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La parabola di Lucas Castroman, dal derby ai santini

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Il derby è quello dell’aprile 2001, il minuto è il 95. La Lazio sta perdendo contro una Roma che a fine anno diventerà Campione d’Italia. Ma certe partita, si sa, vanno aldilà delle classifiche. Batistuta e Delvecchio hanno aperto le danze, appena rientrati in campo nel secondo tempo. All’88esimo Nedved le ha riaperte. A far esplodere i tifosi biancocelesti, però, ci pensa lui. Lucas Castroman.

Un pallone che arriva fuori area, dopo una mischia da calcio d’angolo, una botta senza scrupoli. Una saetta, una fiamma. È gol. È 2 a 2. È un pareggio che vale quasi una vittoria. Questo è il ricordo più bello di Castroman con la maglia della Lazio, una presenza fugace, dal 2001 al 2003, prima di prestito all’Udinese, nella stagione 2003 2004, con un solo gol, proprio alla sua ex squadra. E adesso? Che fine ha fatto Castroman? Ecco la sua storia.

Lucas Castroman. Fonte Foto: Lazio Press

Lucas Castroman. Fonte Foto: Lazio Press

La carriera di Castroman, tra Boca Juniors e Maradona

La carriera di Lucas Castroman, centrocampista classe 1980 ma anche ala, trequartista all’occorrenza, dura poco più di 10 anni. Inizia a fine anni novanta, nel Velez Sarsfield, e termina nel 2010 nel Racing. In mezzo ci sono anche 5 presenze con il Boca Juniors, 9 con l’America. Un palmares che dice 2 campionati argentini e 1 Recopa Sudamericana. Un esordio in nazionale che avviene lo stesso giorno dell’addio di un certo Diego Armando Maradona. Una data da ricordare, insomma.

 

Il gol storico di Castroman. Fonte Foto Youtube

Il gol storico di Castroman. Fonte Foto Youtube

Il ritorno in patria, tra mate e santini

Appesi gli scarpini al chiodo, Castroman è tornato a casa, accanto alla famiglia. Ha ripreso a fare lavori elettrici e idraulici, come quando era ragazzino. Ma la sua vera occupazione era un’altra: un negozio di santini, dove lavorava il padre.

Vendiamo dai santini al mate in bottiglia – ha raccontato a Cronache di Spogliatoio l’ex biancoceleste – nel negozio di famiglia puoi trovare di tutto. Sono state scritte tante cose false. Io non sono tornato perché avevo bisogno di soldi, ma perché mio padre ha avuto un cancro e mi sono dovuto rimboccare le maniche per aiutare la mia famiglia”. Una scelta di cuore insomma, di responsabilità. La stessa che gli hanno trasmesso in casa: “Da noi le difficoltà erano tante, mangiavamo il pane duro per giorni e spesso non c’era il cibo per tutti. Il giorno del mio esordio con il Velez mio padre piangeva, sapeva che poteva essere una via di fuga. È così è stato. Raccontarlo oggi mi riempie di orgoglio”.

Un orgoglio che neanche un gol nel derby, in fondo, può eguagliare.

Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Direttore de il Catenaccio e Head Writer di Sportcafe24.com

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