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Euro 2012, la strada verso Kiev: Svezia, tutto nelle mani di Zlatan

Euro 2012, la strada verso Kiev: Svezia, tutto nelle mani di Zlatan
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STOCCOLMA, 22 MAGGIO – C’è poco o tanto da dire, sulla Svezia, a seconda dell’angolazione del tuo punto di vista. Se sei un amante del calcio individuale, delle squadre che girano su un piede perno singolo e viaggiano per attrito da fuoriclasse, la Svezia è la squadra che fa per te. Se invece ami il calcio corale, dove l’insieme vale e conta più del singolo, allontanati dai pedatori della terra dell’Ikea. La nazionale svedese, nel bene e nel male, è la nazionale di Zlatan Ibrahimovic. Capitano, trascinatore, fuoriclasse rappresentativo, bomber principe e unica attrazione di livello internazionale: Zlatan sta alla Svezia come Kurt Cobain sta al grunge, e forse manchiamo per difetto. Ci aveva anche provato, il bizzoso fuoriclasse rossonero, ad abbandonare la nazionale in maglia gialla: la mancata qualificazione a Sudafrica 2010 fu un boccone molto amaro, e l’addio era stato confermato più volte ed ampiamente pubblicizzato. Ci ha ripensato, alla fine, perché dopo di lui c’è veramente poco. Vediamo, cosa c’è? Innanzitutto un gruppo che sa di dover sgobbare come matti per assecondare un suo alfiere, e che sembra felice di percorrere questa irta strada. A livello di nomi, roba da non far girare la testa: Isaksson, Mellberg, Kallstrom, Rasmus Elm, il “nostro” Granqvist. Borghesia media pallonara con qualche schizzo di fama internazionale, più tanti altri piccoli soldatini che renderanno la Svezia la solita squadra ostica da affontare. Tutto finisce nelle mani di Zlatan: se le lune girano, la Svezia può trasformarsi da squadra ostica in gruppo piantagrane. Ricordi, Italia 2004?

Tomas Brolin, protagonista di USA 94, ultimo grande risultato Mondiale della nazionale svedese

LA STORIA DELLA NAZIONALE: TANTA SOSTANZA E QUALCHE ACUTO, STORIA DI UNA VITA DA MEZZA NOBILTA’ PALLONARA – Un inizio come altri, per la grande epopea della Nazionale svedese: passaggio di secolo passato da pochissimo, una sfida con la rappresentativa geograficamente più vicina. Aggiungiamo a questo “solito” scenario il sorriso bonario di una vittoria all’esordio con goleada annessa, e diamo il via ad una storia da “grande rincalzo” nell’elite del grande calcio. La Svezia batte la Norvegia con un eloquente 113 il giorno del suo debutto, nel luglio del 1908. L’immediata partecipazioni alle Olimpiadi è l’esatto contraltare dell’esaltante inizio, con un altrettanto roboante 12-1 beccato dai dilettanti inglesi. Insomma, alti e bassi fin dall’inizio. L’attività non proprio continua del tempo limita le apparizioni della rappresentativa scandinava ai soli Giochi Olimpici, onorati con un quarto di finale ed un bronzo tra il 1920 e il 1924. Il nascente Campionato del Mondo viene saltato per la prima edizione, ma nel 1934 la Svezia c’è, e supera il primo turno prima di arrendersi, nei quarti, alla Germania di Hitler. Un passettino in più nel 1938, quando la formazione scandinava, approfittando anche del ritiro dell’Austria, avversario designato degli ottavi (la Germania nazista aveva appena iniziato il suo processo di annessione selvaggia), giunge fino alle semifinali. Ai quarti, gli svedesi superano la sorprendente Cuba nei quarti, per poi arrendersi alla fortissima Ungheria. La finalina contro il Brasile vedrà i sudamericani imporsi con un pirotecnico 42, per un bronzo mondiale accarezzato e solo sfiorato. Mentre in Europa impazza la seconda Guerra Mondiale, la Svezia ha tempo e modo di crescere una generazione incredibile di campioni, che metteranno il sigillo sugli anni cinquanta dall’alto di una classe infinita. Il primo vagito ad altissimo livello è l’Oro Olimpico conquistato nel 1948 a Londra. Dopo quell’affermazione, le grandi squadre italiane saccheggiarono letteralmente la selezione svedese, depauperata dei vari Liedholm, Nordahl, Gren, Andersson. La federcalcio locale non perdonò questo furto né ai club italiani, né tantomeno ai suoi stessi calciatori, inviando ai successivi Mondiali (Brasile 1950) una squadra composta esclusivamente da dilettanti. I risultati, in ogni, caso, furono apprezzabilissimi: la Guerra avvertita solo di riflesso aveva permesso alle squadre svedesi di sviluppare al massimo i propri vivai, al punto che anche una vera e propria Svezia “B” potesse essere in grado, ad esempio, di arrivare al girone finale dei Mondiali. Accadde proprio questo, appena dopo l’eliminazione inflitta all’Italia (corsi e ricorsi, rivincite grosse così), e pazienza se nell’ultima tornata di gare i punti fatti sono solo due, frutto dell’unica affermazione, quella colta contro la Spagna. Il terzo posto finale viene accolto con favore anche dalle squadre italiane, che si prendono la contro-rivincita e razziano di nuovo il meglio della nazionale scandinava. Arriva o arriverà in Italia gente come Jeppson, Palmer, Skoglund, mentre alla Svezia sarà assegnata l’organizzazione del Mondiale 1958. Colta un’altra medaglia olimpica (Bronzo ad Helsinki 1952) e saltato il Mondiale intermedio (Svizzera 1954), i cervelloni del calcio Made in Sverige pensano bene di richiamare anche gli esuli “italiani”, intanto divenuti maturi campioni di fama internazionale, per il Mondiale fatto in casa. Mai scelta si rivelò più giusta. La squadra del Ct inglese Raynor (appena rientrato dall’Italia dopo aver allenato Juventus e Lazio, come da buona abitudine dei suoi connazionali), infatti, riuscì ad eliminare, una dopo l’altra, squadre del calibro di Ungheria (vicecampione del Mondo), URSS (immediatamente dopo Campione d’Europa) e Germania Ovest (Campione del Mondo in carica) prima di cedere, solo in finale, a Pelè ed al suo Brasile formato magnum, quello del primo titolo Mondiale. A Stoccolma, il 28 giugno del 1958, il vento pare tirare addirittura dalla parte dei vecchioni svedesi, che trovano l’1-0 grazie all’attempato Liedholm. Il gol scandinavo non fa altro che stuzzicare il can che dorme: doppietta del baby-Pelè, Vavà e Zagallo, per un 2-4 (illusorio 2-3 a firma di Simonsson) che sa al tempo stesso di occasione gettata al vento e di strada percorsa nel migliore dei modi, col trionfo lasciato solo a chi è davvero più forte di te. La generazione dei grandi fuoriclasse appassisce, così come svanisce il sogno di una Svezia vincente: gli anni successivi vedranno gli scandinavi fallire la qualificazione a tutte le competizioni più importanti. Il ritorno avviene nel 1970, per i Mondiali del Messico: due punti e cocente eliminazione al primo turno per mano di Italia ed Uruguay. Va un po’ meglio quattro anni dopo, con un primo turno superato, un’Olanda costretta al pareggio (era l’Arancia Meccanica di Crujiff e compagni) e un girone di semifinale perso solo contro la Germania Ovest e la sorprendente Polonia. Stessa musica anche ad Argentina 78: al primo turno basta addirittura un’Austria qualsiasi a spegnere gli ardori svedesi già al primo turno. Dopo il Mondiale della pampas, il silenzio più assoluto per più di un decennio. La Svezia si ripresenta al grande calcio solo al Mondiale del 1990, ed esce ancora al primo turno, eliminata da un’altra selezione di carneadi, quella del Costarica. Il rapporto di odio profondo con gli Europei si chiude solo nel 1992, quando il grande circo dell’UEFA è in programma nel giardino di casa, tra Goteborg, Stoccolma, Malmo e Norrkoping. La presenza dei tifosi di casa sembra poter rompere il sortilegio, ma, in semifinale, la Germania appena riunificata sarà uno scoglio molto più irto di quello affrontato in un girone vinto alla grande contro Francia, Inghilterra e Danimarca, tre squadre curiosamente assenti ai successivi Mondiali, quelli del 1994. Negli USA, teatro di quel Mondiale, la nazionale del Ct Svensson riuscì a cogliere un insperato quarto posto: il colored Dahlin ed il futuro bolognese Kennet Andersson formavano un diabolico tandem d’attacco, mentre gli altri “italiani” Brolin e Thern reggevano i fili di una squadra capace di superare Camerun e Russia nel girone eliminatorio, Arabia Saudita negli Ottavi e Romania in semifinale prima di arrendersi, ad un passo dalla finale di Pasadena, ad un gol di Romario, punta di diamante del Brasile poi Campione. L’impresa del 1994 resterà senza seguito: la nuova buona generazione di calciatori non viene sfruttata a dovere, e così gli svedesi saltano a piè pari Euro 96 e Francia 98, per poi ripresentarsi ad Euro 2000 per una comparsata minima, un primo turno da un punto in tre partite. Il decoro minimo perduto viene recuperato con le successive edizioni di Coppa del Mondo ed Europei, con una squadra già imperniata su un nuovo talentuoso fenomeno di origini slave che si chiama Zlatan Ibrahimovic. Il cittì Lagerback, coadiuvato dal braccio destro Sorensen, porta la Svezia ad un passo dai quarti in Giappone e Corea (sconfitta al golden gol negli ottavi col Senegal) e dalle semifinali di Euro 2004 (l’anno del gol di tacco del giovane Ibra contro l’Italia e del biscotto tutto nordico cucinato agli azzurri in combutta con la Danimarca), persa solo ai calci di rigore contro l’Olanda. Germania 2006 ed Euro 2008 rappresentano due comparsate nel nome di Ibra: in Germania, pur senza segnare, l’attaccante allora alla Juventus trascina ai suoi agli ottavi poi persi con la Germania, mentre due anni dopo, l’alfiere nel contempo passando all’Inter segna due reti ma non riesce a superare lo sbarramento del girone eliminatorio. Siamo ai giorni nostri: Sudafrica 2010 viene saltato, e il ritorno del fuoriclasse di Malmoe è decisivo per la quarta qualificazione europea consecutiva, colta come migliore seconda nel gruppo dell’Olanda con cinque gol di Zlatan, vero ago della bilancia per una squadra sempre sospesa sul filo che separa mediocrità ed alta nobiltà, nel nome di una condizione mediana che fa comunque della Svezia una delle nazionali storicamente più ostiche da affrontare del panorama europeo.

Un recente undici svedese

UNA DIFESA ENIGMATICA E TANTE VECCHIE CONOSCENZE: ECCO I 23 DI HAMREN – Per certi versi l’attuale rosa a disposizione di Erik Hamrèn non ha stupito più di tanto gli addetti ai lavori. Nella lista diramata dal CT scandinavo ci sono giocatori arcinoti alle platee europee come Ibra, Mellberg e Isaksson che rappresentano sicuramente il valore aggiunto di una rosa ostica da affrontare. Quel che fa più riflettere è la linea difensiva, il vero e proprio punto di domanda di questa nazionale devastante dalla cintola in su. Come detto in porta ci sarà Isaksson, ma il reparto arretrato è costituito da giocatori tutti da scoprire. In mezzo ci sarà il genoano Granqvist, reduce da una stagione in chiaroscuro ma comunque disputata a un livello tale da potersi meritare la convocazione per l’Europeo e il bolognese Antonsson, altro giocatore con una stagione abbastanza discontinua alle proprie spalle. Gli altri due nomi più eccellenti sono quelli di Olson del West Bromwich Albion e di Olof Mellberg, ex centrale della Juve ora all’Olimpiacos. A centrocampo comincia a intravedersi qualità e quantità: c’è Kim Kallstrom del Lione e Elm dell’Az oltre a Larsson del Sunderland. Anche questo reparto manca di un vero e proprio trascinatore, quel nome di grido in grado di tenere su l’intera linea mediana. Ovviamente, come tutti sanno, la vera stella è all’attacco. Zlatan Ibrahimovic è il leader indiscusso di questa nazionale, un uomo capace di fare reparto e squadra da solo senza bisogno di spalle. Un giocatore che può fare la differenza sia dal punto di vista tattico sia da quello realizzativo. Intorno a lui ruoteranno Elmander, Rosenberg e Berg gregari che hanno raccolto qualche esperienza in giro per l’Europa e che sono pronti per spalleggiare il fenomeno triste del Milan. Il vero e grande assente è John Guidetti, il talentino segutio da mezza Europa che ha dovuto dare forfait per un infortunio al polpaccio. Il giocatore era appetito dalla nazionale italiana (visto il doppio passaporto) ma alla fine nessuno lo potrà ammirare al campionato europeo.
PUNTO DEBOLE: Difesa da inventare e da testare e centrocampo, come detto, senza un Top Player di riferimento.
PUNTO FORTE: Zlatan Ibrahimovic e una squadra che potrebbe fare del potenziale offensivo la sua arma migliore.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano

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