Vincenzo Galdieri

La caduta degli Dei – Ronaldinho: da alieno ad alienato, la parabola discendente di uno dei calciatori più forti della storia

La caduta degli Dei – Ronaldinho: da alieno ad alienato, la parabola discendente di uno dei calciatori più forti della storia
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 ROMA, 23 MAGGIO – Inauguriamo oggi una nuova rubrica di Sportcafe24.com, intitolata “La caduta degli Dei“. E’ uno spazio dedicato a quei calciatori che hanno avuto una carriera double face: prima straordinari interpreti del gioco più bello del mondo, poi sempre più protagonisti fuori dal rettangolo verde e sempre meno sul pezzo quando si tratta di fare ciò che gli riesce meglio, ovvero divertire ed emozionare il pubblico con gol, assist, parate e quant’altro. Proveremo a ripercorrere la carriera di questi uomini che hanno fatto la storia o che almeno potevano farla, salvo poi incappare nelle innumerevoli trappole connesse col mondo del soccer. C’è chi non è riuscito ad autogestirsi al meglio, chi è rimasto vittima di un infortunio che lo ha compromesso pressochè definitivamente e chi semplicemente non ha saputo resistere a lustrini e paillettes legati a filo diretto con successo e fama che inevitabilmente ti piovono addosso quando arrivi ai vertici. Per lo start di questa nuova rubrica – che avrà cadenza settimanale e vi accompagnerà per tutta l’estate – non potevamo esimerci dal descrivere le vicissitudini di colui che è l’emblema di questa particolare categoria: Ronaldinho. Fenomeno in campo prima, re del gossip poi. Uno dei più grandi numeri 10 della storia del calcio, uno che ha deliziato platee di qualsivoglia tipo, uno di quei giocatori che andresti sempre e comunque a vedere. Dall’apice all’oblio, da Alieno ad alienato, ecco la parabola discendente del Gaucho.

GLI ESORDI DEL PREDESTINATO – Ronaldinho viene dato alla luce nel 1980, 20 anni dopo Maradona e 40 anni dopo Pelè. Questa particolare coincidenza gli vale già di per se’ l’appellativo di predestinato: giocatori cosi ne nascono uno ogni 4 lustri, dicono. Ed in effetti Dinho è forte davvero: stupisce tutti nel Gremio – dove segna 21 reti in 44 partite -, vince un Campionato Gaucho da protagonista a nemmeno vent’anni e le grandi d’Europa cominciano ad accorgersi di lui. Talento cristallino e voglia di spaccare il mondo che gli si legge negli occhi, giocate sensazionali, gol da cineteca: impossibile non notare un fenomeno del genere. Quando corre l’anno 1999 esordisce pure nella Seleção ed un paio di stagioni più tardi il Paris Saint Germain decide di metterlo sotto contratto.

DINHO COME LA TOUR EIFFEL – A Parigi arriva nel gennaio 2001 ma per via di un contenzioso con la sua società precedente (il Gremio, ndr) riesce ad esordire soltanto nell’agosto dello stesso anno. In Francia Ronaldinho sboccia definitivamente: la squadra non è di qualità eccelsa ed infatti non riesce ad andare oltre il quarto posto in Ligue 1, ma l’alieno si mette in mostra realizzando 12 gol tra campionato e coppe, capocannoniere stagionale dei suoi. La gente comincia ad ammirarne lo smisurato talento, per gli amanti del calcio il Gaucho è bello come la Tour Eiffel e le sue prestazioni diventano motivo preponderante per farsi un bel viaggetto a Parigi. La capitale francese in quegli anni però non viene visitata soltanto da tifosi e curiosi, ma anche dalle grandi major del calcio che conta: Dinho ha addosso gli occhi di tutti, nella seconda stagione segna altre 13 reti e dopo l’undicesimo posto del Psg annuncia di voler cambiare aria, anche perchè nel frattempo ha pure vinto – e da protagonista – il titolo mondiale col Brasile. Si scatena un’asta in cui la spunta il Barcellona, che se ne accaparra il cartellino per 30 milioni di euro.

L’ARRIVO A BARCELLONA: 2 ANNI DA URLO – Quando Ronaldinho sbarca in quel di Spagna i blaugrana non se la passano benissimo: il titolo nella Liga manca in bacheca da ben 4 anni ed il Barça non arriva a podio da 3. Su questi presupposti parte la rivoluzione catalana, messa in atto dal neopresidente Joan Laporta e culminata appunto con gli arrivi di Dinho e Ricardo Quaresma davanti. In panchina c’è Frank Rjikaard che di li a poco costruirà il primo ciclo vincente del Barça formato nuovo millennio. Il primo anno si conclude col secondo posto in campionato, ma il funambolico Dinho fa già faville: 22 marcature tra campionato e coppe. E se a livello di club i successi ancora latitano, sul piano personale arrivano i primi riconoscimenti: ad inizio 2004 il brasiliano vince il Fifa World Player essendo stato votato come miglior giocatore al mondo dalla giuria formata da tutti i commissari tecnici del pianeta. Durante l’anno successivo arriva anche il primo trionfo nella Liga Spagnola: il Gaucho è leader incontrastato della propria squadra, realizza 9 gol e mette a segno una caterva di assist. Il meglio di se’ dal punto di vista dello spettacolo lo dà però in Champions League, dove il Barcellona tuttavia stecca: sono 4 le sue reti, quella realizzata contro il Chelsea nel ritorno degli ottavi di finale è un’autentica perla.

LA CONSACRAZIONE DEFINITIVA: DINHO NUMERO UNO AL MONDO – E’ nella stagione 2005\2006 che Ronaldinho arriva alla definitiva ed assoluta consacrazione. Il brasiliano incanta tutti e trascina a suon di gol – 26, per la precisione, lui che non è nemmeno un centravanti – il suo Barcellona, che vince Liga e Champions League in maniera strameritata. Il calcio del Gaucho è una gioia per gli occhi, talmente bello da vedere che persino i rivali sono costretti ad inchinarsi davanti a Sua Maestà. E’ storica la standing ovation del Bernabeu dopo il 3-0 inflitto dai blaugrana al Real Madrid, gara decisiva in chiave Liga. In quell’occasione il Numero 10 dei Numeri 10 realizza due gol fotocopia: partendo da metà campo dribbla mezza squadra e deposita in fondo al sacco con una facilità imbarazzante. Dopo aver subito la seconda rete Iker Casillas rimane attonito, quasi come se non volesse credere a ciò che i suoi occhi stavano proiettando. Ed invece è tutto vero: Ronaldinho non sembra umano ed oltre a Liga e Champions si prende pure il secondo Fifa World Player di fila ed il primo Pallone d’oro della sua carriera. In quel periodo tra tifosi ed addetti ai lavori comincia a prendere piede la convinzione di essere davanti al giocatore più forte della storia, per certi versi superiore persino a Maradona. Ronaldinho è spettacolo allo stato puro, un mix letale di tecnica e fantasia unite ad una terrificante concretezza sotto porta. Chi va a vederlo ha una certezza matematica: il divertimento è assicurato. Probabilmente è il calciatore che più incarna in senso pieno l’accezione “Vale il prezzo del biglietto“.

IL LENTO DECLINO ED IL TRASFERIMENTO AL MILAN – A Dinho manca soltanto una cosa per essere considerato a tutti gli effetti il migliore della storia: la continuità. Nell’anno successivo alla Grande abbuffata di trionfi il fantasista si ripete a livello personale, realizzando 24 reti, mentre non gli riesce l’impresa di trascinare la propria squadra verso altri successi. Sul più bello il Barcellona si arena: fuori dalla Champions, secondo dietro al Real Madrid in campionato, non riesce a vincere nemmeno il Mondiale per club. La stagione 2007\2008 va ancora peggio, senza coppe nè gloria i blaugrana concludono al terzo posto. Ma quel che più preoccupa appunto è l’involuzione del fenomeno Ronaldinho, che gioca poco e segna meno, anche a causa di una serie di infortuni a catena che lo condizionano soprattutto a livello psicologico. Spesso il brasiliano è costretto a rimanere fuori a causa dei suoi problemi fisici e non avendo molto da fare comincia ad interessarsi al mondo delle discoteche innamorandosi della movida catalana. Nel frattempo è nato il talento di Messi. Re Dinho viene ufficialmente detronizzato dall’avvento del fuoriclasse argentino e di comune accordo con la società decide che è arrivato il momento di cambiare aria. Berlusconi, da sempre suo grande estimatore, non ci pensa su due volte e vola a Barcellona con un assegno da 21 milioni di euro. Ronaldinho è un giocatore del Milan.

IL GAUCHO A MILANO: L’ILLUSIONE DELLA RINASCITA – Ronaldinho arriva a Milano con un unico obiettivo: tornare il Numero Uno al mondo. La sua presentazione in pompa magna a San Siro è di quelle che fanno sognare: il funambolo palleggia davanti a migliaia di tifosi in delirio e si lascia andare anche a qualche proclama in un italiano appena abbozzato. Esordisce in Milan-Bologna, partita persa per 2-1 dai rossoneri. Il brasiliano però gioca benissimo, mettendo a segno l’assist per il gol di Ambrosini e distribuendo spettacolo a getto continuo, con numeri da circo e dribbling degni dei tempi migliori. Berlusconi in tribuna si frega le mani ed arriva all’apoteosi qualche settimana più tardi, quando il suo pupillo realizza il gol decisivo nel derby di Milano contro l’Inter di Mou: la gara termina 1-0 e Dinho è sempre più idolo.

ALTI E BASSI CON ANCELOTTI, RITORNO AL TOP GRAZIE A LEO – Dopo il gol nella stracittadina il Gaucho sembra un calciatore rinato a tutti gli effetti, e legittima ulteriormente la sua partenza a razzo con la doppietta realizzata ai danni della Sampdoria. Nei primi 3 mesi Dinho vola sulle ali dell’entusiasmo, poi comincia un po’ ad incepparsi e nel frattempo il rapporto con Ancelotti scricchiola. Le voci relative alle sue nottate folli fuori dal campo si moltiplicano ma Galliani – maestro nel gettare acqua sul fuoco – smentisce categoricamente tutto ogniqualvolta la stampa prova a destabilizzare l’ambiente Milan. Fatto sta però che nella seconda parte di stagione l’Alieno gioca poco o nulla, chiudendo il 2008\2009 con un bottino di 10 gol, un po’ pochini viste le aspettative. Si sussurra di un suo imminente ritorno in Brasile, frattanto però nella Milano rossonera parte la rivoluzione: via Maldini e Kaka’, ma soprattutto via Ancelotti. La panchina viene affidata a Leonardo che si prefigge l’obiettivo di rivitalizzare Dinho, riuscendo quasi appieno nel suo intento. Il futebol-champagne predicato dal neotecnico meneghino mette il Gaucho nelle condizioni di essere finalmente incisivo e decisivo. Ronaldinho torna al top agendo da attaccante esterno nel nuovo 4-3-3, conclude la stagione con 15 gol – bellissimo tra gli altri quello al Siena che corona una gara perfetta caratterizzata dalla prima tripletta in Serie A – e ben 18 assist. Il Milan chiude terzo in campionato e nonostante il bel gioco espresso da Leo la dirigenza decide per un altro rimpasto con conseguente cambio della guida tecnica: fuori il brasiliano, arriva Allegri.

ALLEGRI-DINHO: STORIA DI UN AMORE MAI NATO – L’ex tecnico del Cagliari approda nel capoluogo lombardo con intenti rivoluzionari: basta calcio-spettacolo, al Milan serve concretezza per vincere qualcosa. Arrivano Robinho, Boateng ed Ibrahimovic, e pian piano la figura di Ronaldinho comincia a smaterializzarsi. Il brasiliano esordisce da fenomeno – come di consueto – nella prima di campionato stravinta contro il Lecce: dribbling spettacolari, un incredibile elastico + rabona ed un quasi gol da centrocampo. Sembra essere tornato Dinho il Grande, ma è soltanto l’ennesima illusione. Allegri lo relega al ruolo di panchinaro fisso e per l’ormai ex Alieno ci sono soltanto spiccioli di gara, parzialmente edulcorati dal gol in Champions League contro l’Auxerre, l’ultimo con la maglia della società pluricampione d’Europa.

TORNA A CASA DINHO – A gennaio il Milan va in ritiro a Dubai, dove a detta delle malelingue si consuma l’ultima bravata di Dinho, quella che poi convince la società a sbarazzarsene una volta per tutte. Stando alle indiscrezioni il brasiliano si presenta all’allenamento lindo e pinto, perfettamente puntuale, forse anche troppo. Successivamente si scopre che dopo l’ennesima folle nottata in discoteca aveva deciso di non andare proprio a dormire. I rossoneri lo scaricano e lui vola in Brasile per decidere il suo futuro. A casa propria si lascia andare ad altre notti brave ma questo non dissuade le società in corsa per acquistarlo. Su Dinho – appena trentenne – si scatena un’autentica asta: in patria uno come lui fa decisamente la differenza. Riesce ad assicurarselo il Flamengo, che batte il Gremio in volata. Per il Gaucho un’altra maglia rossonera ed un’altra buona partenza: a fine stagione i suoi gol saranno 21 in 51 gare. Dinho in terra sudamericana torna Alieno, tant’è che si guadagna pure la convocazione in Nazionale. Nel frattempo le voci sulle serate in discoteca si moltiplicano, ma a questo punto poco importa: nel Brasileirao l’ex blaugrana si riprende lo scettro, indipendentemente da ciò che fa fuori dal campo.

DA ALIENO AD ALIENATO: UN FUORICLASSE SENZA PACE – Come prassi vuole però, dopo un buon inizio c’è spesso un prosieguo non all’altezza. E’ la storia che ciclicamente si ripete nella carriera di Ronaldinho, fuoriclasse senza pace che anche in Brasile non riesce ormai più a rendere per quelle che sono le sue immense qualità. La seconda stagione al Flamengo sembra segnare il suo inesorabile e definitivo declino, con buona pace di tutti i suoi fan sparsi per il mondo che speravano ancora nell’ennesima rinascita. La cronaca recente parla di presidenti ed allenatori disperati, le voci si rincorrono: dalla discoteca comprata vicino casa al tentativo di costruire un tunnel che collegasse l’abitazione allo stesso locale notturno, con annesso permesso negato. E poi ancora l’appello della società del Flamengo, pronta ad istituire una sorta di Call Center Dinho con tanto di espressa richiesta diretta ai tifosi, pregati di chiamare ogniqualvolta vedessero il Gaucho darsi alla pazza gioia in orari non convenzionali. Infine l’ultima follia, risalente a qualche giorno fa: circondato da bodyguards il brasiliano si sarebbe presentato ubriaco all’allenamento chiedendo di essere lasciato a riposo, con conseguente furia di compagni ed allenatore. E’ l’emblema di Ronaldinho, superlativo campione che ha progressivamente rovinato una carriera da sogno, una storia da Numero Uno. E’ la parabola discendente di un giocatore che ha stregato le platee di tutto il mondo e poi si è perso, annebbiato dalla passione per vita notturna e belle donne. Le donne – oltre che col conto in banca – Dinho le conquista col sorriso. Quello stesso sorriso che ha illuminato stadi interi, scaldando il cuore di milioni di tifosi pronti ad idolatrarlo, amarlo, venerarlo come una divinità. Viaggiava a vele spiegate verso l’Olimpo degli Dei calcistici, è caduto sul più bello. Ma non va dimenticato che prima di cominciare l’autodistruttivo processo di graduale alienazione che gli ha impedito di consegnarsi alla leggenda, Ronaldinho era uno dei pochi giocatori al mondo in grado di stupirti sempre e comunque, un raro esemplare di calciatore con poteri paranormali. Un Alieno.

A cura di Vincenzo Galdieri

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