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Euro 2012, la strada verso Kiev: i galletti della Francia con l’obbligo di vincere per cancellare i recenti fallimenti

Euro 2012, la strada verso Kiev: i galletti della Francia con l’obbligo di vincere per cancellare i recenti fallimenti
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PARIGI, 18 MAGGIO – Gli eterni avversari, gli eterni rivali. Si potrebbe dipingere così il cammino storico e contemporaneo della Francia di Laurent Blanc, squadra ostica sin dall’alba dei tempi e che si affaccia all’Europeo di Polonia e Ucraina con rinnovato entusiasmo. I blues hanno una squadra che potrebbe risultare meno forte a livello di singoli di quella ad esempio del mondiale del 2006, ma che grazie al suo gruppo, potrebbe proseguire nella competizione e puntare fortemente al titolo europeo. Il girone non è semplicissimo e i galletti dovranno affrontare l’Inghilterra (la sfida nei secoli dei secoli), la Svezia del terribile Zlatan Ibrahimovic e i padroni di casa dell’Ucraina. Nonostante le avversità la Francia non sembra temere nessuno e dovrà cercare di dimenticare il periodo buio di Domenech con un gruppone tutto da scoprire.

L’immenso talento francese Michel Platini

UN BLUES DI GRANDE CALCIO: STORIA DEI GALLETTI DAGLI ALBORI AD OGGI, PASSANDO PER PLATINI E ZIDANE – Un Campionato del Mondo, con un secondo ed un terzo posto. Due campionati europei e una medaglia d’oro Olimpica come gustoso corollario. E se escludiamo il bronzo mondiale (1958), tutti i trionfi sono liofilizzati nel breve volgere di un battere di ciglia calcistico, un ventennio o poco più. In pochissime, sintetiche, lapidarie parole, storia di un movimento calcistico in perenne ascesa, riuscito a fare pace col palmares vuoto dopo anni di litigiosa allergia alla vittoria. I cuginetti d’Oltralpe iniziano a bazzicare il calcio molto prima di noi, nel 1904: siamo a livello ancora pioneristico, ed il 3-3 dell’esordio colto contro gli altri cugini, quelli belgi, è solo l’antipasto di un periodo di vero e proprio anonimato calcistico. Nei primi anni, pochissimo calcio da grandeur dipinto nel paese della Rivoluzione: al massimo, si possono ricordare il primo gol nella storia dei Mondiali (Lucien Laurent, FranciaMessico 4-1 nella Coppa del Mondo 1930), due eliminazioni al primo turno (1930 e 1934)e un quarto di finale (1938, Mondiale casalingo, 1-3 contro l’Italia ed inizio di una rivalità infinita) nella stessa competizione. Per il resto, poca cosa: pochi talenti, pochi risultati di rilievo a cavallo tra le due guerre. Il primo risveglio è quello dei tardi anni cinquanta: una prima linea da sogno permise alla Francia di cogliere il suo primo grande risultato internazionale, la qualificazione ad una semifinale mondiale. Fontaine, Kopa, Piantoni e Vincent erano gli eccezionali frombolieri di un attacco capace di mettere a segno ventitre gol in sole sei partite, con tredici segnature a nome di Fontaine, vero e proprio mattatore (non a caso era anche un cantante di successo), nonché capocannoniere di quell’edizione e recordman per numero di segnature in un solo Mondiale. La Coppa Rimet del 1958 vide la corsa della Francia finire solo sotto i colpi dell’inarrivabile Brasile di Pelè, capace di matare con un sonoro 2-5 gli stralunati galletti ad un passo dalla finale di Stoccolma. Quel Mondiale, in ogni caso, diede alla Francia un’importante certezza sul suo futuro: mai nessun’altra nazionale, nella storia del calcio mondiale, avrebbe beneficiato così tanto dei giocatori “integrati”, ovvero provenienti da colonie o nati nel territorio estero. Fontaine era marocchino, Kopa all’anagrafe era Kopaszewski, cognome di chiara provenienza esteuropea, polacca nella fattispecie. Insomma, colonie e immigrazione avrebbero fatto la fortuna calcistica dei galletti. Non a breve termine, comunque. Passeranno diversi anni prima di vedere una Francia in grado di competere davvero sui grandi palcoscenici. Per capire di cosa stiamo parlando, proviamo a scorrere le griglie di partenza di Mondiali ed Europei in successione al 1958. Due anni dopo, la generazione d’oro chiude il suo ciclo con il quarto posto al primo Campionato Europeo della storia, per poi sparire sotto i colpi dell’anagrafe. Dal Mondiale 1962 all’Europeo del 1976, una sola apparizione Mondiale (1966) e zero qualificazioni raggiunte per la fase finale degli Europei. Insomma, un disastro. Venne poi Argentina 78, con una piccola nidiata di campioncini cresciuta sotto l’ala protettiva del Ct Hidalgo. Nomi nuovi, per il calcio europeo: Platini, Rochetau, Six, Bossis. Quella Francia frizzante ebbe l’unico torto di giocare contro Italia ed Argentina due delle tre gare del girone, salutando la compagnia già al primo turno. Quei nomi, però, sarebbero stati presto famosi. Se gli Europei del 1980 sono il giusto dazio pagato alla maturazione, da Spagna 82 in poi si iniziano a raccogliere i primi frutti prelibati. Il Ct è sempre Hidalgo, e ai nomi sopraccitati si aggiunge gente come Tigana, Giresse, Bellone. Provenienza geografica mista, come nel 1958, gioco spettacolare e risultativi prestigio. Platini, prima di venir rapito da Gianni Agnelli in persona per diventare simbolo juventino, orchestra al meglio una squadra frizzante che cede solo nella maledetta semifinale contro la Germania, vincente ai rigori dopo un pirotecnico 3-3 dopo i supplementari. I tempi sono maturi, è il momento di mettere finalmente il pane dolce dei trofei sotto i denti. Euro 84, programmata nel giardino di casa, è piatto troppo ghiotto per non essere mangiato tutto d’un fiato. Platini ci arriva da mostro sacro consacrato al calcio più difficile del mondo, i suoi scudieri formano una buona squadra di ottime doti podistico-combattive, e gli avversari oppongono il possibile. Cioè, molto poco. La corsa fino alla finale di Parigi conosce zero ostacoli, solo un maiuscolo Portogallo che in semifinale costringe i galletti ai supplementari. Poca cosa, col miglior Platini di sempre: nove gol in totale nella manifestazione, un dominio tecnico assoluto ed un gol, quello d’apertura, nella finale contro la Spagna, quando Arconada si fa uccellare come un dilettante. Il gol finale di Bellone apre le danze della festa, dagli Champes Elyseè fino a tutto l’esagono: la Francia è Campione d’Europa, il primo grande titolo della sua storia calcistica. Sarà un fuoco non di paglia, ma veloce a spegnersi: l’Oro olimpico colto a Los Angeles dai giovani galletti sarà l’immediato secondo al primo trofeo, e Mexico 86 sarà, a detta di tutti, la ciliegina sulla torta di una generazione inarrivabile per chissà ancora quanto tempo. Il sortilegio Mondiale, invece, resta fisso e inattaccabile: ancora semifinale, ancora Germania. Stavolta l’epilogo è più chiaro rispetto a quattro anni prima 0-2, così come è più crudele il risvolto pratico dell’eliminazione. Niente sfida in finale Platini-Maradona, e buonanotte al secchio. Il terzo posto colto nelle finalina col Belgio sarà il doloroso canto del cigno di una generazione di campioni che lascia, con in testa il suo capitano, stanco del calcio e della sua esasperazione. Buonanotte al secchio perché servirà un mezzo miracolo per riprendersi da questa botta: Euro 88 e Italia 90 vengono saltate tutte d’un fiato, e il ruolo di favoriti ad Euro 92 si tradurrà in una malinconica eliminazione al primo turno con l’improbabile Platini Commissario tecnico. USA 94 neanche viene centrata, ed allora serve non un miracolo a metà, ma un vero e proprio prodigio pieno a raddrizzare una barca che perde acqua dappertutto. L’aiuto, come solito, viene da fuori: l’immigrazione porta in Francia tantissimi calciatori di colore, dalle qualità fisiche superiori e la preparazione tecnico-tattica europea, con le frequentazioni in giro per l’Europa (Serie A italiana soprattutto) farà il resto. I nomi sono di quelli forti: Thuram, Desailly, Lizarazu, Karambeu, Vieira e soprattutto sua maestà Zidane. Provenienza prevalentemente africana, vecchie colonie francesi in testa. In pratica, il nocciolo del periodo d’oro del calcio d’Oltralpe. Aggiungiamo a loro i talenti autoctoni di Barthez, Deschamps, Petit e Blanc, ed ecco i raggi ics di una squadra da sogno, che torna agli Europei nel 1996, sfiora la finale (sconfitta contro la Repubblica Ceca solo ai rigori ad un passo da Wembley) e si prepara alla grande per l’appuntamento con la storia, France 98. E’ l’anno buono, nonostante un Brasile campione del Mondo con un Ronaldo in più. Lo dimostrano il calendario, il sorteggio e la capacità di reagire alle avversità della truppa di Jaquet, allenatore silenzioso e taciturno: il primo turno è una mezza passeggiata, ma l’espulsione di Zidane, re designato del Mondiale,  per una follia contro l’Arabia Saudita, complica tutto. Gli ottavi col Paraguay sono passati al golden gol, i quarti contro l’Italia solo ai calci di rigore. In semifinale, sembra uno scherzo, c’è una Croazia che tanto scherzo non è: passa in vantaggio col capocannoniere Suker, e sembra menar la danza molto meglio dei Blues. Servirà la prima e forse unica doppietta della carriera di Lilian Thuram, professione terzino, a dare aria al sogno francese e a far dormire un po’ meglio la madre di Guivarc’h, unico attaccante francese reale e vera e propria sciagura del gol. La finale col Brasile, dato anche il fattaccio-Ronaldo, è una rivincita-passerella: rivincita per Zidane, che con due testate su calcio d’angolo si mette alle spalle l’espulsione nel girone, passerella per il gol di Petit e il trionfo finale dei francesi, Campioni del Mondo contro ogni logica. Jaquet se ne va, e Lemerre dimostra che quel piccolo sogno è una vera, autentica, durissima (per gli altri) realtà. Ne farà le spese ancora l’Italia, ad Euro 2000: i francesi arrivano senza strafare in finale, proprio contro i rivali azzurri, eliminando una dopo l’altra Danimarca, Repubblica Ceca, Spagna e Portogallo, in un crescendo di difficoltà e bel gioco. Nella finalissima di Rotterdam, si consuma la vendetta della sorte contro l’Italia fortunata con l’Olanda delle semifinali: l’uno a zero per gli azzurri resiste fino a dieci secondi dalla fine, quando Wiltord, altro colored integrato transalpino, fa passare la palla sotto una selva di gambe che non sanno evitare il gol. Mazzata decisiva per gli azzurri, vera e propria rapsodia in Blues per i galletti: il golden gol di Trezeguet, francoargentino destinato alla Juventus, spezza il sogno azzurro e lancia Deschamps e soci nell’Olimpo del calcio, con una doppietta storica con corredo di Confederations Cup, colta nel 2001 come corollario di un ciclo da incorniciare. Tutto si rompe quando c’è da difendere il titolo mondiale in Giappone e Corea: zero gol fatti, un solo punto conquistato, in un Mondiale da incubo. La tromba d’aria che potrebbe rompere il giocattolo è la prova d’appello concessa all’ormai vecchia generazione di fenomeni ai successivi Europei, chiusi con l’incredibile eliminazione patita dalla Grecia ai quarti. Sorpresa, invece: nel 2006 sono ancora tutti o quasi in campo, otto anni dopo France 98, con un nuovo Ct, Raymond Domenech, e qualche nuovo sparso qui e lì, Ribery e Malouda in testa. I vecchioni francesi fanno il compitino nel primo turno, per poi mettere in fila, una dopo l’altra, Spagna, Brasile e Portogallo nell’avvicinamento ala finale di Berlino. Ancora Italia, ma stavolta il risultato è diverso, l’atroce ribaltamento di Rotterdam 2000. Calci di rigore, con errore proprio di David Trezeguet, carnefice sei anni prima in Olanda, appena dopo l’ultima sciocchezza di Zidane, che macchia una carriera e perde in un sol colpo secondo Mondiale e Pallone d’Oro impattando con la pelata il petto di Materazzi. Il secondo posto Mondiale è una sorpresa e al tempo stesso un inno a campioni ormai in disarmo: Euro 2008 e Sudafrica 2010 saranno un amaro canto del cigno, con due ignobili eliminazioni al primo turno con un Domenech bravissimo a sbagliare tutto quanto sia possibile. Oggi c’è Blanc sulla tolda, con un nuovo gruppetto di talenti tutti da svezzare, per un nuovo Blues di grande calcio.

Una recente foto di gruppo della Francia
UN COLLETTIVO NUOVO, AGGUERRITO E CON UN ATTACCO TUTTO DA SCOPRIRE: “L’EQUIPE DE BLANC” – I galletti di Francia si presentano a questo Europeo con una squadra molto rinnovata: il ricambio generazionale era doveroso viste le dolorose eliminazioni degli ultimi anni e le brutte figure rimediate in ogni angolo del globo. Una volta allontanato quello che veniva considerato da molti il male peggiore, Raymond Domenech, il suo sostituto Laurent Blanc decide per la parziale rifondazione della squadra. Via tutti i “vecchi” già sazi di vittorie e dentro giocatori alle prime esperienze con la maglia transaplina e affamati di successi. In porta, chiuso il definitivo capitolo Barthez, c’è il probabile futuro capitano Hugo Lloris, portiere di sicuro affidamento. Alle sue spalle in ogni caso c’è Mandanda, altro estremo particolarmente abile e dotato. Il pacchetto arretrato è composto da difensori di caratura internazionale e di spessore garantito: Philippe Mexes (arcinoto a tutti quanti), Patrice Evra dello United, Gael Clichy del neo campione di Premier Manchester City, Anthony Rèveillere del Lilla e Mathieu Debuchy dell’Olimpic Lione. Nomi senza bisogno di presentazioni, nomi equivalenti a garanzia. A metacampo c’è Alou Diarra dell’OM, il big Malouda del Chelsea (uno dei pochi superstiti del mondiale perso contro l’Italia) e la fantasia dirompente di Samir Nasri e di Yoann Gourcouff. La convocazione dell’ex milanista è stata discussa ampiamente in quanto il trequartista del Lione è reduce da una serie di infortuni che ne potrebbero limitare il rendimento: nonostante ciò Blanc è convinto della sua scelta e deciderà di portarla avanti anche per il futuro prossimo. L’attacco è il vero reparto da scoprire: al di là di Karim Benzema e di Franck Ribery, gli altri giocatori sono incognite internazionali: c’è Remy, c’è Giroud, c’è Valbuena, c’è Menez, tutti giocatori che con le rispettive maglie di club hanno fatto vedere belle cose ma che si devono ancora affermare con la maglia più importante, quella bleu. Se però tutti queste “mine” dovessero esplodere, allora si che ci sarebbe da divertirsi…
PUNTO DEBOLE: Attacco enigmatico che in caso negativo potrebbe risultare veramente fallimentare.
PUNTO FORTE: Squadra che non ha bisogno di presentazioni per l’alto potenziale tecnico-tattico.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano

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