Enrico Steidler
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Sandro Ciotti, un maestro di stile

Il ricordo del grande giornalista a dieci anni dalla morte

Sandro Ciotti, un maestro di stile
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Sandro CiottiDiciamo la verità, oggi Sandro Ciotti si sarebbe meritato come minimo un doodle, e io lo immagino più o meno così: la G un bel pacchetto di sigarette, la D un microfono, la L una penna e la E una radio. E le due O? Un pallone, naturalmente (di quelli old fashion, bianchi coi pentagoni neri), e un cuore, simbolo della sua passione sportiva, della sua grande umanità e dell’affetto che si era saputo guadagnare fra milioni di radioascoltatori. E’ un peccato, quindi, che Google abbia perso l’occasione per ricordare il giornalista che ha tenuto compagnia a milioni di appassionati per oltre quarant’anni raccontando più di 2400 partite.

SILENZIO, PARLA CIOTTI – Se lo sarebbe meritato, e non tanto per i numeri da record della sua inimitabile carriera, quanto per le qualità che l’hanno contraddistinta e resa esemplare. La competenza, straordinaria come la modestia, il garbo, l’ironia, l’innato senso della misura: Sandro Ciotti aveva il “tocco”, il segno inconfondibile dei più grandi. Che si trovasse davanti a un microfono o alle telecamere (fu il conduttore, insieme a Maria Teresa Ruta, di 8 edizioni della Domenica Sportiva), il “maestro” – così lo chiamano Bruno Gentili e Riccardo Cucchi – sapeva catturare l’attenzione di tutti con le sue analisi appassionate ma lucide, il suo tono pacato ma coinvolgente e le sue battute “dolcemente” graffianti. Sono dieci anni che sentiamo la mancanza di queste qualità, e le parole di Bruno Gentili calzano a pennello per descriverne il senso: “Dal 18 luglio 2003, che ricordo ancora con dolore, e prima ancora, dall’ultima radiocronaca di Sandro é cambiato tutto: il calcio e il modo di raccontarlo”.

LA PAROLA DIVENTA IMMAGINE – Per almeno due generazioni di cronisti sportivi, Sandro Ciotti è stato un esempio e un modello, scuola primaria e Master di perfezionamento al tempo stesso. Nel suo lavoro, però, non c’era solo tantissimo mestiere – fatto di assoluta padronanza della tecnica e di raro savoir-faire – ma anche e soprattutto tanta arte, la capacità di creare cose corrispondenti ai più severi canoni estetici del bello e del “ben fatto”. Ancor più inconfondibile della voce roca e profonda (le sue corde vocali non si ripresero più dallo shock di 14 ore di diretta sotto la pioggia a Città del Messico, nel lontano 1968), infatti, era il suo stile, il suo modo così unico di presentare e di vivere l’evento sportivo trasformando le parole in immagini spesso “folgoranti”: si ascoltava la radio, ma in realtà era quasi come essere davanti alla tv, con la differenza che era molto più emozionante.

Ciotti ha detto che…è stato per decenni uno dei motivi più ricorrenti nelle discussioni fra i tifosi, ma anche un punto di riferimento per gli addetti ai lavori. Insomma, a pensarci bene è roba da Oscar più che da doodle.

Enrico Steidler

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