Enrico Steidler
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Guardi le moto in tv? Se Romboni è morto la colpa è anche tua

Le lacrime del coccodrillo con la pancia piena sommergono l’ennesima vittima di uno “sport” assassino

Guardi le moto in tv? Se Romboni è morto la colpa è anche tua
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“Oggi più che mai capisco che noi siamo e saremo sempre burattini che cadono, che muoiono, che si feriscono… Ma non importa a nessuno. L’importante e’ che il burattinaio faccia cassa. Queste non sono le parole di un vecchio saggio cinese, come potrebbero sembrare, ma quelle di una ragazza di ventisette anni finita su una sedia a rotelle per colpa del motociclismo, Alessia Polita. Destinate ad essere portate via dal vento dello show-biz, queste parole devono però ora soffermarsi quanto basta per mettere nero su bianco una considerazione che la nostra società antropofaga è abituata a nascondere e a conservare nell’armadio degli scheletri: se esistono i gladiatori è perché c’è un pubblico che li guarda, si diverte e paga. Ogni altra valutazione, rispetto a questa, è secondaria e stucchevole come le lacrime di un coccodrillo che ha appena fatto il ruttino e già pensa al prossimo boccone.

La gloria del motociclismo fa un'altra vittima, Doriano Romboni

La gloria del motociclismo fa un’altra vittima, Doriano Romboni

IN GOLD WE TRUSTDoriano Romboni, il mitico Rombo delle frecce tricolori (lui, Max Biaggi e Loris Capirossi) è morto nel modo più tragicamente simbolico che si potesse immaginare, travolto da una moto come Marco Simoncelli alla manifestazione organizzata in sua memoria, il “Sic Supermoto Day”. “Ma lo sai che mi sto proprio divertendo? – diceva ieri il pilota ligure a Guido Meda dopo le prime prove – “Da una vita non andavo in moto con tanto gusto“. Di lì a poco lo schianto fatale: “Ho frenato, mi son fermato, ho buttato la moto a terra e son corso lì, convinto che fosse Dovizioso” – racconta il noto telecronista del motomondiale – “convinto che avrei dovuto solo sussurrargli qualche buona parola di conforto. Non sapendo fare altro. Convinto, come al solito, che fosse solo una bottarella, di quelle che spesso rintronano i piloti, ma per qualche minuto e basta. Poi si svegliano. Da sotto il casco ho visto invece gli occhi di Romboni semiaperti che guardavano velati e fissi qualcosa di così lontano da non essere qui. Non si muoveva nulla. “Doriano ci sei? Romboni, Rombo!” Non sentiva nulla”. (…) “Ora vai” – conclude Guido Meda la sua terribile testimonianza – “Chiudi gli occhi e vai che non ti ferma più nessuno”. La tragedia nella tragedia, però, è che nessuno ferma i superstiti, perché “l’importante” – come dice Alessia Polita – “è che il burattinaio faccia cassa”.

LA BANALITA’ DEL MALE – Ma la radice del problema (e della morte di Romboni), in realtà, è molto più profonda e quindi quasi inconfessabile: le responsabilità, infatti, sono innanzitutto di chi si appassiona, guarda e alimenta il business. E’ inutile girarci intorno come al solito scaricando tutte le colpe sui circuiti, gli organizzatori, le condizioni meteo o gli stessi piloti, ed è ancora più inutile, per non dire idiota, prendersela con la sorte “beffarda” e il destino “crudele”. Basta, ora basta! La verità, per quanto possa essere sgradevole e impopolare, va detta, e va detta a chiare lettere: guardate il motociclismo in tv? Bene, uno dei chiodi sulla bara lo avete messo voi, e sarebbe giusto, perlomeno, che la birra e i pop corn vi andassero di traverso. Prendetevi le vostre responsabilità: chi ama gli animali e prova disgusto per i campi di sterminio (“allevamenti” e mattatoi) diventa vegetariano, non si limita a recriminare: fa. Lo stesso discorso vale per voi, e a maggior ragione vale per tutti quelli che salgono su questa giostra sanguinosa per divertirsi e trarne guadagno al tempo stesso, giornalisti commossi in pole position naturalmente. Spegnete la tv, quindi, o guardate qualcos’altro, altrimenti ci saranno ancora 10, 100, 1000 Romboni – quella fabbrica di morti chiamata Parigi-Dakar, ad esempio, inizia fra un mese – e altrettanti processi di beatificazione postumi con tanto di immaginetta e lumino sempre acceso.

Non c’è più rispetto di niente e nessuno” – scrive Alessia Polita su Facebook censurando chi vorrebbe proseguire lo show a cadavere di Romboni ancora caldo – “E noi piloti siamo i primi coglioni. A schiaffi vi prenderei uno per uno“. Una parolina, se non proprio uno schiaffo, dovrebbe però essere riservata anche a tutti quelli che criticano il sistema facendone allegramente parte, a cominciare dai superstiti naturalmente: volete piangere? Volete urlare? Bene. Però, per cortesia, fatelo in silenzio. Avanti il prossimo.

Enrico Steidler

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4 Responses to Guardi le moto in tv? Se Romboni è morto la colpa è anche tua

  1. Paolo 1 dicembre 2013 at 18:04

    Accidenti Enrico come sei cattivo!

    Sono un acceso appassionato di motociclismo. Amo la spettacolarità dello sport, il fatto che ci voglia del “pelo” nel praticarlo. Non so se hai mai provato ad andare in moto, ma ti posso assicurare che dà emozioni che un’auto, per quanto potente, non riesce a darti.
    Però andare in moto è intrinsecamente poco sicuro: appoggi su 2 centimetri quadrati di gomma e in caso di incidente non hai nessuno dei potenti “gadget” dedicati alla sicurezza passiva che hanno le auto (airbag, cinture di sicurezza, barre di rinforzo alle portiere, ecc.), ma solo tuta, qualche rinforzo alle parti delicate del corpo e il casco in testa.

    Il problema siamo noi che guardiamo le moto in tv? Non penso proprio! Uno come Romboni (ma anche uno come Simoncelli e se vogliamo parlare di vivi Rossi, Pedrosa, Lorenzo, Marquez, ecc.) corre anche se nessuno lo guarda, perché quello sport gli dà sensazioni uniche, che nessun altro sport o attività è in grado di dargli.

    Questo non deve prescindere dal dargli la massima sicurezza possibile e la pista di Latina non dava ampi margini di sicurezza, anzi, e non deve fare venir meno il rispetto che ogni vita umana deve avere e che è superiore a qualsiasi spettacolo possa venire annullato nonostante si sia pagato il biglietto.

    Alessia Polita nel suo sfogo infatti prende di mira il fatto che qualcuno voleva che si corresse nonostante la morte di Romboni, in questo senso parla di burattini e burattinai. Non nel senso che tu hai voluto interpretare di: piloti=persone obbligate a fare uno sport pericoloso.
    Nessuno li obbliga! E’ solo la loro maledetta passione!

    Ciao
    Paolo

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  2. Roberto Vignola 1 dicembre 2013 at 19:38

    Ho letto l’articolo, lo condivido e condivido anche quanto detto dal lettore Paolo, perchè la passione non si discute. Aggiungo due considerazioni. Sebbene ci sia tanta, ma tanta attività sportiva nel guidare una moto, non posso considerare “sportiva” una gara alla quale i partecipanti usano mezzi non identici. Che siano cavalli, moto o auto, si usano strumenti differenti. Come se un lanciatore del peso debba scagliare una incudine o un sassolino. Quindi per me non è sport, ma quacosa che gli assomiglia. La seconda cosa che esula, ma è connessa a quanto ha detto il lettore Paolo è che trovo curioso che io sia obbligato ad indossare la cintura, impiegare seggioloni omologati e voi invece possiate circolare su due centimetri di gomma, senza protezione e con i bimbi appesi come dei sacchetti della spesa. Tutto il sistema del “mortociclismo” e della “Motopedia” che non ha alcuna logica se non la passione e il business. Un saluto.

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  3. Enrico Steidler 4 dicembre 2013 at 19:47

    Caro Paolo,
    una passione che solo nel nostro Paese provoca ogni anno centinaia di morti, migliaia di feriti, milioni di euro di danni e miliardi di lacrime si definisce da sé, e in un simile contesto ogni riferimento al “pelo”, alla spettacolarità e alle sensazioni uniche ha senso solo se stai invocando le attenuanti. Generiche, si intende. Altrimenti è solo retorica, utile, se vuoi, a togliere le macchie di sangue dall’asfalto ma non a fermare l’emorragia. Non sono affatto insensibile al fascino del brivido (ho il brevetto di paracadutista sportivo) ma so che prima dell’adrenalina viene il senso di responsabilità, o perlomeno dovrebbe. Se uno sa che è intrinsecamente pericoloso poggiare su due centimetri quadrati di gomma, e lo è, dovrebbe rallentare di brutto e raffreddare i bollenti spiriti: tu puoi anche avere la tuta, il casco e protezioni varie, infatti, ma la persona che potresti investire sicuramente no. Questo per quanto riguarda il motociclismo “civile”, ma quello dei professionisti – sotto certi aspetti – è anche peggio. E’ vero, come dici tu, che Valentino e i suoi colleghi correrebbero anche da soli (come d’altra parte fanno milioni di anonimi appassionati), ma è altrettanto evidente che il pubblico e la gara sono i più nefasti moltiplicatori del rischio che si possano immaginare: questo è il punto, e parlare di sicurezza in un simile scenario è certamente sacrosanto ma anche surreale. Il pubblico, poi, è il primo responsabile, perché è la domanda del mercato a creare l’offerta. E’ una banalità, “la banalità del male” come scrivevo nel mio pezzo. Nessuno, per concludere, obbliga i piloti a correre, ma a fare i burattini sì. E da che mondo è mondo, si sa, il burattinaio ha pochi scrupoli, e il pubblico suo “padrone” non lo paga per averne

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  4. Enrico Steidler 4 dicembre 2013 at 19:48

    Caro Roberto,
    condivido in pieno la sua osservazione sui “bimbi appesi come dei sacchetti della spesa”, un malcostume davvero pericoloso e diffuso, e anche io (sebbene per ragioni diverse) non riesco a considerare “sportive” attività come il “mortociclismo” e l’automobilismo. Non la seguo, però, quando scrive che “la passione non si discute”. A mio giudizio la passione non solo si può, ma si deve discutere se i suoi costi ricadono sull’intera collettività. Gli appassionati di francobolli o di giardinaggio non provocano lutti e danni a ripetizione, quelli delle due ruote sì, e fra i “Pantaloni” che pagano c’è anche lei. E dove sta scritto che non si possa discutere la passione per la caccia, ad esempio, o quella per il gioco d’azzardo? Il numero incalcolabile di animali massacrati in tutto il mondo e la rovina di milioni di famiglie non sono forse una buona ragione per farlo? Secondo me sì, e il fatto che ci siano di mezzo gli interessi di un’industria (o dell’erario) rende la discussione ancora più urgente e necessaria, e in fondo anche più nobile.

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