Vincenzo Arnone
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Non è un Paese per arbitri

Domenica dopo domenica, errore dopo errore, gli arbitri italiani vengono sempre messi sotto accusa. Ma la colpa è di tutti, direttori di gara compresi.

Non è un Paese per arbitri
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L'ecuadoriano Byron Moreno, diventato ormai simbolo dell'incapacità degli arbitri

L’ecuadoriano Byron Moreno, diventato ormai simbolo dell’incapacità degli arbitri

L’Italia non è un Paese per arbitri, qualsiasi sia il campo preso in esame e qualsiasi siano le questioni in oggetto. In un Paese dove la giustizia, arbitro per eccellenza, viene spesso dileggiata e umiliata, anche in grande stile, e le istituzioni non infondono più fiducia a coloro che dovrebbero rappresentare, è evidente che gli arbitri di calcio non possano passarsela bene.

UN CONCORSO DI COLPE? – E sicuramente la classe arbitrale non si da una grossa mano, volendo mantenere a tutti i costi quello status di insindacabilità che tanto fa arrabbiare i tifosi e tanto fa vendere i giornali abituati a speculare sulle vicende da moviola. L’arbitro di calcio, sfottò e corna dei tifosi a parte, è un intoccabile, che risponde solo alla propria coscienza e al volere dei suoi superiori. Sappiamo perfettamente che alcuni direttori di gara vengono “puniti” per i loro errori ma di queste punizioni conosciamo l’entità solo a posteriori, vedi il caso del signor Rocchi, tornato ieri ad arbitrare l’Inter dopo uno stop due anni in seguito a una direzione non proprio al top in un match di campionato tra i nerazzurri e il Napoli.  Allo stesso tempo, però, nessuno prova a dare una mano agli arbitri. La pressione esercitata da stampa, tifosi e soprattutto molte società (con tutti i loro uomini possibili, partendo dal campo e arrivando alle segrete stanze) non è facilmente sostenibile.

QUESTIONE DI STILE – Tanto di cappello al Presidente del Chievo Campedelli. La stragrande maggioranza dei suoi colleghi non si sarebbe mai nemmeno sognata di andare a consolare l’assistente Preti dopo l’erroraccio sul gol di Paloschi (regolarissimo) di mercoledì sera, gesto non solo di fair play ma anche di stile, quello che al calcio italiano manca da un po’. E che è mancato ieri anche a Juventus e Torino che, tramite i loro account twitter ufficiali e nell’immediato post-derby, si sono lanciate in un balletto di accuse e battutine degne del peggior bar dello sport. Esacerbare gli animi dei tifosi non è esattamente una politica illuminata, soprattutto in un Paese in cui gli episodi di violenza legati al calcio non sono stati del tutto debellati. Se la linea da seguire è questa, ci venga almeno risparmiata la santa ipocrisia in caso di incidenti che nascono, oltre che da una subcultura dominante della vittoria ad ogni costo, anche dalle parole che vengono sparate a destra e a manca per ogni minima trattenuta in area o per ogni centimetro di fuorigioco. Attenzione, è giusto che le società possano esprimere il loro disappunto per quanto può avvenire in campo, ma con modi, tempi e toni diversi da quelli cui siamo abituati, magari tramite un organismo apposito dell’Associazione Italiana Arbitri che abbia un filo diretto con le squadre e provi a educare sia dirigenti che giocatori a un maggiore rispetto, prima reciproco e poi verso la classe arbitrale.

IL MIGLIORE CALCIO (IM)POSSSIBILE – Le strade possibili nel medio termine sembrano essere soltanto due: il professionismo delle “giacchette nere” o la moviola in campo. La prima soluzione sicuramente permetterebbe agli arbitri e agli assistenti di essere più preparati e allenati in modo maggiore e migliore, la seconda darebbe la certezza quasi in tempo reale sulle decisioni da prendere. Ci sarebbe anche una terza via, ovvero l’accettazione in toto degli scherzi che l’occhio umano può fare senza pensare per forza che ci sia dietro un cervello in malafede, ma siamo in Italia e siamo italiani: se non ci lamentassimo, sfogassimo, accalorassimo per qualcosa forse saremmo tutti un po’ più sereni ma anche irrimediabilmente più tristi. O no?

Vincenzo Arnone

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