Michele Lasala

Jan Vermeer, la musica dell’anima nella pittura del silenzio

Jan Vermeer, la musica dell’anima nella pittura del silenzio
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di Michele Lasala

Il primo ad aver intuito la originalità e la particolarità della pittura di Jan Vermeer (Delft, 1632 – ivi, 1675) dopo un oblio durato circa due secoli e mezzo dalla morte del pittore, fu lo storico olandese Johan Huizinga, che, in una sua opera del 1932, Hollandische Kultur des siebenzehnten Jahrhunderts, afferma: «Con Hals è possibile cavarsela usando il termine “realismo”, ma la sua insensatezza risalta quando da Hals si passa a Vermeer […]. Vermeer non ha dipinto apparentemente che l’aspetto esteriore della vita quotidiana […]. In tutto ciò che dipinge Vermeer, aleggia a un tempo un’atmosfera di ricordi d’infanzia, una calma di sogno, un’immobilità completa e una chiarezza elegiaca, che è troppo fine per essere chiamata malinconia. Realismo? Vermeer ci porta lontano dalla grossolana e nuda realtà quotidiana».

UNA PITTURA DI SOGNO – Il realismo di Franz Hals, altro interessante pittore del Seicento olandese e che Huizinga qui mette a confronto col maestro di Delft, è come se lentamente si dissolvesse nel pulviscolo cristallino della chiara luce che sovrana regna nelle opere di Vermeer, trasfigurandosi via via in una dimensione completamente altra, assoluta, fuori dal tempo: quella del sogno. La pittura di Vermeer ci porta veramente lontano dalla nuda realtà del quotidiano, proiettandoci negli abissi più profondi della autenticità e dell’anima degli uomini. Un’anima che comunica non già con la parola, ma col silenzio della solitudine.

CALMA, SILENZIO E INTIMITA’ – Ed ecco La merlettaia (1669), una giovane ragazza intenta a ricamare al tavolo di lavoro; alle sue spalle una parete nuda e disadorna che lascia indovinare una stanza altrettanto semplice simile a quella di una novizia in un monastero. L’atmosfera di estrema sacralità che in questo quadro si avverte, è suggerita anche dal libro chiuso che la giovane tiene accanto a sé, probabilmente un libro d’ore o la Bibbia. Ed ecco ancora la Donna in azzurro che legge una lettera (1663 ca.), opera oggi conservata al Rijksmuseum di Amsterdam, in cui si vede una ragazza, forse incinta, assorta nella lettura di una lettera nella calma e nel silenzio della sua stanza.  Davanti a sè si intuisce una finestra da cui filtra una luce diafana che svela al mondo l’intimità domestica di questa giovane amante. La lettera che sta leggendo potrebbe essere quella del suo amato, che le scrive da terre lontane. Ed ecco L’Astronomo (1668), opera conservata al Louvre e una delle opere più note di Vermeer. Lo scienziato è all’interno del suo studio, al tavolo di lavoro e circondato dagli strumenti di cui si serve: libri, un compasso, un astrolabio, un grafico. L’astronomo si alza leggermente dalla sedia e con la mano destra gira la sfera celeste alla ricerca evidentemente d’una costellazione, di un astro, di un mondo inesplorato.

LA MUSICA, VOCE DELL’ANIMA – Nelle opere di Vermeer, alle volte il silenzio della intimità può essere sublimato da qualche nota, dal suono dolce di un violino, da quello di una spinetta, da quello delicato di un liuto, come dimostrano dipinti quali Gentiluomo e dama alla spinetta (1662), Suonatrice di liuto (1664), Concerto a tre (1665), Fanciulla con flauto (1665-1670), Suonatrice di chitarra (1672). Tutte opere in cui la musica non spezza l’incanto della solitudine: essa piuttosto ci fa sentire, dei protagonisti, la voce dell’anima, la melodia dei sentimenti; ci fa udire il suono delle loro speranze e della loro semplice esistenza. È un mezzo che dà espressione al volto nascosto e segreto dell’interiorità.

LA METAFISICA DI VERMEER – La pittura raffinata e analitica di Jan Vermeer, in sostanza, a differenza di quella degli altri pittori suoi contemporanei, come quella di Pieter de Hooch, Frans van Miers, Gabriel Metsu, Gerard  ter Borch – pittori che pure avevano dipinto soggetti simili a quelli di Vermeer (nell’Olanda del Seicento erano molto richiesti quadri di genere, raffiguranti suonatori, concerti, osterie, donne intente nel loro lavoro) –  non è affatto una pittura della realtà, del quotidiano, ma è piuttosto una pittura del sogno, della sospensione temporale: è una pittura, appunto, dell’interiorità. Si può dire che essa sia una pittura “metafisica”. Prima ancora della esperienza artistica di Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi e Carlo Carrà.

IL DUBBIO DELLA REALTA’ – Vermeer, come scrive giustamente Lorenza Trucchi (Vermeer e l’arbitrio del colore, 1966), «non badava tanto a descrivere il reale quanto a fissarlo nella sua essenza pittorica. Il “rumore barocco” con le pompe trionfanti e le prime inquiete tentazioni, non arriva all’orecchio dell’assorto pittore di Delft; egli pare vivere in una religiosa atmosfera ancora castamente medioevale e, tuttavia, su questa assorta quiete aleggia il misetero: il silenzioso mistero della morte. Tutta l’arte di Vermeer altro non è che questo bloccare l’attimo, questo fare di ogni cosa, anche la più sanamente concreta e banalmente viva, di ogni precario e mutevole spettacolo quotidiano. […] Vermeer non è dunque un classico, è, anzi, uno dei pittori più moderni del Seicento, proprio per quel suo mistero, per quel sottile dubbio sulla realtà, occultato sotto una assoluta assenza di enfasi, sotto una ossessiva precisione di dettagli oggettivi».

LA MOSTRA – È aperta a Londra, alla National Gallery, fino all’8 settembre, la mostra Vermeer and Music. The art of love and leisure. Un’esposizione che mette a confronto l’opera di Vermeer con quella di alcuni pittori suoi contemporanei e con alcuni esempi di strumenti del tempo. In mostra quattro dipinti del maestro di Delft: Donna in piedi al virginale, Donna seduta al virginale, la Suonatrice di chitarra, la Lezione di musica. Tra gli artisti presenti in mostra: Gerrit Dou, Jan Miense Molenaer, Godtfried Shalcken, Pieter de Hooch, Gabriel Metsu, Gerard ter Borch.

Jan Vermeer, "Suonatrice di chitarra" (1672, ca.), Londra, Kenwood, Iveagh Bequest.

Jan Vermeer, “Suonatrice di chitarra” (1672, ca.), Londra, Kenwood, Iveagh Bequest.

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