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La Opinión

Com’è cambiato il racconto e la concezione degli allenatori in Italia

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Il problema principale è che troppo spesso, gli allenatori, non sono considerati parte di un ingranaggio. No, sono additati come leader, responsabili assoluti se le cose vanno bene e primissimi colpevoli quando le cose – invece – non girano. Sono le prime teste a rotolare, anche quando i problemi vanno in un senso diametralmente opposto e riguardano altri. Il racconto che si fa degli allenatori, almeno in Italia, è cambiato ormai radicalmente. Non sono più operai, colletti blu che si spaccano le ossa, che basano il frutto dei loro risultati su un’assidua frequentazione del centro sportivo.

No, somigliano più a professori universitari o a filosofi che ci spiegano cosa sia la femonenologia del calcio. L’etichetta di “maestro” è stata posta, per poi essere rimossa, su troppi allenatori passati per il calcio nostrano: Di Francesco, Giampaolo, De Zerbi, in ultimi Pirlo e Giampaolo. Certo, è un appellativo che idealizza i concetti del calcio proposto, ma estremizzandoli fin troppo. Così non si rende giustizia al lavoro quotidiano, alla pratica che va oltre la teoria. Meno etichette, ma uno sguardo più attento alla minuziosità messa nel cercare un punto d’incontro con il gruppo. Il migliore allenatore, d’altronde, non impone, adegua ciò che ha a disposizione a ciò che può proporre.

Altrimenti non si spiegherebbe il motivo di un exploit così grande di Pioli, privato della sua reputazione dopo le esperienze con Lazio, Inter e Fiorentina. Semplicemente perché anche un allenatore è un ingranaggio, una parte della squadra che lavora anche con altre componenti: dalla società ai magazzinieri, i risultati sono determinati da tutte le parti in causa. Non può essere il solo allenatore a portare la bandiera di successi e fallimenti. Il Napoli di Gattuso alterna goleade a prove mediocri: certo, dopo un anno di lavoro i problemi nell’animo degli azzurri non sono stati risolti, ma Gattuso è un ingranaggio di un meccanismo che forse non funziona a partire dalle basi. La sensazione è però che anche Rino sia rimasto intrappolato, come tanti cultori dell’uscita dal basso e del “giochismo”, nella teoria.

Come se il calcio fosse solo Coverciano e studio: lì, Gattuso ha pochi rivali. Di calcio ne sa indiscutibilmente. Ma un allenatore deve anche conformarsi, preparare una partita in un modo ed essere pronto, a seconda delle necessità di una partita, a fare tutt’altro nei 90′. Andrea Pirlo era stato etichettato presto come maestro, cultore di un gioco fluido, verticale e moderno. Sentenze sparate senza neanche una panchina di background. Oggi la sua Juve è un’altra cosa: è solida, arroccata, cinica. Più allegrista che sarrista. Questo perché Pirlo ha saputo trovare i punti di forza della Juve in un’oligarchia che parte dai senatori e coinvolge i giovani. In questo senso, la cultura del lavoro e del mai saziarsi che si vive in casa Juve l’ha aiutato parecchio.

Gli onori finali della cronaca a Davide Ballardini, che con concetti semplici e conoscendo benissimo l’ambiente di lavoro del Genoa sta facendo miracoli, toccando le corde giuste nello spirito dei calciatori e predicando un calcio semplice ma efficace. Non si sa quanto durerà, né quanto durano di solito gli allenatori al Genoa: perché il coach è un ingranaggio e in rossoblu i problemi stanno altrove. Chiedere a Juric, oggetto misterioso in Liguria e costruttore di uno spartito preciso che sta portando risultati concreti a Verona: l’ambiente, il gruppo, l’alchimia, i progetti societari e la fiducia. Anche queste componenti fanno girare bene tutti gli ingranaggi.

Vittorio Perrone

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