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Il calcio italiano non merita questo tipo di informazione!

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Adriano Galliani e Barbara Berlusconi
La scena dell'informazione sportiva italiana

La scena dell’informazione sportiva italiana

“Senza di noi, voi non sareste nulla”: questa spesso la unilaterale risposta del giornalismo al mondo del calcio che prova a richiedere un’attenzione diversa dalla attuale: dal “Why Always me?” di Balotelli (che, come vedremo in questo pezzo, ha ragione), all’appello a chiudere le finestre di mercato prima dell’inizio dei campionati; al di là dell’implicito professionismo, è difficile rendere il 100% se non conosci il tuo futuro.

IL GIOCO DELLE PARTI – I giornalisti su questo ci hanno sempre marciato, per giustificare scempiaggini e nefandezze figlie del servilismo più becero: “Io  ti faccio diventare famoso, quindi ti conviene avermi nella tua vita, ti conviene che io mi intrufolo e pubblico notizie magari anche non vere (citando il compianto Franco Rossi : “per una notizia sarei risposto a tutto, anche a scrivere la verità”) “ma assolutamente scottanti, perché poi c’hai il ritorno d’immagine, diventi una star, ti chiamano i grandi….”. Il soggetto della proposta? A voi la scelta: superstar del pallone, grande dirigente, presidente, allenatore, fino a ex-gloria in cerca di riscatto, meteora etc.“. Il giochino funzionava: le copie si vendevano, il popolo bue beveva ogni panzana  come dalla fonte della verità ed addirittura i giornalisti erano cercati dai calciatori con conferenze stampa ad hoc, indiscrezioni ecc. Questo almeno fino a qualche anno fa..

IL RE E’ NUDO – Come in tutte le trasformazioni destinate a passare alla storia, anche questa ha un’origine indefinita e molti padri: il rapporto tra calciatori e stampa si è, soprattutto negli ultimi anni, decisamente rovesciato, e gli unici a non accorgersene sono proprio i giornalisti! E’ cambiato da una parte (evolvendosi in maniera assolutamente feroce) il modo di fare e dare informazione, che ha acquisito una struttura e una ramificazione assolutamente nuovi e per i cartacei totalmente impensati fino a pochi anni fa. Il rapido dilagare del web è coinciso con l’apertura straripante di spazi editoriali sportivi online, di cui sì, è vero, molti sono morti poco dopo essere nati, ma i migliori sono rimasti, e sono seguiti, perché hanno le caratteristiche che il classico quotidiano sportivo cartaceo non ha mai avito e non può avere: immediata interazione, aggiornamento costante, notizie provenienti dal campo e commentate a caldo e a freddo. Già, ma chi li dirige questi spazi?

ITALIANI, 60 MILIONI DI CT E… DI GIORNALISTI – Ce lo dice di riflesso l’ultimo rapporto sulla libertà di stampa e il diritto di informazione : in soldoni, in Italia da anni continua a crescere il numero dei giornalisti, ma sono sempre di meno quelli a regolare servizio di un giornale. Si crea così una pletora di professionisti che decidono di “sfangarla” in altro modo e, dovendo crearsi da soli un lavoro, mettono in spazi editoriali singoli o condivisi  tutto ciò che loro hanno (tempo, impegno, passione, soldi) e l’informazione ne risente, in positivo. Pezzi freschi, aggiornati, competenti e spesso molto attenti anche alle qualità extratestuali: graficamente accattivanti, non di rado di un certo livello anche qualitativo, e via dicendo. In altre parole, il CT da bar, che è in tutti gli italiani, che si limitava a lamentarsi con gli amici tra un bicchiere e l’altro si trasforma in CT da web, occupa spazio, diffonde idee, satura la sete di conoscenza.

CIRCOLO VIZIOSO – Il fenomeno erode sempre più utenti alla stampa tradizionale, incapace di rinnovarsi adeguatamente (avete mai provato a leggere con attenzione le loro versioni online?) di diversificare il prodotto magari rispettando le altre visioni extracalcistiche (bruciano i trafiletti online dedicati all’ultima finale NBA, una delle più belle della storia). Risultato? Vendite a picco (non solo per il comparto sportivo) e la più importante società editrice di giornali sportivi (e non solo), la RCS che è costretta a vendere la storica sede della Gazzetta dello Sport a prezzi da discount per evitare la bancarotta.

LA CURA PEGGIORE DEL MALE – Nel mentre, cosa fanno i giornali italiani per recuperare consensi? Invece di parlare al cervello maggiormente evoluto del tifoso (la qualità costa!) : decidono di parlare alla pancia: tette, culi, gossip, indiscrezioni, l’erba del vicino sempre più verde, eh ma l’Italia è sempre la più forte (e intanto perdiamo posizioni in quasi ogni ranking), eh ma Balotelli è il solito superviziato scriteriato (sì ma quando fa il fenomeno in campo, non gli partono le articolesse…) la nuova moda dei tweet, la satira, ecc, tutto questo svalutando il prodotto ed aumentandogliene il prezzo, come se non capissero la concorrenza. LA pancia non ragiona, è vero, ma è istintiva, animale e soprattutto tifa, e compra: per questo si assiste ad una progressiva scomparsa dell’analisi lucida e della notizia aggiornata per far posto al commento becero, all’insinuazione farlocca, alla spiata dal buco della serratura, alle notizie sul grande campione che fa vendere tante copie

AMARO FINALE – E ritorniamo al punto di inizio: quando ora il giornalista sportivo di un giornale italiano dice “lei non sa chi sono io”, la risposta è chiara da qualche anno, ovvero un prostituto intellettuale che campa solo grazie al campione. Lunga e interminabile è la lista dei personaggi televisivi che senza calcio non ci sarebbero più, come altrettanto interminabile è la lista di chi fa tutto meglio di loro, costando di meno (spesso gratis) e con un’attenzione ormai sconosciuta alla fonte di informazione classica, che continua ad adagiarsi sugli allori ma è sempre più in declino nel gradimento dei lettori. Anche se un’ultima considerazione rimane da fare: dove puoi trovare il giornale sportivo in giro? O in un bar italiano oppure….. all’estero, in mano ad un italiano! E’ ancora la nostra immagine più forte, anche quando stiamo fuori, non possiamo fare a meno di volerne sapere di calcio e, in mancanza di internet, ricerchiamo la cara vecchia fonte. Detta in altro modo: il giornale sportivo italiano è la nostra immagine nel mondo. Soprattutto per questo, forse, sarebbe ora di cambiarlo!

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