Daniel Degli Esposti

Il ritorno degli Oklahoma City Thunder: sarà l’anno giusto?

Il ritorno degli Oklahoma City Thunder: sarà l’anno giusto?
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I Thunder hanno vinto 9 delle ultime 10 partite e si candidano per il titolo della Western Conference.

Dopo un avvio difficile, gli Oklahoma City Thunder hanno inanellato una lunga striscia vincente e sono tornati ai vertici. Sono pronti per il titolo?

Kevin Durant con la maglia di Oklahoma

Kevin Durant con la maglia di Oklahoma

Dopo un inizio di stagione non troppo brillante, gli Oklahoma City Thunder sono tornati ai vertici della Western Conference e del Power Ranking settimanale della NBA. Nelle ultime dieci partite, i ragazzi di Scott Brooks hanno portato a casa nove vittorie e si sono fortemente rilanciati nella lotta per il primato della Northwest Division; dal 16 novembre ad oggi, soltanto la sorprendente locomotiva dell’Ovest Portland è riuscita a fermare la risalita dei Thunder. Il fragore dei tuoni continuerà ad imperversare nelle arene di tutta la NBA? Quel che è già certo è che, se la franchigia riuscisse a convertire in elettricità la carica del pubblico di Oklahoma City, la Chesapeake Energy Arena e l’intero suo circondario non avrebbero più bisogno di pagare l’allacciamento alla corrente. Durant, Westbrook e compagni hanno basato le loro fortune sulla solidità del loro fortino: a dicembre inoltrato, il record casalingo dei Thunder è ancora immacolato e sul loro parquet si trovano gli scalpi di squadre del calibro dei Pacers, degli Spurs, dei Clippers e dei Warriors.

IN CASA: 10 E LODE! Nella stagione in cui si presentava ai blocchi di partenza con il maggior numero di incognite e di problemi, Oklahoma City si candida a recitare nuovamente un ruolo da protagonista assoluta nella corsa al titolo della Western Conference e al Larry O’Brien Trophy. Venti giorni di basket giocato hanno cancellato dal cuore dei tifosi le nuvole di un’estate piena di riflessioni dolorose e di dubbi amletici: Westbrook tornerà quello di prima? Durant riuscirà a fare il definitivo salto di qualità? Scott Brooks troverà le soluzioni per superare la dipendenza dalle due superstar? Fino alla metà di novembre, le risposte che l’ambiente dava a queste domande assumevano toni cupi e rassegnati, ma, da quando i Thunder sono in città, Oklahoma City vive e respira pallacanestro; alla Chesapeake Energy Arena, il pubblico partecipa come in pochi altri luoghi degli sport professionistici americani. La gente rispetta i giocatori, li sostiene, li spinge avanti anche nelle difficoltà; così, una vittoria dopo l’altra, OKC si è rimessa in carreggiata e si è permessa il lusso di travolgere i devastanti Indiana Pacers di questo inizio di stagione.

OLTRE LE MURA AMICHE: IL NUOVO WESTBROOK. Un cambio di passo così evidente non si può spiegare soltanto attraverso l’apporto dei tifosi o il rendimento casalingo; i fattori che hanno influenzato il secondo decollo della franchigia sono molteplici e hanno raggiunto una certa efficacia poiché si sono presentati all’unisono. Uno dei più rilevanti è, senza dubbio, il ritorno di Russell Westbrook. Nelle stagioni della crescita dei Thunder, il playmaker di Long Beach era stato la croce e la delizia del suo coach: quando riusciva a gestirle insieme ai suoi compagni, le scariche elettriche con cui tramortiva i suoi avversari facevano le fortune di OKC, ma non era semplice convogliare la loro disarmante energia sui binari tattici giusti. La partenza di Harden aveva tolto a Westbrook una spalla fondamentale, un genio che si era dimostrato capace di assumersi la guida dell’attacco nei momenti in cui Russell andava fuori giri e di accontentare Durant quando il suo gemello si dimenticava di servirlo per qualche azione. Dopo una stagione controversa, Westbrook ha scoperto di avere dei limiti: il suo fisico non gli aveva mai presentato il conto di un’esplosività quasi anormale e non lo aveva mai indotto a riflettere sull’uso della sua sconfinata elasticità. La riabilitazione ha tolto qualche kilowatt alla sua dinamo, ma ha implementato alla sua sconfinata energia un controllo del corpo e della partita che Russell non aveva mai avuto prima.

DURANT: TRA OSSESSIONE E MATURITÀ. Il segreto di Pulcinella della striscia vincente di OKC indossa la maglia numero 35 e risponde al nome di Kevin Durant. Nell’ultimo mese, il miglior attaccante della NBA contemporanea ha inanellato una serie di prestazioni mostruose: dopo un inizio in sordina, KD35 ha ritrovato l’equilibrio offensivo e ha mostrato agli osservatori di tutta la Lega un repertorio disarmante. Se dalle parti di Indianapolis non agisse un certo Paul George e se LeBron James tornasse sul pianeta dal quale è atterrato il 30 dicembre del 1984, le sue statistiche somiglierebbero sinistramente a quelle di un MVP: i 28.9 punti, gli 8.5 rimbalzi ed i 5 assist che ha fatto registrare ogni volta che si è allacciato le scarpe fanno emergere solo in parte la forza che il suo gioco ha trasmesso ai compagni. Dalla sconfitta contro Memphis, Durant ha iniziato a considerarsi un uomo in missione: non vuole più sentirsi chiamare “runner-up” – sfidante sconfitto; non tollera quell’etichetta di “eterno secondo” che la critica gli ha affibbiato dopo le Finals del 2012 e l’eliminazione del 2013. I compagni lo hanno visto più maturo e più capace di leggere le situazioni del campo. I tifosi dei Thunder possono essere ottimisti: Durant vuole l’Anello, sogna di vincerlo a Oklahoma City e lavora duramente per andarselo a prendere.

BASTERÀ? La grande prolificità offensiva, i miglioramenti nel gioco di squadra, gli “steps-up” di Ibaka e Jackson e la determinazione furiosa di Durant e Westbrook lasciano ben sperare i tifosi dei Thunder, ma i profeti di un’eccessiva letizia devono stare molto attenti: la stagione NBA è lunga e, nella fortissima Western Conference, la concorrenza è spietata. Parker e Duncan, Paul e Griffin, Lillard e Aldridge, insieme al solito Alieno col numero 6, attendono i Thunder al varco dei Playoffs; nella torrida atmosfera di maggio, OKC non potrà prescindere dalla saggezza di Nick, dalla difesa di Thabo e dalla durezza di Perk. Altrimenti, sarebbe sempre e soltanto la stessa vecchia storia e, a quel punto, sarebbe difficile spiegarlo a questo Durant.

Daniel Degli Esposti

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