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24 anni fa moriva Gaetano Scirea, il campione più amato

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Gaetano Scirea con la maglia della Nazionale

E’ morto nel modo più orribile” – così scriveva Andrea Tarquini su Repubblica ventiquattro anni fa – “bruciato tra le lamiere contorte di una vecchia Fiat 125 stracarica di taniche di benzina, sbandata dopo l’urto fatale con un pesante furgone e scivolata in fiamme sotto la pioggia sul ciglio di un’autostrada. Troppo violento è stato l’impatto con il camioncino, né portiere né vetri potevano più offrire lo spiraglio di salvezza. Ustioni diffuse di terzo grado hanno avuto ragione dei suoi ultimi attimi di vita: Gaetano Scirea è stato dichiarato clinicamente morto nella sala di pronto soccorso dell’ ospedale di Rawa Mazowiecka insieme ai suoi compagni di viaggio, calciatori di una squadra di operai di cui avrebbe dovuto essere l’ospite illustre”. Erano le 12,50 di domenica 3 settembre 1989, ma la notizia si diffuse solo alcune ore più tardi, quando nell’edizione serale della Domenica Sportiva un Sandro Ciotti visibilmente commosso la comunicò agli italiani interrompendo la proiezione delle partite. Marco Tardelli, presente in studio, fu colto da un malore e dovette immediatamente abbandonare la trasmissione.

GENTILUOMO E FUORICLASSE – A distanza di tanti anni, e in un mondo del calcio abbruttito dalla maleducazione, dalla volgarità e dalla violenza, il ricordo di Gaetano Scirea è come un salvagente, miraggio e oasi al tempo stesso. Correttezza esemplare, lealtà, coraggio, determinazione, senso della misura, bontà: quando si pensa a “Gai” sono queste le qualità che affiorano subito alla memoria, e sono così brillanti da mettere in ombra tutto il resto, persino il suo straordinario talento (“Scirea era dolce e composto” – scriveva Gianni Brera – “di una moderazione tipica del grande artista. Non era difensore irresistibile né arcigno, era buono, ma completava il repertorio con sortite di esemplare tempestività, a volte erigendosi addirittura a match winner”) e il Palmarès da brividi (552 presenze con la maglia della Juventus – record battuto solo da Del Piero – e 78 con quella della Nazionale, campione del mondo nel 1982, 7 scudetti, 2 Coppe Italia, 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Supercoppa Europea). Cifre da primato, senza dubbio, ma il vero record, quello che meglio lo descrive, è un altro: zero espulsioni, zero giornate di squalifica.

COSI’ LONTANO, COSI’ VICINO – C’è chi viene ricordato per i tituli e chi viene rimpianto per la sua umanità: Gaetano Scirea è nella storia del calcio e nel cuore di tutti gli appassionati per entrambe le ragioni, e oggi, a 24 anni dalla sua morte, è bello poter scrivere di lui come della prova vivente del fatto che il rutilante mondo del pallone non produce solo primedonne e quaquaraquà ma anche qualche uomo. Quanto tempo è passato, quasi una generazione, ma Gai oggi rivive in quei giocatori (pochi ma buoni) che con il loro encomiabile fair-play ne rinfrescano – onorandola – la memoria e che sicuramente anche a lui si ispirano. “Farò l’allenatore, ricominciando da zero, con umiltà” – così concludeva Scirea la sua lettera di congedo dal calcio giocato: era il 15 maggio 1989 – “La stessa che mi ha sorretto durante la gavetta da giocatore. So che non mi servirà la precedente esperienza, dovrò scoprire tutto da capo. Ma ho un segreto; ho rubato qualcosa a ciascuno dei tecnici che ho avuto. Da Parola la capacità di responsabilizzare i giovani, da Trapattoni la capacità di tenere unito lo spogliatoio, da Marchesi la serenità. E da Bearzot quella straordinaria umanità che è la base di ogni successo”.

E’ davvero una fortuna, in fondo, che qualcuno abbia rubato qualcosa anche a Scirea.

Enrico Steidler

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