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Le “bandiere”? Forse è meglio buttarle che usarle male

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Anche chi detesta il calcio sa che non tutti i giocatori sono uguali. Ci sono quelli che attraversano il firmamento della Serie A con la velocità di una meteora, altri che portano acqua per tutta la vita e vengono ricordati solo da Massimo Buscemi (Massimo Alfredo Giuseppe Maria, per la precisione). Ci sono, poi, le promesse mai mantenute – tanto talento ma poca personalità – e quelli che lasciano un segno indelebile solo sulle gambe dei loro avversari. Accanto a questi, fortunatamente, ci sono anche i campioni, e fra loro quei pochi, anzi pochissimi, che sono stati, sono e resteranno per sempre degli idoli, dei punti di riferimento, delle icone profane più venerate di quelle sacre: sono le “bandiere”, quei giocatori che è quasi impossibile descrivere senza fare ricorso alle iperboli, e che per la loro grandezza non simboleggiano solo la loro squadra ma “tutto” lo sport e i suoi valori più nobili e apprezzati. Gaetano Scirea, ad esempio, non appartiene solo alla Juventus, ma è un “patrimonio” (è il caso di dirlo) di tutti, in Italia, ovunque e per sempre.

L’AMMAINABANDIERA – Anche Glenn Stromberg è una bandiera, anzi un bandierone, ed è per questo che vederlo esultare sopra un carro armato che schiaccia il “Brescia” e la “Roma” (due macchine dipinte coi colori degli odiati avversari: su quella giallorossa spicca la scritta “Roma m…”) è ancor più sorprendente che avvilente. Ma come? Ve lo immaginate voi Scirea mentre cannoneggia – per “gioco” naturalmente… – dei bersagli nerazzurri o rossoneri? E senza andare tanto indietro negli anni, riuscite a vedere Zanetti, Maldini o Del Piero nei panni dell’incauto carrista vichingo? Capisco Migliaccio (l’altro prode nerazzurro presente sul tank), questa è la media dalle nostre parti, ma Stromberg invece mi sbalordisce, e mi chiedo come abbia potuto prestarsi a fare una cosa così inconciliabile col suo “sacro” ruolo di “bandiera” e di personificazione dei valori dello Sport. Certo, errare è umano, ma una simile debolezza, se parliamo di in un “mito”, è difficile da perdonare.

Che l’Atalanta decida di approfittare della Festa della Dea per “fare la festa” a Lupi e Rondinelle ci sta, e vale lo stesso discorso fatto per Migliaccio: ci sta meno che aggiunga danno al danno facendo un pessimo uso della sua “bandiera”. Se è per fare una brutta figura, allora, tanto vale non invitarla alla kermesse e trattarla come un “fazzoletto” qualunque che dopo l’uso si getta via: ogni riferimento ad Alex Del Piero e ai biglietti di invito alla Festa bianconera per lo scudetto che “non si trovano neppure dai bagarini” non è casuale ma è fortemente voluto, naturalmente. In fondo, è meglio passare per zoticoni ingrati che giocare alla guerra con un simbolo di lealtà: meglio ignorarlo, piuttosto che infangarlo.

Enrico Steidler

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