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La Opinión

Il calcio ha bisogno di una competizione di élite con partecipanti meritevoli, non di una setta

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I calciatori sognano di giocare in Champions League, di giocare nell’élite europea, al tavolo dei più grandi. Ma giocare la massima competizione europea con la maglia del Real Madrid è un conto, farlo con quella del pur rispettabile Midtjylland è un altro. La maxi-Champions League a 36 squadre non funziona, perché la forbice tra i grandi e i piccoli è troppo ampia e perché la fase a gironi riserva ormai ben poche sorprese. Ben venga, allora, una competizione ancora più elitaria, in cui si affrontino soltanto le più grandi, magari le vincenti dei campionati più prestigiosi. Otto, dodici, quindici o addirittura venti squadre selezionate tra le migliori.

SUPER LEGA, MA PER MERITI SPORTIVI

Ma – e questo è l’assunto che fa la differenza – che abbiano davvero dimostrato sul campo di essere le migliori. Non inserite nell’assurda Super League per diritto divino, per autoaffermazione o per potere economico, ma per i risultati del campo. Non l’oligarchia di chi può snobbare il campionato e finire al dodicesimo posto per poi intascare ugualmente i 450 milioni della sola partecipazione alla Super League, finanziata dalla potentissima JP Morgan. Ad oggi, in Italia, Atalanta, Roma e Napoli meriterebbero più del Milan, dal passato glorioso ma sparito da anni dai radar europei. In Inghilterra, hanno aderito Chelsea, Liverpool, Tottenham ed Arsenal, che nel presente guardano da dietro le targhe delle più attrezzate Leicester e West Ham. 

Alcune voci, non confermate, parlano di un invito anche al RB Lipsia, che è nato nel 2009, non ha ancora vinto nulla, vanta solo una partecipazione alle semifinali Champions dello scorso anno, ma è di proprietà della Red Bull. C’è qualcosa di profondamente storto, ma – vale la pena ripeterlo – sono voci.

Che sia élite, ma élite del merito e non di uno status autoproclamato.

LA RIFORMA DEVE PORTARE EQUITÀ, NON DISPARITÀ

Il calcio ha bisogno di una riforma seria, di un passo gigante che riduca la forbice tra ricchi e poveri e non la quadruplichi. Ha bisogno di ripartizioni più eque degli introiti di diritti televisivi, di tetti salariali e di un mercato più regolamentato.

A questo punto di non ritorno non si sarebbe arrivato se i grandi club avessero fatto scelte più oculate, valorizzato giovani, evitato di mettere sotto contratto centinaia di calciatori e girarli per anni in prestito, se non avessero fatto follie per aggirare il fair play finanziario o regalato contratti a cifre astronomiche a calciatori senza reali meriti. Oggi Barcellona, Juventus, PSG e altre fanno i conti con gestioni disastrose, ma sono troppo grandi per cadere e fallire. E quindi con fare oligarchico tirano la corda, cercano di farsi approvare i bilanci, hanno bisogno di introiti veloci.

La Superlega è una realtà consolidata ma a chi fa sorridere l’idea che si formi una setta dallo statuto intoccabile non è mai piaciuto il valore aggregativo e identitario del calcio. Come ad Andrea Agnelli, che sostiene: “La Super Lega è nata per i tifosi”. Quelli virtuali, forse. La riforma non si fa indebolendo la provincia e rendendo i ricchi più ricchi e i poveri più poveri.

Detto ciò, vale la pena concludere come si è partiti: la maxi Champions League a 36 squadre – appena varata dal comitato esecutivo UEFA –  non funziona, l’Europa intera ha bisogno di una competizione esclusiva. Il torneo dei campioni, dei migliori. Ma scelti per i loro meriti sportivi. Di sicuro, non ha bisogno di una setta. 

VP 

La redazione del magazine che ha fatto la storia del giornalismo sportivo online moderno

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