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Serie A: il Pagellone di SportCafe24 al termine della stagione. Promossi e bocciati

Serie A: il Pagellone di SportCafe24 al termine della stagione. Promossi e bocciati
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ROMA, 18 MAGGIO – Fine del campionato, fine dell’anno scolastico. Cadono sempre praticamente insieme, e portano a festeggiamenti o musi tristi, conferme o cambiamenti, crediti da ritirare o esporre in sala trofei o debiti formativi da assolvere quanto prima agli occhi dei propri tifosi. E in tutto ciò, noi? Facciamo i professori, prendiamo in mano registri, risultati e rendimenti e proviamo a stilare il pagellone 2011/2012 del campionato di Serie A. In rigoroso ordine alfabetico, come i quadri affissi sotto le scuole…

ATALANTA: VOTO 8,5. Ed è poco, veramente poco. Facciamoci i conti ad inizio stagione: squadra neopromossa, tifosi in rivolta ed una vicenda-scommesse che abbatte il giocatore-simbolo e porta in dote sei pesantissimi punti di penalizzazione. Insomma, una vera e propria prenotazione, se non per la retrocessione, almeno alla lotta per evitare la ricaduta al piano di sotto. Facciamo i conti adesso: sei lunghezze (al netto dei sei punti tolti) dall’Europa League, una penalizzazione annullata dopo le prime curve, una salvezza conquistata con larghissimo anticipo ed un calcio frizzante e coriaceo allo stesso tempo. Eccezionale mister Colantuono, ovvero acume tattico e buon senso. Tra quelli in campo, benissimo Denis, Schelotto, Cigarini e Consigli, spina dorsale di altissimo livello per una squadra ben oltre la metà classifica.

BOLOGNA: VOTO 7.5. Una sciccheria, la stagione sotto le torri. Soprattutto per com’era iniziata, col fumoso Bisoli impegnato a fare disastri a destra e a manca. Venne poi Pioli, pacco-dono scordato sul treno da Zamparini, e con lui una salvezza tranquilla, con un nono posto a cinquantuno punti colto con un finale da favola. Il gran merito dei rossoblu è stato quello di essersi calati nella lotta per la salvezza senza stravolgere le proprie caratteristiche, ovvero un attacco pirotecnico sostenuto da una squadra di buoni mestieranti del pallone. Bravissimi Diamanti e Ramirez, giocatori di categoria superiore. Meno brillante che negli ultimi anni Di Vaio, giunto ai titoli di coda di un’esperienza fantastica. Il futuro, come al solito, è una grossa incognita, ma almeno si può ripartire da una stagione vissuta senza patemi dopo anni di salvezze soffertissime.

CAGLIARI: VOTO 5. Come definire la stagione dei sardi? Casino organizzato, anonimia, ordinaria amministrazione senza infamia e senza lode. L’unica differenza con i campionati precedenti è una salvezza matematica giunta in grosso ritardo rispetto ad una tabella di marcia che, Cellino docet, non può mai mancare della solita girandola impazzita di tecnici. Donadoni, Ficcadenti, Ballardini, di nuovo Ficcadenti, per un fuoco d’artificio continuo che di certo non aiuta a trovare una stabilità tattica accettabile.  Anche la squadra, sempre uguale a sé stessa, ha offerto pochi spuntoni di novità: tutti sul sei meno in pagella, con qualche lampo lanciato dai soliti senatori e dall’unico attaccante degno di questo nome vestito di rossoblu, quel Mauricio Pinilla che nessuno pare riuscire a capire. Per il resto, davvero poco da segnalare. E da qui, il voto basso, per una staticità che, panchina di fuoco a parte, potrebbe anche non bastare per le future salvezze.

CATANIA: VOTO 7. Il finale di stagione in caduta libera non deve oscurare le meraviglie di un’annata vissuta ad un tiro di schioppo dall’Europa League. Ma soprattutto, non deve assolutamente far dimenticare l’eccezionale qualità del gioco proposto da Montella, non a caso immediatamente richiamato a Roma dopo la suggestiva prova di tiki-taka con Luis Enrique. Tornando alla squadra etnea, sottolineiamo la capacità di proporre un calcio molto lontano dalle barricate tipiche della lotta salvezza, con un centrocampo dedito a creare gioco piuttosto che a distruggere quello altrui, ed una difesa brava a coprire ma anche a creare scompiglio nell’area avversaria. Ottimo campionato per Lodi, Gomez, Almiron e il recuperato Legrottaglie, serviva qualcosina di più tra porta (Andujar, Kosicky, Carrizo: inno all’improvvisazione) ed attacco per puntare la prua davvero verso l’alto. Un peccato l’addio di Lo Monaco, Gasparin porta saggezza e competenza per un futuro tutto da inventare.

CESENA: VOTO 3. In estate, l’equazione studiata dal presidente-tifoso Campedelli prometteva bene. Aggiungere gente di qualità al gruppo-salvezza, con un allenatore in cerca di rivincite (Marco Giampaolo, sfortunatissimo nelle ultime parentesi) e bravo a fare un calcio propositivo, sembrava la giusta ricetta per continuare un sogno impossibile. Invece, le incognite sono rimaste tali. Anzi, sono state proprio le grandi cause di una retrocessione praticamente mai in discussione. Mutu è stato tutto fumo, con le solite scenate sparse, e quasi niente arrosto. I vari Eder, Ghezzal, Martinez e Candreva hanno trapanato l’acqua, risultando poco più che ornamenti di un gruppo spompato dal salto triplo Prima Divisione-salvezza in Serie A. Si è provato a fare qualcosa tra panchina (Arrigoni e Beretta, poche colpe comunque) ed in gennaio, ma Iaquinta e Santana sono praticamente degli ex. Salvabile solo il rendimento di pochi intimi: il centrale uruguagio Rodriguez e nonno Antonioli, unici superstiti di una stagione tutta da dimenticare.

CHIEVO: VOTO 7. Che ci crediate o no, questa salvezza va dritta nella galleria dei miracoli gialloblu. Primo, perché non è mai facile essere piccoli e non venire risucchiati nel bailamme-salvezza. Secondo, perché le minestre riscaldate, vedi alla voce Di Carlo, spesso sono indigeste nella tavola del calcio. Eppure, il mister ciociaro dimostra una volta di più doti di ottimo condottiero di provincia, bravo a tirare fuori il meglio da ciurme di onesti impiegati della pedata. Nonostante un Pellissier che inizia a sentire il peso degli anni e delle battaglie, salvezza giunta con relativa tranquillità. I motivi di quest’ennesimo successo? Tra i calciatori, le scoperte Bradley, Acerbi e Thereau (geniale la sua conversione in trequartista di movimento), più i primi lampi ad alta quota di Alberto Paloschi. Aggiungiamoci l’acume di Mister Di Carlo, ovvero buonsenso e versatilità tattica, ed ecco servito un altro piccolo capolavoro impossibile firmato Chievo.

FIORENTINA: VOTO 4. Orribile, davvero. Stagione dolorosissima a Firenze, e solo chi non ama il calcio è riuscito a non soffrire di una situazione del genere, figlia di un dopo-Prandelli gestito alla meglio, con scelte poco convinte e mercati asettici. L’inizio prometteva anche qualcosa, ma Mihajlovic ha perso presto bussola e testa, lasciando in mano a Rossi una squadra senza né capo né coda, col solo Jovetic a tirare una carretta priva di qualsiasi fondamento tecnico. Il finale tutto d’orgoglio, con le affermazioni-salvezza di Milano e Roma, è stato macchiato dal clamoroso caso-Lialjc, episodio emblematico del calciatore moderno e della tensione di una stagione viola nata, sviluppata e chiusa sotto una cattiva stella. Rossi è stato allontanato, e ora si naviga a vista in attesa di un progetto che ridia dignità ad una piazza ferita da una stagione mortificante. Il voto negativo va soprattutto ad una società parsa in disarmo, quasi disamorata, perennemente in balia degli eventi.

GENOA: VOTO 4. Ben ti sta, Preziosi. Girare e rigirare la squadra come una trottola impazzita non porta mai a nulla, e siamo sicuri che questa ramanzina sarà condivisa da tutti i tifosi del Genoa, protagonisti tra l’altro dell’incredibile episodio dello “stop per vergogna” a Genoa-Siena. I mille movimenti di mercato tra campo e panchina producono una stagione da grande spavento, che solo il fiatone del Lecce non ha trasformato in tragedia sportiva. Preziosi prova ad invertire la tendenza, con il probabile arrivo di Lo Monaco come factotum e il suo discostarsi da un mercato troppo spesso confuso con i giochini che gli fanno incassare milioni su milioni di euro. Resta nella mente, comunque, una stagione da scatafascio tecnico, iniziata pur benino e persasi nell’esonero dell’ingenuo Malesani, in una campagna di gennaio foriera di attaccanti con una difesa imbarazzante, e nella ruota della fortuna finale vinta solo per il disarmo anticipato degli avversari. Per un futuro più tranquillo, occorre cambiare atteggiamento.

INTER: VOTO  4.5. Come la caduta dell’Impero romano d’Occidente. Ovvero, la fine di un ciclo storico. Se l’anno scorso ci aveva pensato Eto’O a tenere in piedi una baracca già pericolante, la tragicomica annata appena conclusa deve, per forza di cose, essere il punto a capo di una società da due anni senza linee-guida. Basti pensare alla scorsa estate: Leonardo lascia di colpo, e il suo sostituto è addirittura la terza scelta di presidente e società. Logico che alle prime figure barbine vada tutto in frantumi. Ranieri aveva trovato il modo di raddrizzare la barca, ma è stato tradito nel momento migliore da una squadra senza più un briciolo di energia, con senatori appassiti e giocatori nuovi schiacciati da responsabilità troppo grandi o da paurose involuzioni. Il finale sorprendente di Stramaccioni è puro esercizio di entusiasmo, ma potrebbe essere anche un viatico niente male per un futuro che deve essere necessariamente diverso dal recente passato, soprattutto in sede di mercato. Insomma: Forlan, Zarate, Castaignos, Jonathan e Alvarez (nonostante qualche buono spunto di quest’ultimo) devono essere affari (?) di monito, ovvero un libretto di istruzioni storiche sempre aperto su come non fare il calciomercato.

JUVENTUS.: VOTO 10. Lo scudetto, e tanto basterebbe. Il modo in cui è arrivato, però, fa lustrare gli occhi. Gran gioco, gran fame agonistica, grande capacità di uscire indenni dal periodo di mini-crisi (ha molto aiutato, in questo senso, l’imbattibilità) e soprattutto grandissimi calciatori. Vere e proprie scoperte (Vidal è un vero fenomeno, De Ceglie è uno stantuffo di qualità e Matri, nonostante l’accantonamento finale, può dire la sua anche ad alta quota), recuperi eccezionali e buoni anche per la nazionale (Bonucci, Chiellini, Pepe, Marchisio, Buffon e Barzagli: in sintesi, la spina dorsale dello scudetto, tutte rivalorizzazioni dopo l’anno horribilis di Delneri), più il fenomeno della regia, quell’Andrea Pirlo capace di accendere, in un sol colpo, la luce di una squadra che gira seguendo i suoi spartiti come se fossero le istruzioni di Napoleone. Aggiungiamo a questo l’incredibile exploit di Conte. Non sarà proprio un simpaticone, ma si è dimostrato, al primo anno di Juve, un vero drago della panchina. Adattabilità, grinta e juventinità da vendere: le chiavi di un successo che è soprattutto suo. Chiudiamo col doveroso omaggio a Del Piero, campione di’Italia all’ultima passerella con la maglia della vita. In pratica, una favola senza lieto fine (rinnovo del contratto). Non meritava anche lui di ritornare in Champions, da capitano scudettato, per l’ultimo grande palcoscenico della sua inimitabile carriera?

LAZIO: VOTO 5. Ovvero, un libretto di istruzioni. Il titolo: “Come gettare al vento una qualificazione in Champions League”. Per spiegare la stagione della Lazio, basta pensare alla storia della coppia d’attacco: i biancocelesti si presentano all’avvio di stagione con Klose-Cissè coppia titolare, per poi giocarsi la Champions, negli ultimi mesi di campionato, con Alfaro-Kozak e Rocchi in seconda battuta. Un vero suicidio firmato Tare-Lotito, in una stagione dove le titubanze altrui (Napoli ed Inter in primis) facevano della Lazio la favorita d’obbligo nella corsa alla medaglia di bronzo. Reja, una volta di più, si è confermato un demiurgo affidabile e di buon senso, ma poco ha potuto contro gli infortuni (serie impressionante), la sfortuna (la tragicomica vicenda di Udine, col gol-non gol di Pereyra gli ha praticamente azzoppato il finale di stagione) e l’inettitudine di una società ingrata al suo lavoro di tecnico artigianale. Il quarto posto è già tanto, ma il rimpianto per un qualcosa di grosso alla portata e gettato al vento è più forte che mai.

LECCE: VOTO 5.5. La retrocessione in Serie B toglie almeno tre punti-voto alla formazione giallorossa, che vive una stagione doubleface. Il tentativo-Di Francesco si è rivelato un fiasco, soprattutto per inadattabilità mentale e tattica alla scorza dura della lotta-salvezza. Molto meglio Serse Cosmi, da anni esperto recuperatore di situazioni disperate: il tecnico perugino ha ridato slancio ad un gruppo spento, valorizzando al massimo le individualità di Benassi, Muriel, Cuadrado (ad Udine faranno una statua d’oro all’ex mister di Perugia e Livorno)  e (a tratti) Bertolacci, tenendo accesa fino all’ultimo una corsa-salvezza che sembrava, già a metà strada, una vera utopia per i giallorossi. Un vero peccato, perché tanta abnegazione e voglia di lottare avrebbero meritato forse di più, anche a fronte di valori tecnici generali sicuramente non molto (anzi, forse per niente) superiori alla posizione effettivamente raggiunta in classifica.

MILAN: VOTO 5. Gli episodi (si guardi alla voce “sconfitta e pareggio interno con Fiorentina e Bologna”) e l’incredibile stagione della Juventus gli tolgono uno scudetto praticamente già vinto, offrendo al contempo l’opportunità a Galliani ed Allegri di riflettere, finalmente, su un futuro diverso. Rosa falcidiata dagli infortuni, certo (comica la situazione-Pato), ma troppo al di là con gli anni in alcune alternative divenute titolari in alcuni passaggi della stagione. Il solo Ibrahimovic, a volte, può anche non bastare. Urge una riprogrammazione immediata, e i primi passi in questo senso paiono incoraggianti: gli addii commoventi ai monumenti Gattuso, Inzaghi, Nesta e Zambrotta buttano giù un po’ di zavorra, ma costringono la proprietà ad una vera rifondazione che costa molti molti denari. Quello che serve, cioè, per tornare a dettare legge in Italia e a far sentire il proprio peso in Europa.

NAPOLI: VOTO 5.5. Non ci fosse stata la Champions, sarebbe stata una stagione-gambero, un enorme passo indietro rispetto al progetto di crescita firmato De Laurentiis. Perché la maggiore competizione europea ha responsabilità pesanti, a livello di energie mentali e fisiche perdute, nell’altalenante stagione azzurra, vissuta sempre ai margini dei primi posti e perennemente sospesa tra grandi momenti e cadute repentine contro squadre molto meno attrezzate. Il noviziato europeo, insomma, ha pesato. Soprattutto per una squadra che in difesa schiera ancora gente come Campagnaro, Aronica, Dossena: soldatini da battaglia, ma inadatti, per doti ed età, a sostenere il doppio impegno Campionato-Champions. Aggiungiamo ai disastri difensivi le titubanze dei nuovi, le inevitabili voci di mercato sui big e la delusione per un’esclusione dalla Champions difficile da digerire, ed ecco il film di una stagione particolare, recuperata in extremis per il campionato e poi (meritatamente) persa nel catino di Bologna, ad un passo dalla seconda, storica qualificazione consecutiva alla Champions.

NOVARA: VOTO 5. La media tra il quattro meritato dalla società (impossibile presentarsi alla Serie A con tre quarti dell’undici titolare proveniente direttamente dalla terza serie) e il sei da assegnare con pacca sulla spalla annessa a Tesser ed ai suoi ragazzi, capaci di rimanere in linea di galleggiamento praticamente fino all’ultimo giocando con dignità ed onore trentotto partite su trentotto. Tra i calciatori, viene fuori qualcosa di buono: la promessa mancata Rigoni è roba buona anche se un po’ attempata, Ujkani può tranquillamente fare la Serie A, ed i reduci dalla Prima Divisione, i vari Lisuzzo, Ludi, Porcari & co., sono stati quasi commoventi per abnegazione e voglia di fare anche al piano matto del calcio. Peccato che queste doti, a volte, non bastino per salvare le squadre dalla retrocessione.

PALERMO: VOTO 4.5. Dopo Preziosi, ecco l’altro “Signor Casino” della Serie A, il mitico Maurizio Zamparini. Un uomo capace di esonerare il tanto rincorso Pioli dopo due partite storte in estate, per affidare la squadra al semisconosciuto Mangia. Inutile dire che il mister esonerato si sia rivelato, a Bologna, una vera e propria rivelazione della panchina, con doti di saggezza ed accortezza tattica difficilmente rintracciabili in altri allenatori. Come se non bastasse, Mangia, dopo un buon inizio, ha l’immane colpa di perdere in casa col Cesena, e tanto basta a Zampanò per sollevare anche il suo sedere dalla panchina rosanero, pronta ed impacchettata addirittura per accogliere Bortolo Mutti. Ovvero, serietà e signorilità, ma calcio da paleozoico. Stagione buttata al vento, un passo appena sopra la zona salvezza nonostante un undici iniziale di tutto rispetto. La pessima stagione dei rosanero ha ridimensionato valori importanti, primi tra tutti gli sfortunati Balzaretti ed Hernandez, segnalando tra i “buoni”, solo alla fine peraltro, Silvestre e Viviano. Urge cambiamento o almeno calma mentale del presidente.

PARMA: VOTO 7. Prendete la zucca di un campionato mediocre, tutto aggrappato alla vena artistica di Giovinco, e trasformatela in una sontuosa carrozza che viaggia, guidata sempre dal piccolo prode Sebastian, a pochissimi punti di distacco dalla zona-Europa, sorretta da un calcio pragmatico che esalta le doti del fantasista più diabolico dell’intera Serie A. Non sono i fratelli Grimm, ma il buon Donadoni, ad aver scritto questa piccola favola calcistica, nata sulle ceneri della gestione-Colomba e chiusasi in un lieto fine di ottimo livello, giusto premio di un allenatore snobbato come nessuno dopo i luccicanti esordi. Ad occhio e croce, questo piccolo miracolo è praticamente irripetibile, data anche la probabile partenza di almeno un paio di elementi di spicco (lo stesso Giovinco in primis, ma anche l’eccezionale Mariga, rimpianto interista), anche se la calma e la tranquillità di una piazza storicamente serena potrebbe aiutare a ripetere altri prodigi nello stesso stile. Bravi tutti, nella terra di compositori e prosciutti dolci.

ROMA: VOTO 5. Il progetto era indubbiamente fantasioso, suggestivo, particolare. Una squadra giovane in mano all’esponente giovane della filosofia di calcio più affascinante e vincente del mondo. Ma la Roma non è il Barcellona, così come il resto della Serie A è ben distante dall’improvvisazione tattica e soprattutto difensiva di (nomi a caso, con tutto il rispetto) Racing di Santander, Granada o Betis Siviglia. Luis Enrique ha provato a fare la rivoluzione in un giardino poco fecondo, ed ha pagato lo scotto con un campionato altalenante, sempre sospeso tra un progetto di gioco solo abbozzato, mai pienamente compiuto, e la necessità di fare risultati che confortassero gli investimenti della nuova proprietà. Il bilancio finale è ampiamente negativo, soprattutto dopo l’imbarazzante dietrofront che riporta Montella nella capitale dodici mesi dopo una giubilazione senza motivi apparenti. Si voleva seguire la moda del tiki-taka, si è praticamente buttato via un anno. Tra i giocatori, buone cose fatte vedere da Gago e Pjanic. Discontinuo, irritante ed irritabile Lamela, da seguire i furetti Bojan (merita fiducia, gioca a calcio per davvero) e il nostrano Borini. Da rivedere, soprattutto caratterialmente, l’attesissimo Osvaldo.

SIENA: VOTO 7.5. Applausi, a tutti. Di vero cuore. Ad una società seria e dignitosa, in primis. A Perinetti, capace di tirare fuori un paio di vere e proprie gemme di mercato. A Sannino, soprattutto, per le doti di trascinatore ed uomo intelligente messe in mostra all’esordio assoluto in A. Alla squadra, capace di immedesimarsi subito con i dettami del tecnico nativo di Ottaviano, ovvero sacrificio e organizzazione tattica. Poi, ad alcuni uomini in particolare. Destro, regalo vero e proprio a tutto il calcio italiano: al tempo stesso attaccante completo e uomo di sacrificio, prima alternativa, poi partner e infine sostituto principe del capitano Calaiò, tolto da mezzo da un grave infortunio durante la migliore stagione di massima serie. Poi D’Agostino, regista fondamentale per classe e maturità. Infine Brienza e Del Grosso, ovvero la classe operaia nel paradiso di una salvezza meritata nonostante il valore assolutamente non eccelso di un organico capace anche di arrivare ad una storica semifinale di Coppa Italia.

UDINESE: VOTO 9. Secondo anno consecutivo a mozzare teste in zona-Champions League, nonostante un mucchio di campioni venduti a peso d’oro (due nomi su tutti: Inler e Sanchez) al miglior offerente. Ovvero, il meglio che si potesse fare. Gran merito alla società, capace ogni anno di inventarsi nuovi piccoli fenomeni che sconvolgeranno i prossimi mercati del calcio (pensiamo a Pereyra, a Danilo, e anche ai “disturbatori esterni” Muriel e Cuadrado) nonostante la storica vocazione all’autofinanziamento. Un plauso anche ai senatori, sempre eccezionali: Di Natale ha praticamente vinto l’Europeo, Handanovic è il miglior portiere di tutta la Serie A, Pinzi e Domizzi fanno da nobili portatori d’acqua a ragazzini coraggiosi che mettono a ferro e fuoco le difese. Più che a tutti, però, applausi a mister Guidolin: raziocinio, serenità, signorilità, doti tattiche e capacità di superare momenti difficili ed avversari molto più quotati. Il vero uomo più dell’Udinese è proprio lui.

Alfonso Fasano 

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