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Gigi Meroni, l’ala anticonformista

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Gigi Meroni
Una lapide nel punto in cui avvenne il tragico incidente

Una lapide nel punto in cui avvenne il tragico incidente

46 anni. Tanto è passato da quella maledetta sera del 15 ottobre, quando Gigi Meroni, idolo della tifoseria del Torino e uno dei migliori talenti calcistici italiani, veniva travolto da una Fiat 124 Coupè, guidato da un diciannovenne che in seguito diventerà, per ironia della sorte, presidente granata, Attilio Romero. In quel momento, il calcio torinese e non solo aveva appena perduto uno dei propri simboli, una personalità di spicco non solo sul prato verde ma anche nella vita pubblica, a causa di un carattere decisamente fuori dagli schemi e che andava a scontrarsi contro l’ipocrita rigidità della società italiana degli anni 60′. Ma chi era Gigi Meroni? Ripercorriamo la vita del grande campione.

LA CARRIEREA – Gigi Meroni nasce a Como il 24 febbraio del 1943 e presto la vita gli riserva un enorme trauma: rimane orfano all’età di 2 anni. La madre Rosa, che deve mantenere anche gli altri due figli Celestino e Maria, non può mandare avanti da sola la baracca, per cui il piccolo Gigi è costretto a lavorare fin dalla più tenera. Ma ci si accorge subito che il ragazzino ha un talento smisurato con la palla tra i piedi e da subito fa le fortune del Libertas San Bartolomeo, squadra di un oratorio situato vicino a casa di Meroni. Il Como si accorge presto di questa ala funambolica ed assolutamente fantasiosa, così a 17 anni lo tessera per la propria squadra primavera. In primavera, però, ci starà poco: il talento è così evidente che il passaggio in prima squadra diviene spontaneo e tra il 1960 ed il 1962 gioca in serie B 25 partite, segnando 3 reti.

La serie A lo osserva e nell’estate del 1962 è il Genoa ad assicurarsi le prestazioni di questo diciannovenne di cui si dice non sia proprio un amante delle regole ma che in campo fa assolutamente la differenza. Dopo un anno di ambientamento, Meroni esplode definitivamente entrando nei cuori dei tifosi rosso-blu che lo adorano per il carattere ribelle e soprattutto per le giocate sopraffine con cui ogni domenica delizia le varie platee di Serie A. Ma non è tutto rose e fiori: nell’ultima giornata del torneo 1962-1963, rifiuta di sottoporsi ad un test antidoping, affermando di aver dimenticato il test in albergo. Si scoprì che altri 3 giocatori della squadra erano risultati positivi all’anfetamine. Ciò comportò una squalifica di 5 giornate per l’asso comasco. Nell’estate del 1964 il nostro Gigi cambia ancora maglia, questa vola è il Torino a volerlo a tutti i costi. Sottolineiamo le ultime 4 parole, dato che la squadra piemontese sborsa 300 milioni di lire, cifra altissima per un ventunenne. I tifosi del Grifone protestano vivacemente per la cessione, ma di fronte a queste cifre non si poteva fare diversamente. I 300 milioni saranno, comunque, un’0ttima spesa: col Toro Meroni da sfogo a tutta la propria fantasia, giocando ogni domenica un calcio superlativo e formando con la punta argentina Nestor Combin, un’affiatatissima coppia-gol. I tifosi lo adorano, mezza città e letteralmente ai suoi piedi, e l’altra sogna di vederlo vestire in futuro una maglia bianco-nera. E’ lo stesso desiderio della dirigenza della Juventus, che tenta più volte di strapparlo ai cugini, arrivando ad offrire la mirabolante cifra di 750 milioni di lire, una cifra che fa traballare il presidente granata Orfeo Pianelli. Ma la gente del Toro scende in piazza, e il mitico Gigi rimane così in granata. In totale con la maglia del Torino allenato da Nereo Rocco, giocherà 103 partite segnando 22 gol, l’ultimo proprio quel maledetto 15 settembre, in un 4-2 rifilato alla Samp in una partita in cui serve anche due assist vincenti per l’amico Combin. E’ un ottimo biglietto di visita per l’imminente derby, che si giocherà solo una settimana dopo.

LA TRAGEDIA- E arriviamo alla maledetta sera del 15 settembre. Come dicevamo, il Toro è reduce dalla schiacciante vittoria sulla Samp. I giocatori del Torino convincono Nereo Rocco ad abbandonare anzitempo il consueto ritiro post-partita della squadra. Luigi vuole passare un pò di tempo con Cristiana, una ragazza conosciuta 2 anni prima che risulta sposata e con cui convive. Questo fatto è visto molto male dalla stampa e dalla Chiesa italiana del tempo, che non tollera la convivenza di una donna ancora legalmente sposata, con un altro uomo. Ma torniamo a quella sera. Gigi è in compagnia di Fabrizio Poletti, storico centrale granata e miglior amico del talento comasco. Vogliono attraversare il centralissimo e trafficatissimo Corso Garibaldi, ma ciò e davvero difficoltoso. I due provano pericolosamente a tentare di arrivare all’altro ciglio della strada. Superata la prima corsia, i due si fermano a metà carreggiata per cercare un veloce scatto verso il marciapiede. Ma la fretta è troppa, a poca distanza sta sopraggiungendo una Fiat Coupè 124 guidata da un diciannovenne neopatentato: Attilio Romero, tifoso sfegatato del Toro e fan numero uno del mitico Gigi. L’auto centra i due. Poletti viene solo colpito di striscio, Meroni in pieno. Il suo corpo carambola contro una Lancia che lo trascina per 50 metri. Non c’è nulla da fare, Meroni morirà all’ospedale “Mauriziano” solo due ore dopo. Le fratture di gambe e bacino, aggiunte ad un devastante trauma cranico, sono fatali.

tomba meroniI FUNERALI – Lo sgomento di Torino e di tutta Italia è forte, in un attimo se ne è andato un giovane ragazzo di 24 anni, simbolo del calcio e dell’Italia di quell’epoca, idolo di grandi e piccini, giocatore funambolico e personalità ribelle, un idolo per un’intera tifoseria, la cui perdita può tranquillamente essere equiparata con la tragica dipartita della leggendaria squadra capatinata da Valentino Mazzola, avvenuta 18 anni prima. Pochi giorni dopo 20.000 persone, sia di fede Juve che di fede Toro, parteciparono al funerale del povero Gigi. Si dice che in pochi non piansero al passaggio della salma. Fu un funerale a cui tutta la città partecipò, ma che venne contestato aspramente dalla Chiesa, che non accettava il “peccatore” Gigi, reo di convivere con una donna sposata. Cristiana, infatti, era ancora ufficialmente sposata con un regista romano, in un epoca in cui non esisteva il divorzio. Per quanto riguarda l’investitore Attilio Romero, anni dopo si fece strada in una fortunata carriera dirigenziale nella FIAT e nel 2000 venne chiamato da Franco Cimminelli a svolgere il ruolo di presidente del disastrato Torino. Il solito destino crudele e malvagio che caratterizza da sempre la squadra granata, farà in modo che Romero sia il presidente che accompagnerà il Torino verso il fallimento del 2005.

LA FIGURA DI MERONI – Prima ancora che calciatore, Gigi Meroni fu un personaggio estremamente singolare, uno dei primi personaggi pubblici a rompere le regole che regnavano nell’Italia del boom economico, un’Italia in apparenza felice spensierata, ma in realtà chiusa in una cappa di bigottismo e “odio” verso i diversi. Gigi Meroni portava i capelli lunghi alla “Beatle”, dipingeva, scriveva poesie, se ne fregava dell'”etichetta di buon comportamento”, ed addirittura al posto del cane portava al guinzaglio una gallina, tanto per distinguersi anche con gli animali domestici. Era insomma una sorta di “Baudelaire” del pallone, un genio maledetto che andava contro i canoni voluti dalla società di massa. Anche per questo era amato dai tifosi, che intravedevano in lui un personaggio che tutti avrebbero voluto impersonare almeno per un giorno. E poi c’è l’amore per Cristiana, un amore non concepita dall’Italia del tempo, troppo scandalizzata di fronte all’idea di una donna che lasciava il proprio ex marito per un altro uomo. Proprio pochi mesi dopo la morte di Gigi, imperverseranno in tutta Europa le proteste di tutti quei giovani che erano stufi della società dell’epoca, e che in seguito avrebbero trasformato per sempre la vita sociale di tutti noi.

Insieme a Gianni Rivera e Sandro Mazzola possiamo considerare Gigi Meroni uno dei massimi simboli del calcio anni ’60, una personalità probabilmente irripetibile in questo calcio ormai solo business, dove la personalità e le emozioni fanno solo da sfumatura al dio denaro.

Ci manchi Gigi.

Enrico Cunego

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