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La Musa dei Navigli: Alda Merini

La Musa dei Navigli: Alda Merini
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“Le madri non cercano il paradiso” è l’ultima raccolta firmata dalla poetessa Alda Merini nata a Milano il 21 marzo 1931. Chiude con garbo il suo percorso poetico affrontando i temi a lei più cari: la famiglia, l’amore, la vita, il tempo e la follia. Esattamente la storia della Merini è un insieme infinito di sussulti poetici: ogni esperienza è stata sviscerata in un verso. Sposa della poesia, inizia a scrivere giovanissima.

Il primo a cogliere il suo talento sarà Giacinto Spagnoletti, ma anche grandi come Pasolini, Montale, Quasimodo esprimeranno il loro stupore di fronte alla precocità di una ragazzina così innocente. Gli anni bui arriveranno presto con l’internamento in manicomio e il silenzio prolungato per quasi vent’anni.

Ma la vittoria della Merini arriva gradatamente, rinasce dopo l’esperienza della chiusura e da li arriveranno altre opere come “la Terra Santa” “Delirio Amoroso” “Superba è la notte”. Una infinita ascesa al successo che la colloca oggi tra le più grandi poetesse del Novecento. Muore a Milano l’1 Novembre 2009. Alda Merini era amante di vita, il corpo come luogo d’incontro di sentimenti, emozioni, riflessioni e infine la poesia quale ultimo atto di completamento. La poetessa ci concede la sua lieve flessione d’amore nel mondo. Una donna opulenta, rigogliosa, scriteriata in analogia con la primavera, la stagione che la accolse in quel lontano 1931. Ma fra tutte le poesie adoro proprio questa:

Alda Merini

Alda Merini: “Le madri non cercano il paradiso” Ed. Albatros

Le madri non cercano il paradiso,
il paradiso io l’ho conosciuto
il giorno che ti ho concepito.
perché vuoi morire?
non ti ricordi la tua tenera infanzia
e quanto hai giocato con me?
perché vuoi inebriarti della tua anima?
Tu stai uccidendo tua madre
eppure non riesco a dimenticare
i gemiti del parto.
Anch’io quel giorno sono morta
quando ti ho dato alla luce,
tu sei peggio
di qualsiasi amante figlio mio
tu mi abbandoni.

Perché in fondo Alda prima di tutto era una donna, una madre che amava i propri figli, la cosa più bella della sua vita. Quel figlio a cui ha dato la vita, che ha portato con sé come una casa. Ma quando poi si allontanano allora soffre, e pensa al momento del parto, alla sofferenza corporea e umana, dall’inizio e alla fine. La follia la sua grande amica-nemica come filo portante di tutta l’esistenza. Ma si può definire una pazzia filosofica, profanata come arte e non come male. Spesso la si ritrova adagiata sul suo letto o nella sua casa disordinata sulle rive del Naviglio. Su quelle acque lei ha permesso che la poesia potesse avere ancora posto, in una Metropoli, in una Milano piena e troppo confusionaria, tra palazzi e vita mondana. Alda Merini ha donato una continuità, una parte del Novecento che ci ha trapassato e che ci fa sperare ancora che la poesia possa esistere nell’uomo.

Francesco Cornacchia

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