Enrico Steidler
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Giacinto Facchetti, bandiera dell’Inter e dello Sport

Sette anni fa moriva a Milano il mitico “Cipe”, uno dei più grandi campioni della storia del calcio

Giacinto Facchetti, bandiera dell’Inter e dello Sport
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L’inizio di settembre porta con sé ricordi dolorosi per chi ama lo Sport e ne condivide gli ideali e i più autentici valori. Ieri era l’anniversario della morte di Gaetano Scirea, oggi è la volta di un’altra bandiera tricolore che tutti gli italiani potranno sempre sventolare con orgoglio pari alla gratitudine: Giacinto Facchetti. Sette anni fa, era il 4 settembre 2006, uno dei più forti difensori di tutti i tempi, il leggendario Cipe (diminutivo di Cipelletti, storpiatura del suo cognome inventata da Helenio Herrera) moriva in un letto d’ospedale stroncato da un tumore al pancreas. Campione d’Europa (1968) e vice-campione del mondo (1970) con la maglia della Nazionale (onorata in 94 circostanze), Facchetti fece incetta di trofei con quella dell’Inter (4 scudetti, 1 Coppa Italia, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe intercontinentali) collezionando 634 presenze (impreziosite da 75 gol, un’enormità per un terzino) in 18 anni di attività, dal 1960 al 1978. Del sodalizio milanese fu poi direttore generale, direttore sportivo, vice presidente e presidente dal 2004 al 2006 – biennio in cui vinse 1 scudetto, 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane – e oggi più che mai ne è simbolo e anima al tempo stesso.

Francobollo emesso nel 1968 dall'emirato di Ajman in onore di Facchetti (da Wikipedia)

Francobollo emesso nel 1968 dall’emirato di Ajman in onore di Facchetti (da Wikipedia)

Il ricordo di uomo come il Cipe inevitabilmente si intreccia con quello di Scirea: fuoriclasse assoluti, Gaetano e Giacinto (questo il titolo di una canzone incisa dagli Stadio due anni fa che nel ritornello diventa Facchetti e Scirea) sono da sempre accomunati per la loro cristallina ed esemplare lealtà. E’ questa la dote che li ha resi due icone fra le più amate e rispettate del calcio italiano, due modelli da imitare ancorché inimitabili: è questa virtù, così apprezzata perchè tanto preziosa quanto rara, che rende così viva la loro memoria, non certo il talento (che pure era sconfinato in entrambi) né tanto meno la gloria sportiva. Questa, senza dubbio, li ha consegnati alla storia del calcio, ma è la loro straordinaria correttezza (sul campo e fuori) che li resi immortali nel cuore degli appassionati. Dispiace davvero, sotto questo aspetto, che in un recente passato (ma giustamente già trapassato) l’integrità morale di Facchetti sia stata messa in discussione per la vicenda di Calciopoli e i presunti illeciti che egli avrebbe commesso nel suo ruolo di presidente del club nerazzurro. Un uomo come lui non meritava certo l’affronto postumo di chi tenta di ripulire la propria immagine infangando quella altrui. Ma, si sa, questo è il mondo, e il mondo del calcio in particolare.

Più forte di tanti avversari, fra cui la calunnia è quello più ignobile, l’immagine di Giacinto Facchetti è come un faro acceso nella notte della maleducazione e dell’inciviltà, e insieme a quella del bianconero Scirea ci esorta a superare le rivalità bottegaie e a pensare a qualcosa di più elevato. Giacinto e Gaetano, infatti, non sono solo l’Inter e la Juve, sono innanzitutto l’Italia, e incarnano la sua incredibile (per certi versi incomprensibile) capacità di sopravvivere a se stessa e alle sue meschinità generando uomini che tutto il mondo ci invidia. Sarebbe bello ritrovare almeno un po’ di questa Italia nel derby che si giocherà la prossima settimana: bello e doveroso.


Enrico Steidler

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