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Hasta siempre Diego Armando Maradona

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Diego Armando Maradona si è spento mattina nella sua casa di San Andrés e insieme a lui se ne va un pezzo di storia calcio moderno. La causa esatta della sua morte non è nota, ma l’ipotesi più diffusa è quella di un arresto cardiaco.

Il mese di novembre è stato nefasto fin dall’inizio per Maradona, con il ricovero in una clinica privata di La Plata e il successivo trasferimento alla Clinica Olivos per sottoporsi ad un delicato intervento alla testa (estrazione di un edema celebrale). L’esito positivo dell’operazione chirurgica, tramutato in una sorta di festa nazionale in Argentina, può considerarsi come una vittoria di Pirro. A Diego lo attendeva un difficile recupero, ma il suo cuore non ha retto.

Quattro ambulanze hanno raggiunto in pochi minuti la sua casa immersa nel quartiere di San Andrés, tra Nordelta e il complesso di Villa Nueva, al confine tra Tigre ed Escobar. Nonostante la rapidità con cui sono arrivati i soccorsi, era ormai troppo tardi per salvarlo: El Pelusa era già morto.

Tanti anni di eccessi, trasandatezza e conflitti emotivi si sono letteralmente divorati la salute del Pibe de Oro. Se essere Maradona e avere un solo corpo è sempre stata una lotta ai limiti dell’umano, nella sua ultima apparizione come allenatore del Gimnasia si trascinava a stento per il rettangolo di gioco come un anziano over 80.

Anche gli immortali soffrono. Quell’immagine, in cui Diego poteva camminare solo con l’aiuto di due assistenti, rappresentava la sintesi perfetta del suo historial médico: la sua vecchia dipendenza dalla cocaina, un cuore che lavorava al 30% da diversi anni, l’obesità che lo ha colpito all’inizio del terzo millennio – pesava addirittura 120 chili, il bypass gastrico impiantato nel 2005, le sempre più frequenti emorragie allo stomaco, i gravi problemi di alcolismo, una manciata di operazioni alle ginocchia e gli innumerevoli colpi brutali che ha ricevuto durante i suoi giorni di gioco, tra cui la famigerata frattura di una caviglia ai tempi del Barcellona

La muerte de Diego Armando Maradona supone el final de la edad de los héroes. Ídolos, genios y productos deportivos habrá siempre, pero Maradona excedió la condición de futbolista: fue un número 10 hecho país, una reivindicación popular en pantalones cortos, el milagro posible para una porción del mundo en la que el viento sopla en contra“, si legge sulle colonne de ElPaís.

(Non) HO (mai) VISTO MARADONA.

Ma l’ho amato, l’ho sentito vicino, l’ho immaginato tante di quelle volte che mi sono convinto, sempre, di averlo conosciuto. Come se fosse il mio migliore amico.
Maradona non è stato un calciatore, Maradona è stato un Dio. Del pallone, ma da qualche altra parte ha avuto più valore del Papa. A Napoli, per esempio. Santo e uomo, mortale e immortale, cristiano e pagano, sacro e profano. Calciatore e soggetto letterario, una divinità in campo ed un mito fuori. Così grande con la palla tra i piedi, così fragile senza quel pallone fuori dal rettangolo di gioco. Un Dio Umano, leggendario proprio per i suoi paradossi. Gli stessi che l’hanno reso così semplice, così umano, così unico, così speciale.
Oggi non è morto Maradona, oggi è morto il sogno, è morto il bambino che gioca per strada, è morta la sfera, è morto ogni mancino che ha guardato, sicuramente, almeno una volta nella vita, quel sinistro gelare centinaia di portieri in giro per il mondo.
Il calcio, oggi, ha perso il suo più grande interprete. Ha perso la sua essenza e non ha niente più da scrivere e da raccontare. Lo testimoniano le lacrime, mie e di milioni di persone sparse per il globo.
Non ci sarà mai più un altro Maradona. Né mai più un altro D10S. In cui continueremo a credere. Oggi, domani, sempre. Per sempre.
Non omnis moriar. ETERNO: Maradona per sempre. E io, per ora, voglio non crederci.
Ciao Diego! 💙🌋

Gennaro Donnarumma – Sportcaf24.com

Sai Diego, quando ero bambina papà il calcio me lo raccontava attraverso il tuo nome.

Mi diceva che quei momenti non li potevo capire, gli attimi in cui il San Paolo esplodeva grazie a te, mentre lui lacrimava e teneva stretto mio fratello, ancora piccolo, sulle spalle, per fargli assaporare quel clima, mentre tu, in campo, facevi la storia, la nostra storia.
“Ale, vieni a vedere questo video”, diceva ancora papà, e così i miei occhi si riempivano e si illuminavano per le tue prodezze, per le tue reti, o per dei semplici passaggi che avevi la straordinaria capacità di rendere magici sfidando persino la forza di gravità.
Oggi invece gli occhi non smettono di piangere. Perché tu, querido Diego, SEI, e non “sei stato”, protagonista indiscusso di calcio, Re, D10S, pura e semplice passione.
Ecco, tu sei quello che rende il calcio diverso da tutti gli altri sport, sei devozione assoluta e intenso amore, sei il cuore che batte all’impazzata, sei brividi e tremolio alle gambe.
Il più grande, sì.
Perché ce ne sono e ce ne saranno altri, di talenti, ma nessuno mai come te. Tu che sei sempre stato “di un altro mondo”, oggi sei tornato esattamente da dove sei venuto.
Grazie per quel legame immenso e totalizzante con il Napoli e con Napoli.
Grazie per averci insegnato che, al di là di tutto il fango che ti può cadere addosso, al di là dei tanti lati sporchi del calcio e degli errori maledetti, “La pelota no se mancha”. Il pallone non si sporca.
Che la vita ti perdoni, querido Diego, perché oggi hai segnato il gol definitivo. Che quella “mano de Dios” ti prenda con se e ti tenga stretto, lontano lontano da quel fango. Da qualche parte, in qualche angolo di cielo, starai già incantando anche Lui.
Ancora e per sempre, sei nostro, Diego, e noi eternamente tuoi. Nulla potrà mai cambiare questo, nemmeno la morte.

Alessandra Santoro – Sportcafe24.com

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