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Arte&Cultura

La pittura di Antonello da Messina, il volto misterioso e seducente della bellezza

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«Antonello (che per aver lavorato soprattutto a Venezia va considerato come veneziano) invece di mantenere l’unificazione dei problemi della forma e del colore riprende l’idealismo prospettico di Piero, ma si limita ad attuarlo con intensità quasi esasperata, quasi solo nei riguardi della forma più che del colore: si limita cioè a dotare la forma, soprattutto la forma umana di volumi ideali che tendono in sostanza alla sfera e al cilindro, senza naturalmente cadere in coincidenze prettamente geometriche».

ANTONELLO: UN OUTSIDER – Così il giovane Roberto Longhi, nella sua Breve ma veridica storia della pittura italiana del 1914, introduce la figura del grande Antonello da Messina. Un outsider, Antonello, stando alle limpide parole del Longhi, e tale per aver trasgredito la norma, per aver osato guardare oltre l’orizzonte della laguna veneziana; tale per aver introdotto nella cultura veneta lo spirito geometrico dell’aretino Piero della Francesca. Da Piero, come ricorda il Longhi, Antonello recupera “l’idealismo prospettico”, attuandolo, però, quasi solo alla forma più che al colore. E questo perché nelle opere di Antonello il colore deve essere quello della natura, quello delle cose, quello della carne degli uomini; la forma, invece, deve essere data dall’intelletto, dalla ragione: è l’idea che deve diventare immagine; è pensiero che deve farsi corpo; astrazione che deve diventare passione. Colore naturale e forma ideale, quindi, intimamente legati per ritrarre il volto misterioso e seducente della bellezza. Questo è Antonello da Messina.

ANTONELLO E LA PITTURA FIAMMINGA – Antonello è il pittore che introdusse in Italia, nel Quattrocento, la pittura ad olio, probabilmente appresa durante un soggiorno nelle Fiandre, dove i fiamminghi facevano già uso di questa tecnica artistica. Anche per questo, Antonello, può essere considerato un autentico rivoluzionario, un vero innovatore. Giorgio Vasari, nelle sue Vite, ci descrive il percorso formativo di Antonello, non trascurando la (probabile) esperienza fiamminga del maestro siciliano, in questi termini: «Ora, avendo un Antonello da Messina, persona di buono e desto ingegno ed accorto molto e pratico del suo mestiero, atteso molti anni al disegno in Roma, si era prima ritirato in Palermo e quivi lavorato molti anni, ed in ultimo a Messina sua patria; dove aveva, con l’opere, confermata la buona opinione che aveva il paese suo della virtù che aveva di benissimo dipingere. Costui, dunque, andando una volta per sue bisogne di Sicilia a Napoli, intese che al detto re Alfonso era venuta di Fiandra la sopraddetta tavola di mano di Giovanni di Bruggia, dipinta a olio per sì fatta maniera, che si poteva lavare, reggeva ad ogni percossa, ed aveva in sé tutta perfezione […] messo da parte ogni altro negozio e pensiero, [Antonello] se n’andò in Fiandra; e in Briggia pervenuto, prese dimestichezza grandissima col  detto Giovanni».

LA RIVOLUZIONE DELLA PITTURA AD OLIO – È durante questo possibile soggiorno, a contatto diretto con il maestro Giovanni da Bruggia, che, secondo il godibile racconto del Vasari, Antonello avrebbe appreso la tecnica della pittura ad olio. Ma al di là della bella descrizione vasariana – bella nella forma, bella nel contenuto – non disponiamo, a tutt’oggi, di una documentazione che attesti l’effettivo viaggio di Antonello nelle Fiandre, e la critica contemporanea spiegherebbe, piuttosto, le evidenti influenze fiamminghe nell’opera antonelliana (soprattutto nei lavori giovanili) con la formazione di Antonello in terra napoletana presso la bottega di Colantonio. Napoli era, a quel tempo, in rapporti con la Francia, le Fiandre e la Spagna. A Napoli dovettero arrivare, quindi, alcuni lavori dei maestri europei, tra cui anche quelli dei fiamminghi. È qui che Antonello, guardando le tavole dei maestri d’oltralpe, avrebbe appreso la innovativa e sorprendente tecnica della pittura ad olio. In ogni caso, è certo che fu il primo pittore italiano, Antonello, a dipingere le sue tavole avvalendosi di questa nuova tecnica artistica, influenzando e cambiando radicalmente le sorti della pittura italiana. Grazie alla pittura ad olio i maestri italiani del Rinascimento poterono così raggiungere qualità molto alte nelle loro opere, e Leonardo, parimenti, sperimentare, coi colori e attraverso l’uso dello sfumato, i rapporti tonali che la luce naturale rendeva possibili tra le cose sussistenti nell’universo.

Antonello da Messina, "San Sebastiano" (1475 circa), Dresda, Gemäldegalerie

Antonello da Messina, “San Sebastiano” (1475 circa), Dresda, Gemäldegalerie

ANTONELLO, PITTORE DELLO SPIRITO – Ma se Leonardo indaga la realtà, usando la pittura quale strumento per riprodurre ciò che c’è, ciò che esiste; Antonello indaga non già la realtà esteriore, ma la psiche dell’uomo. Indaga e studia una realtà altrettanto misteriosa: quella dell’io. In questo egli anticipa un pittore come Lorenzo Lotto. Anche il Lotto, infatti, cercò di trascendere il mistero della natura umana, andando sempre più al fondo della coscienza degli uomini che andava ritraendo, squadernando al mondo, di questi, le verità nascoste, i turbamenti taciuti, le inquietudini silenti. Ma rispetto a Lorenzo Lotto, è stato, Antonello, più spirituale. Si pensi ad un quadro come L’annunciata del 1477 (Palermo, Galleria Nazionale) o un quadro come Ritratto d’uomo del 1470 (Londra, National Gallery). O ancora il cosiddetto Ritratto Trivulzio del 1476 (Torino, Museo civico), lì dove nello sguardo dell’uomo raffigurato può leggersi quella cattiveria che obnubila il suo animo e  corrompe il suo spirito. Si pensi al San Sebastiano del 1475 circa (Dresda, Gemäldegalerie), figura, questa, monumentale, potente, assoluta. Il corpo del santo, trafitto dalle frecce, quelle del suo martirio, non è per niente turbato, per niente scosso, anzi pare godere d’ottima salute. È il vigore che nasce dalla certezza di avere in sé lo spirito di Dio. Un corpo, quello del santo, illuminato da una luce che non è più quella dell’atmosfera, ma quella dell’eternità. Una luce che proviene direttamente dal Verbo, per svelare all’uomo il mistero dell’Essere e della realtà. È spirituale, Antonello, anche nella descrizione degli spazi, come nel caso del San Girolamo nello studio del 1474 (Londra, National Gallery). Qui la luce descrive analiticamente ogni oggetto, ogni cosa, e il santo, immobile nel suo studiolo, ascolta silenzioso la parola di Dio, che è nella realtà che lo circonda, così come nella voce della sua coscienza.

LA MOSTRA – Al MART di Rovereto (Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) è aperta fino al 12 gennaio 2014 un’interessante mostra dedicata al maestro siciliano, intitolata Antonello da Messina.

Michele Lasala

 

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