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Cronaca

Espulso dalla scuola per il piercing: finalmente ha vinto la Scuola

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C’è una cosa che noi italiani non abbiamo mai capito (e che probabilmente non capiremo mai): la forma è sostanza. Per noi, figli della Terra dei cachi e di una scuola mediocre, la forma non è la pietra angolare di ogni consuetudine civile ma solo il retaggio un po’ ammuffito di tempi ormai trascorsi, tempi in cui erano il monocolo e le ghette a distinguerci dagli altri, non l’anello al naso. Spiegare ai nostri connazionali che tradire la forma equivale a tradire la sostanza, e che questa regola ha ben poche eccezioni, è un’impresa quasi persa in partenza, è un po’ come giocare in trasferta su un terreno fangoso e maledettamente ostile. Solo gli educatori più coraggiosi ci provano, e quando dalle parole – magari messe nero su bianco in un regolamento scolastico – passano ai fatti, il Paese che li circonda mette a nudo la sua vera sostanza.

QUESTIONE DI PRINCIPIO (DELLA FINE) – Sotto questo aspetto, la vicenda dello studente sardo espulso dalla scuola per il suo piercing al naso – e del linciaggio mediatico cui è ora sottoposta Fabiola Martini, preside dell’istituto alberghiero di Arzachena – è davvero emblematica, e la dice lunga su quanto sia profonda e infestata da coccodrilli la palude culturale italiana. Nota bene: per allontanare dalla scuola il 18 enne Mattia Carbini è stato necessario l’intervento dei carabinieri (!), e il padre del “ribelle” ha ritenuto doveroso querelare la preside, rea – ma lei smentisce categoricamente – di aver strattonato Mattia per impedirgli di entrare a scuola. “Ci troviamo di fronte ad un regolamento fuori dai tempi che discrimina i ragazzi”, tuona Antonio Carbini, 53 anni, agente di viaggio di Olbia. “Per mio figlio è diventata una questione di principio, tanto che ha deciso di ritirarsi da scuola e di opporsi a un regolamento che impedisce agli studenti di esprimersi come meglio credono. Anche perché – prosegue Carbini mettendo involontariamente il dito nella piaga – che esempio danno i professori che portano l’orecchino? E’ giusto affermare che il regolamento vale solo per i ragazzi?”.

LA SCUOLA NON E’ LA STRADA – Almeno in teoria, la scuola dovrebbe essere magistra vitae, e dovrebbe quindi addestrare fin da subito al rispetto della forma. Fateci caso: lo svacco di un Paese è sempre proporzionale allo svacco della forma – questa è la sostanza, in fondo – e la scuola che non lo insegna genera uomini a metà. Chi è messo peggio, secondo voi? Il Paese in cui sembra virtuoso dire bada alla sostanza e non alla forma (non badare a entrambe, quindi, basta la metà) o quello dove i ragazzi vanno a scuola in divisa e il please è la parola-base di ogni conversazione? La verità, purtroppo, è che saremo sempre indietro finché ci ostineremo a non capire certe cose fondamentali, e a non comprendere che ci sono luoghi – e la scuola è il primo fra questi – che non si possono confondere con la strada o il bar dello Sport, dove ognuno è libero di “esprimersi come meglio crede”. Altrimenti in futuro avremo tribunali pieni zeppi di giudici tatuati e vestiti casual, primari di ospedale col piercing sulla lingua e ministri dell’istruzione con la cresta tricolore. Rassicurante, vero?

Grazie, professoressa Martini. Con lei ha vinto la Scuola.

Enrico Steidler

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