fosse nelle sue qualità, ma nel contesto. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2015, il Milan ha deciso di mandarlo in prestito al Genoa, in una scelta studiata per garantirgli spazio e allontanarlo dalle pressioni di San Siro. In Liguria si è visto forse per la prima volta il giocatore che tutti immaginavano. Ha segnato gol importanti, mettendo in mostra accelerazioni devastanti e diventando una delle sorprese della seconda parte di stagione. Per diversi mesi sembrava davvero arrivato il momento della svolta. Il Grifone gli ha offerto un ambiente ideale: meno esigente, ma sufficientemente competitivo per testarne la crescita. Le sue prestazioni hanno convinto il Milan a riportarlo alla base. L’idea era chiara: il ragazzo che aveva stregato gli osservatori pareva finalmente essere maturato. Dopo l’esperienza genoana, Niang è tornato a Milano con una consapevolezza diversa. L’intesa con Carlos Bacca è stata buona e il francese è diventato una presenza sempre più importante nell’attacco rossonero. Ancora una volta, però, la crescita si è interrotta sul più bello. Infortuni, discontinuità e prestazioni altalenanti gli hanno impedito di trasformare quella promettente evoluzione nella consacrazione attesa da tutti.
Il post Milan e il presente
Watford e Torino hanno rappresentato altri tentativi di rilancio, partiti sotto buoni auspici, ma conclusi senza lasciare il segno sperato. In Inghilterra ha fattp intravedere qualcosa di interessante, ma non abbastanza per convincere il club a costruire il proprio futuro attorno a lui. In granata ha trovato invece equilibrio e serenità. La sua è stata una stagione positiva, raggiungendo anche la doppia cifra, ma il livello espresso è appardo comunque inferiore a quello che gli era stato pronosticato da adolescente. A quel punto, Niang non era più il predestinato destinato a dominare il calcio europeo, ma un buon giocatore di Serie A. Nel 2018 è tornato in Francia con la maglia del Rennes. L’ambiente è stato quello ideale per ritrovare nuovamente fiducia, disputando probabilmente una delle parentesi più convincenti della sua maturità calcistica. Le successive esperienze con Al-Ahli, Bordeaux, Auxerre e Adana Demirspor hanno raccontato invece di un giocatore ormai lontano dai riflettori del grande calcio europeo. Un professionista affidabile, capace di ritagliarsi spazio in contesti differenti, ma distante da quelle aspettative che lo avevano accompagnato agli inizi. Le tappe più recenti, tra Empoli, Wydad Casablanca, Sampdoria e Gençlerbirliği, hanno finito per chiudere il cerchio. Un cerchio che assomiglia molto a quello di tanti talenti incompiuti: ripartenze, occasioni e tentativi di rilancio che non si sono mai trasformati nella definitiva consacrazione.
Definire Niang un bidone sarebbe ingeneroso. Ha giocato per anni a buon livello, ha collezionato centinaia di presenze nei principali campionati europei e si è costruito una carriera più che rispettabile. Il problema è che, a diciassette anni, sembrava destinato a molto di più. Per questo il suo nome continua a suscitare una certa nostalgia tra gli appassionati. Non perché sia stato un fallimento assoluto, ma perché rappresenta una delle storie più emblematiche degli anni 2010: quella di un talento autentico che non è mai riuscito a trasformare le proprie potenzialità in grandezza. Una carriera fatta di promesse, rilanci e seconde occasioni, sempre con la sensazione che il capitolo migliore dovesse ancora arrivare. E che, alla fine, non sia mai arrivato davvero.











