Elisa Belotti
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Philomena: l’amore di una madre

Una donna alla ricerca del figlio "perduto"

Philomena: l’amore di una madre
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Facciamo un gioco. Siamo nel periodo delle feste. E “feste” significa, tra le altre cose, grosse e grasse scorpacciate. Partiamo da questa metafora per descrivere quello che è un capolavoro. D’altro canto, siamo il popolo del buon gusto (soprattutto a tavola), alcune cose, noi, le capiamo dalle papille. Vi si chiede solo un tantino di astrazione, di essere partecipi della stesura di questa recensione; non vi lamentate: siete in vacanza, qualche secondo da spendere l’avrete. Immaginate di entrare in un ristorante nel quale il pregevole chef impone una regola: potrete gustare le sue prelibatezze (è un cuoco dall’abilità culinaria impareggiabile) solo bendati e senza sapere quali pietanze vi verranno servite. Quindi, eccovi lì, con il bavaglione legato al collo e una benda sugli occhi, pronti ad addentare la sorpresa gastronomica. Ora immaginate di scoprire che quello che state mangiando è veramente molto amaro. Amaro da far venire quasi un groppo in gola, che quasi non si riesce a mandarlo giù. Insomma, troppo amaro. Ma voi, da bravi quanto educati clienti, deglutite ed ecco che piacevolmente scoprite un retrogusto dolce, delicato, buono che vi fa venire voglia di sorridere e prenderne un altro boccone. Secondo assaggio, stessa storia.

Judi Dench, protagonista del film "Philomena"

Judi Dench, protagonista del film “Philomena”

QUEL PECCATO IMPERDONABILE… – Ecco, Philomena, il nuovo film di Stephen Frears (regista di Le relazioni pericolose, The queen, Alta fedeltà, ma anche del meno conosciuto, ma veramente sfizioso, Lady Henderson presenta che già mostrava come l’accoppiata con Judi Dench fosse vincente) è così. La forza del regista sta nel saper indagare, con sguardo realista, i diversi aspetti della sfaccettata società inglese. Questa volta, tocca alla vera storia di Philomena Lee. Nel 2009, infatti, Martin Sixsmith pubblica “The lost Child of Philomena Lee”. Proprio questa meravigliosa signora irlandese e il giornalista Sixsmith che, depresso perché licenziato dal suo importante ruolo di responsabile della Comunicazione nel governo Blair, l’aiuterà a cercare suo figlio dopo cinquant’anni, sono i due protagonisti. Cosa è successo a questa donna perché la sua vita finisse prima in un libro e poi in un film? Philomena, come tante altre ragazze nella severissima e cattolicissima Irlanda degli anni ’50, rimane incinta quando è molto giovane e senza essere sposata; così, viene disconosciuta dal padre e spedita nel convento di Roscrea. Un altro film, bello e duro, come Magdalene (Leone d’Oro a Venezia, nel 2002) ci aveva già raccontato cosa accadesse nei conventi dove quelle povere ragazze, colpevoli di aver peccato (soprattutto d’amore, ignoranza e ingenuità), venivano mandate per espiare le proprie colpe. Costrette a partorire nel dolore più aberrante, senza sollievo o aiuto alcuno, obbligate a svolgere lavori durissimi e a vedere i propri figli venir adottati da sconosciuti più ricchi, ben pensanti e meno peccatori di loro. Ecco, dunque, l’ipocrisia di una parte della Chiesa, quella che si erge a divinità e che giudica, giudica e non perdona, contrapposta all’amore di una madre (un amore vero, sincero, pronto ad accettare ogni lato della vita di un figlio conosciuto così poco), alla vera fede di una donna che, nonostante le sofferenze, sa essere grata (ma lo diceva ironicamente anche Woody, no? «Non ho niente contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa!»)

LA SCENEGGIATURA, IL PREMIO, GLI ATTORI –  Questo film si aggiudica il Premio per la miglior sceneggiatura alla 70ª Mostra del Cinema di Venezia. Siamo così abituati a dare poca importanza all’aspetto della scrittura nel cinema, che è doveroso rilevare con quale abilità è stata stesa la sceneggiatura di questo lavoro cinematografico, dalle mani di Steve Coogan (che nel film interpreta – molto bene – Martin Sixsmith) e Jeff Pope. E Frears, sempre così attento, lo sa e le è stato fedele. Ma la perla del film è lei: Judi Dench, la protagonista, che con una maestria inconfutabile sa farci ridere e, nel contempo, commuoverci. Touché. Come potrebbe essere diversamente quando una grande donna interpreta un’altra grandissima donna?

Torniamo al nostro gioco. Ci si ritrova lì, seduti al cinema, con il nodo alla gola e le lacrime pronte quand’ecco che una battuta ci fa sorridere – se non ridere – e stempera ogni tensione. Perché questa storia è così: amara da far male al cuore, dura da digerire, ma con quel retrogusto dolce, leggero, delicato che è il carattere peculiare di una cosa che appartiene a tutti noi: la vita.

Grazie a Philomena Lee per aver deciso che questa storia venisse raccontata.

E a Sixsmith e Frears, per averlo fatto.

Elisa Belotti

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