Enrico Steidler
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Marco Borriello e quella maglia ancora proibita

L'attaccante della Roma vuole il n° 88 ma la comunità ebraica insorge: significa “Heil Hitler”. Anche Buffon nel 2000 fu obbligato a fare dietro-front per la stessa ragione

Marco Borriello e quella maglia ancora proibita
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Ruben Della Rocca, Assessore alle Relazioni Istituzionali della Comunità Ebraica di Roma

Ruben Della Rocca, Assessore alle Relazioni Istituzionali della Comunità Ebraica di Roma

La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”, diceva Ennio Flaiano, e ogni giorno ne abbiamo la riprova. Prendete Borriello, per esempio: il giocatore della Roma decide di giocare la prossima stagione con la maglia n° 88, ma ignora che si tratta di un numero politicamente scorretto, una cifra subdola e corrotta che allude (e inneggia) al capo supremo del nazismo. Cosa? Già, proprio così! La lettera H, infatti, è l’ottava dell’alfabeto, e quindi 88 sta per HH, che nella numerologia segreta delle SchutzStaffeln – le famigerate SS – ha il significato di Heil Hitler. Una cosa grave, insomma, ma non seria. Non appena la notizia dell’incauta scelta di Borriello si diffonde sul web, infatti, la comunità ebraica reagisce con inusitata veemenza e obbliga il giocatore a un affrettato dietro-front: contrordine compagni! Vestirò la maglia n° 31, va bene? Posso?

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA – “In merito alla scelta del tesserato della A.S. ROMA Marco Borriello di vestire la maglia numero 88, si precisa che la Comunità Ebraica di Roma non ha mai sospettato che la scelta del calciatore fosse di natura politica, tanto meno in riferimento a Hitler. Conosciamo la storia di Borriello e nulla ci fa pensare che possa mischiare il calcio con simboli e idee di stampo nazista. La sua precisazione, via Twitter, ne è testimonianza (“Il mio numero di maglia preferito è il 22, ma essendo occupato ho scelto l’88: data di nascita di una persona a me cara“). Ci auguriamo che il prossimo anno calcistico sia all’insegna della sportività e che episodi di razzismo e antisemitismo che si sono susseguiti nelle ultime stagioni, sugli spalti e nei campi di calcio, vengano debellati”. L’Assessore alle Relazioni Istituzionali della Comunità Ebraica di Roma, Ruben Della Rocca, è un uomo di fermi principi ma al tempo stesso molto pacato e comprensivo: bravo ragazzo, hai fatto sparire quell’orribile maglia antisemita – sembra dire a Borriello con tono quasi paterno – e per noi la faccenda è chiusa qui.

MALEDETTE COSTELLAZIONI – Ora, ci sono alcune domande che vorrei rivolgere all’assessore. Come la mettiamo, signor Della Rocca, con la provinciale 88? E’ giusto tollerare l’esistenza di una strada antisemita? E con le linee degli autobus che portano lo stesso numero? Nella sua città, ad esempio, la 88 è bella lunga (dal Verano a Labia): 44 fermate in tutto, e 44 per 2 (andata e ritorno) fa 88! Le pare un caso? Non è l’ora di farla finita? E per quale odiosa ragione il pianoforte deve avere 88 tasti? E perché sono 88 pure le costellazioni? Non crede che tutto ciò sia la prova inconfutabile di una congiura planetaria ordita ai danni degli ebrei? Perché reagire solo per le maglie dei calciatori? 88 significa sempre Heil Hitler, o no?

IL SILENZIO DEGLI INDIFFERENTI – Forse no, verrebbe da pensare. Forse l’acronimo spunta solo in presenza delle telecamere e dei riflettori (parlo dei calciatori, naturalmente), perché una strada, in fondo, non ha la stessa importanza, e lo stesso appeal, della Serie A. Strano, però, che negli Stati Uniti questo problema sia così poco sentito: un Paese da sempre schierato al fianco di Tel Aviv, infatti, dovrebbe essere particolarmente sensibile e vigile al riguardo, e invece gli yankee sembrano infischiarsene nel modo più assoluto. Nicolas Batum, infatti, talentuoso giocatore francese dell’NBA in forza ai Portland Trail Blazers gioca da sempre con il numero 88, e nessuno batte ciglio. Ma che fanno gli ebrei americani? Dormono? O sono solo un po’ più seri?

FLAIANO DOCET – “La stupidità ha fatto progressi enormi” – scriveva il grandissimo giornalista, scrittore e umorista abruzzese – “È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”. Flaiano non conosceva Della Rocca (ma viceversa sarebbe auspicabile) e tuttavia le sue parole sono ugualmente calzanti e incisive. Tre giorni fa, quando Al Qaeda minacciò il Tottenham (il club più ebraico del Regno Unito) per il caso Gareth Bale, io conclusi il mio articolo sull’argomento con il più caloroso e sentito degli incoraggiamenti (Come on Spurs! Forza Tottenham!): ripenso a Flaiano, e capisco che avevo 88 buone ragioni per farlo.

Enrico Steidler

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