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Euro 2012, la strada verso Kiev: l’Inghilterra di Hodgson e la maledizione dell’Europeo

Euro 2012, la strada verso Kiev: l’Inghilterra di Hodgson e la maledizione dell’Europeo
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LONDRA, 25 MAGGIO – I maestri del calcio con una maledizione che non se ne va. Potrebbe essere questa la migliore descrizione di una nazione che ha insegnato per prima il calcio a tanti altri paesi ma che deve fare i conti con una bacheca assai povera di grandi successi a livello internazionale ma, soprattutto, continentale. Al di là del terzo posto ottenuto nel 1968 e delle semifinali disputate nel 1996, dal 19060 ad oggi la nazionale inglese può “vantare” soltanto insuccessi, non ammissioni e esclusioni al turno eliminatorio. L’Inghilterra ci riproverà anche a questo Europeo, per l’ennesima volta, con un tecnico l’ex interista Roy Hodgson in panchina e trascinata dai soliti noti. La Nazionale inglese è l’unica fra le vincitrici al mondiale a non aver mai vinto il proprio titolo continentale. La spunterà ancora una volta la maledizione o i tempi sono cambiati?

Billy Wright, capitano dell’Inghilterra anni ’50

LA STORIA DELLA NAZIONALE: IL DIARIO DI QUEI MAESTRI COSI’ POCO ABITUATI AL SUCCESSO – Gli inglesi, almanacchi alla mano, possono considerarsi per davvero i maestri del calcio, gli antesignani del football. I “Maestri”, come amano autoproclamarsi dall’alto di un’autostima infinita. Mai nickname fu più azzeccato, e la penseranno così anche i fanatici dei proverbi. I maestri, quelli che si rispettano, sono infatti soliti farsi superare dai propri allievi. Gli inglesi non sfuggono alla regola, anzi la vivono con rigore da quasi centocinquant’anni, costellati da un unico titolo conquistato (quello Mondiale, in casa, nel 1966) e da tantissime occasioni perdute. La storia prende forma quando il Novecento è un’ipotesi ancora lontana: il 30 novembre del 1872, Inghilterra e Scozia danno vita alla prima partita tra squadre nazionali di calcio di tutti i tempi. Peccato per il risultato, uno scialbo 0-0. Da lì in poi, oltre ottocento partite ufficiali, inizialmente confinate soprattutto nel cerchio ristretto dello United Kingdom. Quando in altre parti del mondo il calcio prende ad essere una cosa seria, l’Inghilterra è già La Mecca del football: la FA Cup e il campionato esistono da tempo immemore, e la Nazionale è avvolta in un guscio quasi sacro di inviolabilità e mistero. La Federcalcio inglese entra nella FIFA alla sua fondazione (1908), ma ne esce dopo poco a causa di insanabili divergenze sul professionismo già in vigore in Inghilterra e “in stato di acquisizione” in Europa e la ferma volontà dei vertici francesi di organizzare un vero e proprio campionato del mondo per selezioni nazionali. Quando l’idea del presidente (francese, s’intende) Jules Rimet prende forma, l’Inghilterra si autoesclude, concedendo al resto del mondo solo la possibilità di venire a Londra con la squadra di volta in volta più attrezzata per sfidare l’invincibile armata in maglia bianca. Risalgono a questi periodi le indimenticabili sfide contro l’Austria di Hugo Meisl e l’Italia di Vittorio Pozzo. Al ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, tutto è cambiato. Gli inglesi, dopo tre edizioni saltate, decidono finalmente di concedere l’onore e di presentarsi ad una Coppa del Mondo, quella in programma in Brasile nel 1950. Scelta sbagliata per i Maestri, che arrivano sulla terra con troppo ritardo per capire di aver forse atteso troppo a far capitolare il proprio orgoglio: il successo d’apertura col Cile è solo illusorio, perché le due successive esibizioni si chiuderanno con due amarissime sconfitte. Incredibile quella sopraggiunta contro gli USA, praticamente una nazionale amatoriale in confronto alla squadra del Ct Winterbottom, imbottita di storici campioni come Billy Wright, Bill Nicholson, Stanley Matthews, Stan Mortensen. Quattro anni dopo, in Svizzera, i figli d’Albione ci riprovano: stavolta, almeno il primo turno è superato, ma l’Uruguay, nei quarti, è già troppo forte per una Nazionale sempre troppo convinta della propria superiorità per dare davvero il cento per cento. La storia si ripete ancora in Brasile, nel 1958 (eliminazione al primo turno per mano di Brasile ed Unione Sovietica) e in Cile, nel 1962, quando ai quarti è ancora il Brasile a dimostrare di essere riuscita a superare per davvero i maestri del football. Al termine della kermesse cilena, si capisce che Walter Winterbottom ha ormai fatto il suo tempo come Commissario Tecnico. Inoltre, c’è un’occasione irripetibile, un Mondiale da ospitare nel giardino di casa. Un Mondiale da vincere per giustificare, una volta per tutte, quella dicitura di “Maestri” che pare stare troppo larga ad una Nazionale incapace di vincere. Il nuovo condottiero è Alf Ramsey, manager di successo all’Ipswich Town cooptato alla guida dei tre leoni. Il nuovo Ct si presenta in bello stile: conferenza stampa, 1962. Ramsey entra, si siede e spiccica due parole prima di andare via: “L’Inghilterra vincerà la Coppa del Mondo 1966”. Laconico, sicuro, spiccio nei modi. Avrà ragione. La storia, in quel Mondiale, fece molto il tifo per gli inglesi, bisogna dirlo. Ma non si può assolutamente non riconoscere alla squadra dei vari Stiles, Jackie e Bobby Charlton, Banks e Bobby Moore di essere un’armata pronta finalmente a rompere il sortilegio orditole contro dalla vittoria. L’inizio è stentato, il prosieguo è da favola: lo 0-0 iniziale con l’Uruguay viene immediatamente ripulito da un doppio 20 contro Messico e Francia. Il quarto con gli argentini sarà ricordato come una delle partite più violente della storia dei Mondiali, mentre la semifinale col  sarà il trionfo di Bobby Charlton, doppiettista contro il fortissimo Portogallo di Eusebio. La finale di Wembley, da giocarsi con la Germania, è già nella storia prima di iniziare, e farà fatica ad essere dimenticata. Haller, tedesco di nascita e italiano d’adozione, segna subito. Hurst, centravanti del West Ham, fa prestissimo  a pareggiare. Quando Peters, a pochissimo dal novantesimo, segna il gol del 21, la Coppa sembra aver finalmente trovato la strada di Londra. Weber, difensore tedesco, decide il contrario: ancora non è ora, ci vogliono i supplementari. Mai scelta fu storicamente più conturbante: l’extra-time, dopo undici minuti, si tinge di giallo. Geoffrey Hurst va al tiro. La palla, velocissima, tocca la traversa e poi il campo. Prima o dopo la linea? Nessuno lo saprà mai, fino all’avvento delle moviole televisive. Nel dubbio, l’arbitro Dienst, sensibile forse alla ragione della geopolitica, decide di indicare il centrocampo. Il gol fantasma del 3-2 taglia le gambe della Germania, capace di prendere anche il quarto gol, ancora di Hurst, storico primo (e ultimo) triplettista di una finale Mondiale. Bobby Moore prende la Coppa dalle mani di Elisabetta II per alzarla al cielo. Un gesto che dice al mondo che anche i Maestri, in fin dei conti, possono di nuovo superare gli allievi. Il proverbio, però, riprende subito a funzionare. L’Inghilterra, dopo un periodo da apriscatole del calcio continentale,  farà presto a ritornare nei ranghi: la semifinale dell’Europeo 68 (sconfitta con la Jugoslavia) e la rivincita tedesca ai quarti di finale di Mexico 70 sono gli ultimi vagiti della generazione di campioni che è riuscita a portare l’Inghilterra alla vittoria. Il ricambio sarà vissuto dolorosamente ai margini: l’Inghilterra fallisce, una dopo l’altra, la qualificazione ai Mondiali del 1974, del 1978 e ai contestuali Europei (1972 e 1976), per ripresentarsi al proscenio del grande calcio solo agli Europei del 1980, con un Keegan in più sulla fascia e uno Shilton tra i pali. Serve a poco: se l’Europeo italiano finisce al primo turno, il Mondiale successivo, Spagna 82, nonostante le buone premesse (sei punti su sei nel girone con Francia, Cecoslovacchia e Kuwait), dura solo un attimo di più. Ci pensa la Germania, nel gironcino dei quarti, a buttare fuori i ragazzi allenati da Ron Greenwood. Euro 84 viene saltato, ma Mexico 86 è un obiettivo centrato: il nuovo Ct è Bobby Robson, il nuovo alfiere in campo è Gary Lineker, modi gentili e istinto omicida sottoporta. L’inizio non è niente male (primo posto nel girone a pari merito con Marocco e Polonia), e il prosieguo è ancora meglio, con un 30 al Paraguay negli ottavi che vale l’ingresso nei quarti a sedici anni dall’ultima volta. La sfida con l’Argentina, però, è tutta nel segno di Diego Armando Maradona, diabolico numero dieci della Seleccion. I due gol più famosi della storia del calcio (il colpo di mano e lo storico coast to coast tra i difensori inglesi) bastano e avanzano per bloccare la corsa inglese. L’Europeo 1988, a vent’anni dall’ultima apparizione, è un vero e proprio supplizio: zero punti in tre partite contro URSS, Olanda ed Eire, e una sensazione di impotenza inverosimile per una squadra che continua a fregiarsi del titolo di “Maestra del football”. Italia 90 rappresenta la mezza rivincita della nazionale dei tre leoni, capace di tornare in semifinale dopo ventiquattro anni: il girone con le “solite” Irlanda ed Olanda più l’Egitto viene agilmente superato, così come l’ottavo di finale contro il Belgio. Nei quarti, la sfida al Camerun è tra le più belle del Mondiale, e si risolve solo all’extra-time con un rigore di Lineker. In semifinale, continua la sfida eterna con la Germania: al centoventesimo è 1-1, ai rigori saranno i tedeschi ad esultare. L’Inghilterra perderà anche la finalina con l’Italia, per un quarto posto che ancora rappresenta il miglior risultato dopo l’exploit del 1966. Euro 92 sarà un’altra spedizione sbagliata (eliminazione al primo turno), mentre il Mondiale USA 94 non sarà neanche agguantato, causa un’incredibile eliminazione patita per mano di Norvegia ed OIanda. Il punto più basso prima dell’altra grande occasione, la kermesse di Euro 96, in programma negli stadi inglesi trent’anni esatti dopo la Coppa del Mondo. Il ritorno di una grande manifestazione nella terra d’Albione non porta bene alla squadra dei tre leoni, estromessa in semifinale dalla solita Germania, ancora ai calci di rigore. La semifinale colta nel 1996 è il miglior risultato di sempre agli Europei per la nazionale inglese, e ciò è sintomatico dell’allergia alla vittoria che ancora oggi pare colpire la squadra in maglia bianca. Anche le successive esperienze sono flop veri e propri: France 98 finisce agli ottavi per mano dell’Argentina, Euro 2000 dura solo tre partite, con due sconfitte contro Romania e Portogallo e la consolazione minima della rivincita sulla Germania. Giappone e Corea 2002 vede i bianchi di Eriksson, primo Ct non inglese della storia, avanzare fino ai quarti di finale, turno capolinea a causa del Brasile di Ronaldinho e Ronaldo. Euro 2004 e Germania 2006 hanno identico epilogo: eliminazione nei quarti per mano del Portogallo, capace di imporsi in entrambe le occasioni ai calci di rigore. Il peggior momento degli ultimi anni è stato toccato con l’incredibile eliminazione nelle qualificazioni ad Euro 2008, avvenuta per mano di Russia e Croazia. In Inghilterra hanno provato anche ad andare contro sé stessi, affidando la squadra ad un tecnico italiano, quel Fabio Capello capace di vincere ovunque abbia messo piede. Il sortilegio della panchina britannica colpisce anche il mister italiano, incapace di andare oltre la solita Germania (e un incredibile gol fantasma non concesso a Lampard, corsi e ricorsi storici…) agli ottavi di finale dell’ultimo Mondiale e poi dimissionario per polemiche interne dopo la qualificazione ad Euro 2012, ad otto anni dall’ultima apparizione agli Europei. Ora tocca ad Hodgson provare a fare il miracolo: i “Maestri” hanno sempre dimostrato di aver tanto da imparare. Vuoi vedere che dopo quasi cinquant’anni dall’ultimo successo abbiano finalmente capito come fare a non tornare a casa con la coda tra le gambe?

Una recente formazione inglese

LE SOLITE FACCE E UN GIOCO COLLAUDATO PER CERCARE DI SPICCARE IL VOLO: I 23 A DISPOSIZIONE DI HODGSON – Come ampiamente accennato in precedenza la squadra plasmata da Hodgson è composta da giocatori noti a tutti i tifosi come grandi stelle che brillano nel firmamento della Premier e di altri campionati europei anche se, a dire il vero, il buon vecchio Roy ha optato per due esclusioni illustri. In difesa Rio Ferdinand è stato bocciato in tronco fra la sorpresa generale così come il lungagnone Peter Crouch: l’attaccante inglese infatti non è apparso nella lista dei convocati e anche questa eliminazione ha suscitato molti dubbi fra gli addetti. A parte questo la rosa è comunque altamente competitiva. Fra i pali la sorpresa è Jack Butland, estremo difensore dell’Under 21 aggregato alla nazionale maggiore anche se, salvo clamorose eccezioni, il portierino dovrà vestire i panni del dodicesimo. In difesa ci sono sempre capitan John Terry e Ashley Cole, compagni di squadra al Chelsea, oltre al nuovo che avanza Cahill, sempre a disposizione di Di Matteo fra le fila dei blues. La linea da Phil Jones dello United e Glen Johnson del Liverpool, altri due giocatori niente male. A centrocampo il faro sarà sicuramente Frankie Lampard, neo campione d’Europa con il Chelsea coadiuvato dall’eterno e sempre disponibile Steven Gerrard. La vera novità in mediana è sicuramente la convocazione di Chamberlein, giocatore messosi in luce con la maglia dell’Arsenal. In attacco, invece, il quartetto delle meraviglie sarà composto da Welbeck dello United, da Defoe del Totthenam, da Carrol del Liverpool e dalla stella e trascinatore Waine Rooney. Sulle spalle dell’ex bambino prodigio dell’Everton grava il peso di un intero reparto e, perchè no, di un’intera squadra. Saranno i suoi gol a decretare la gloria o il fallimento a questo Europeo, l’ennesimo alla rincorsa di un successo che non è mai arrivato.
PUNTO DEBOLE: E’ tutta una questione di mentalità: questa rosa ha tutte le possibilità per fare bene, soltanto la condizione psicologica dei giocatori permetterà loro di affrontare la competizione con il giusto approccio.
PUNTO FORTE: I gol di Rooney e l’esperienza internazionale di tutta la rosa potrebbero aiutare questa squadra ad arrivare molto in alto.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano 

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