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Dei delitti e dei ricorsi: Andelkovic si becca la squalifica ma Perinetti non ci sta

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La storia è fatta di corsi e ricorsi diceva Giambattista Vico, e quella del calcio italiano in particolare. Se guardiamo alle vicende del football e dei suoi protagonisti, infatti, non possiamo fare a meno di notare che il ricorso non è solo quella serie di eventi che si ripete a intervalli più o meno regolari o un dejà-vu che dovrebbe essere istruttivo (e raramente lo è), ma anche una splendida occasione per rifarsi il look a spese del buon gusto e del buon senso. Fateci caso: fra i dirigenti del mondo pallonaro (e più si sale di livello più si scende, almeno questa è la sensazione) il ricorso non è inteso come uno strumento di giustizia, ma come una tentazione irresistibile, un atto dovuto a prescindere.

Sinisa Andelkovic

Sinisa Andelkovic

RICORRI CHE TI PASSA – Le eccezioni alla regola esistono ma si contano sulla punta delle dita: pochi, infatti, i ricorsi motivati (primo fra tutti quello di Baldassarre, il giornalista pugliese condannato a 5 anni di Daspo per aver interrotto urlando il minuto di silenzio) e ancor meno le sanzioni accolte senza battere ciglio. Quasi ogni decisione del giudice sportivo, ormai, è oggetto di impugnazione e di censura, e il sospetto che tutto ciò non possa più essere spiegato tirando in ballo i vizi nazionali e i difetti di una cultura sportiva presente solo in tracce diventa sempre più forte. C’è qualcosa di più, evidentemente, e di peggio. Prendete, ad esempio, il turno di squalifica comminato al difensore rosanero Sinisa Andelkovic per aver tradito “gli elementari principi di lealtà e probità sportiva parando con un braccio il tiro di Di Michele durante Reggina-Palermo 0-2 di sabato sera scorso ed evitando in tal modo un gol già fatto. Che c’è da obiettare? La scorrettezza del giocatore sloveno, sfuggita all’arbitro Mariani ma non alle telecamere, è il classico episodio da prova-tv e il regolamento (articolo 35 del Codice di Giustizia sportiva) parla maledettamente chiaro in proposito: chi colpisce volontariamente il pallone con la mano (e sulla volontarietà di Andelkovic non ci sono dubbi) è colpevole di condotta gravemente antisportiva e deve quindi essere sanzionato. Punto.

MI APPELLO, VOSTRO ONORE – E invece no. Il fallo di mano è netto, questo nessuno lo discute, così come è evidente il torto subito dai padroni di casa, ma per il ds del Palermo Giorgio Perinetti la decisione del giudice sportivo è inaccettabile. Ohibò. E perché? “L’errore del direttore di gara” – esordisce il ds rosanero alludendo alla mancata concessione del calcio di rigore per la Reggina – “è avvenuto con una decisione presa in una frazione di secondo ed in un’azione molto veloce e per nulla chiara dato il numero di contendenti in area. Il fallo è stato evidenziato soltanto da numerosi replay televisivi. Ci sembra serio e grave” – conclude Perinetti arrivando al punto – “il provvedimento preso senza alcun precedente specifico, applicando forzatamente una norma fino al limite consentito dal regolamento. Questo, che diventerebbe un clamoroso precedente, rischierebbe di far divenire ogni gara un pretesto per applicazioni allargate della norma, con conseguenti dubbi sulla regolarità del campionato”. In soldoni, il Perinetti-pensiero è il seguente: siccome non era mai accaduto che un giocatore venisse squalificato su segnalazione della Procura federale per gioco non violento, allora non si vede proprio la ragione per cui dobbiate cominciare proprio dal Palermo! Questa non è sacrosanta esigenza di giustizia (come pensano tutti da Reggio a Bolzano), ma solo bieco giustizialismo, una forzatura indebita e pericolosa delle norme che rischia di fare da apripista a future “degenerazioni”.

Ora, il caso del ricorso del Palermo (che peraltro è davvero limite: raramente, infatti, si arriva a simili livelli di spudoratezza) è esemplare perché ci aiuta a fare un po’ di luce fra le tenebre. Perinetti sa benissimo che al 99,9 % il ricorso sarà respinto – guai se non fosse così – e che sarà respinto perché le motivazioni lasciano a desiderare, e tuttavia lo fa. Perché? E perché al posto suo lo avrebbe fatto qualsiasi altro dirigente della nomenklatura italiota, o quasi? Certo, la mala educación ha il suo ruolo, così come l’emulazione dei cattivi esempi, ma è ovvio che una simile, sistematica propensione al piagnisteo in carta bollata è sospetta. Sarà mica che serve a confondere le acque e, già che ci siamo, a inquinarle un po’?

Enrico Steidler

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2 Comments

2 Comments

  1. Azio

    20 Novembre 2013 at 18:31

    mi spiace caro Enrico ma stavolta non sono d’accordo con quanto espresso nel tuo articolo

    – E’ vero, Andelkovic prende la palla con il braccio ma dietro lui c’era il portiere quindi che il tiro di Di Michele fosse finito in fondo alla rete non lo saperemo mai.

    – Il ricorso fatto dai dirigenti del Palermo è stato fatto perché in merito alla squalifica è stata applicata la prova televisiva che in questi casi non è prevista (non è un intervento violento non visto dalla terna arbitrale). Questa squalifica non ha nessun precedente e rischia di far saltare tantissimi equilibri.

    Sai benissimo che sono tifoso del Palermo e guardo anche l’obbiettività, era rigore ed espulsione ma il fatto che non sia stato visto dall’arbitro ha poca rilevanza ai fini della squalifica (ai fini del risultato finale della partita FORSE si).

  2. Enrico Steidler

    22 Novembre 2013 at 13:45

    Caro Azio,
    so benissimo che tu ami lo Sport più del Palermo, e quindi so perfettamente che avresti detto le stesse cose a prescindere dalla squadra coinvolta. Detto questo, capisco le tue osservazioni e in buona misura le condivido, e tuttavia sono convinto che la forma non debba mai prevalere sulla sostanza, così come la legge (o meglio, in questo caso, la sua mancata applicazione) non deve mai mettere in ombra la giustizia. Mi spiego. Facciamo finta per un attimo di trovarci in una realtà “aliena” rispetto a quella del calcio italiano (i Perinetti sono la regola, infatti, e le eccezioni fatico a vederle), un mondo in cui sono il senso di responsabilità e il fair play, almeno in linea di massima, a guidare le azioni dei dirigenti, e non sempre e soltanto le convenienze bottegaie. Come avrebbe reagito un diesse di quella lontana dimensione al posto di Perinetti qui e ora? E quale sarebbe stata la posizione ufficiale del Palermo in un simile frangente? Forse sbaglio, ma credo che il succo sarebbe stato più o meno questo:

    “Il Palermo Calcio prende atto del provvedimento disciplinare a carico del suo tesserato Sinisa Andelkovic e lo accoglie perché condivide pienamente l’esigenza di giustizia che lo ispira. La decisione del Giudice sportivo si pone infatti a difesa di quei valori di lealtà che il Palermo Calcio ha sempre condiviso e promosso perché li considera fondanti e irrinunciabili. L’aver sanzionato una condotta antisportiva grazie alla prova tv, colmando in tal modo un vuoto evidente – e più volte biasimato da questa Società – nell’applicazione della norma, crea quindi le ineludibili premesse di un futuro in cui “fair play” e “rispetto” non saranno solo un ideale ma anche una concreta realtà”.

    Ora, mi rendo conto che nella Terra dei cachi un comunicato del genere è molto più virtuale che virtuoso, ed è proprio questo – secondo me – il nocciolo del problema. “In ricorso we trust”: ecco il motto dei nostri diesse e ad, e la loro litigiosità (sistematica quasi come un riflesso condizionato) la dice lunga sui “valori” che gli stanno a cuore. Il caso di Andelkovic, poi, è davvero esemplare, perché sembra quasi scandaloso – e foriero di sventure – che una “ragione” meramente formale, e del tutto infondata, debba cedere il passo al comune senso di giustizia. Capisco che quello di Tosel possa sembrare un “colpo di mano” – e tuttavia più che legittimo, vedi articolo 35 del codice di giustizia sportiva, comma 1,3 – ma…beata l’ora! Io ero arrivato al punto di invocare l’intervento di Robocop (ricordi?) per debellare gli ultrà e risolvere le magagne del calcio italiano (fra le quali spicca anche la “ricorsite”), e quindi non posso che rallegrarmi – e pure tanto – della “forzatura” del giudice. Vogliamo un calcio senza furbetti? Bene, questa è la strada, e prima si parte meglio è.

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