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Roma, a Como finisce il sogno Champions: una sconfitta che sa di resa

Gasperini Allenatore della Roma

Cronaca di una morte annunciata. La sconfitta di Como rischia di rappresentare molto più di tre punti persi per la Roma: è il momento in cui i sogni Champions si sfilacciano quasi definitivamente. Non è disfattismo, ma semplice realismo. Il campionato è ancora lungo, certo, ma il calendario di Juventus e Como – unito alla maggiore stabilità tecnica e psicologica delle rivali – racconta una storia diversa da quella giallorossa.

A Como si è vista una squadra che si è sciolta al primo timido sole primaverile. Una scena già vista: da anni, proprio a marzo, la Roma smarrisce certezze e continuità nel momento in cui il campionato entra nel vivo. Eppure la partita era iniziata nel modo più inatteso. Il vantaggio romanista, arrivato quasi casualmente con un rigore trasformato da Malen, aveva illuso per qualche minuto. Ma la sensazione è stata immediata: il Como di Fabregas giocava meglio, con più velocità, più tecnica e soprattutto più idee.

Quando la partita è entrata davvero nel vivo, la differenza tra le due squadre è emersa in tutta la sua evidenza. L’episodio chiave è stato senza dubbio l’espulsione (inventata, è vero) di Wesley. Fino a quel momento la gara era rimasta in equilibrio, ma l’inferiorità numerica ha spalancato definitivamente le porte al dominio del Como.

I lombardi hanno letteralmente triturato la Roma con pressione alta, ritmo e personalità. Carattere e organizzazione contro una squadra apparsa fragile, incapace di reagire e spesso in balia degli avversari. Il risultato finale racconta solo in parte la distanza vista in campo.

I tre volti della crisi

A preoccupare, più del punteggio, sono le prestazioni dei protagonisti. E la crisi romanista ha tre simboli.

Il primo è quello meno prevedibile: Mile Svilar. Il portiere serbo ha salvato la squadra in più occasioni con interventi di grande livello, ma le sue ultime uscite sono macchiate da sbavature sempre più evidenti. Sul gol del pareggio del Como non è una papera, ma poco ci manca: un segnale che qualcosa si è incrinato rispetto alla sicurezza mostrata nella scorsa stagione.

Il secondo volto è Gianluca Mancini. La sua involuzione racconta bene quella dell’intero reparto difensivo. Nella prima parte di stagione era dominante fisicamente e in crescita anche mentalmente, oggi appare invece trascinato dagli eventi. Gli attaccanti del Como lo hanno portato spesso fuori posizione, neutralizzando quella tenacia che era sempre stata il suo marchio di fabbrica.

Infine c’è Manu Koné. Il centrocampista francese gioca con l’atteggiamento di un fuoriclasse – forse ancora influenzato dalle voci estive su Inter e Paris Saint-Germain – ma il rendimento racconta altro: prestazioni da gregario, spesso insufficienti rispetto al talento mostrato in passato.

In una squadra che ha trovato Malen, la vera perdita è diventata la solidità difensiva e, soprattutto, quella psicologica. Forse il punto di svolta è stato il 3-3 incassato contro la Juventus con il gol di Gatti: da quel momento qualcosa si è spezzato. Ora resta solo un appiglio: la sfida da dentro o fuori contro il Bologna. L’ennesima partita in cui la Roma si gioca il resto della stagione.

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