Mirko Di Natale
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Non serve una squadra di figurine per vincere

La prima debacle in amichevole del Psg degli sceicchi mette nuovamente a confronto l’idea di far calcio.

Non serve una squadra di figurine per vincere
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I "Galacticos" fu il periodo denominato tra il 2000 ed il 2006 del Real Madrid. Negli ultimi due anni, all'apice dei giocatori in squadra, gli spagnoli non vinsero nulla

I “Galacticos” fu il periodo denominato tra il 2000 ed il 2006 del Real Madrid. Negli ultimi due anni, all’apice dei giocatori in squadra, gli spagnoli non vinsero nulla

Sturm Graz-Paris Saint Germain 3-1. No, non è il risultato emerso da un videogioco nel quale tu con i francesi affrontavi gli austriaci al livello “campione”, nemmeno il risultato di qualche anno fa pre-sceicchi al Psg. Nella prima uscita ufficiale, senza vari campioni quali Sirigu, Lavezzi, Ibrahimovic (e sicuramente Cavani), il Psg è incappato in un pomeriggio di gran caldo ed è stato sconfitto dalla squadra di casa. In fondo è solo un’amichevole, la condizione pesante di chi ha appena iniziato è stato un fattore rilevante contro il Graz, che fra poco più di dieci giorni inizierà il campionato, quindi ci sta benissimo perdere. Ma l’interrogativo che è emerge è però questo: può una squadra vincere e convincere con una squadra costruita prevalentemente da figurine?

DAI GALACTICOS AGLI SCEICCHI – Il calcio non è una scienza esatta, è un gioco in cui undici giocatori (chi più forte singolarmente chi meno) collettivamente cercano di sconfiggere le altre squadre avversarie. Piuttosto semplice quindi costituire una squadra di calcio, ma estremamente complesso carpirne i complessi equilibri che vi nascondono. Quindi se volessimo comporre un team formato dai migliori giocatori al mondo, ad esempio un 4-3-3 (non tenete conto di come vengono disposti) con Buffon, Lahm, Thiago Silva, Barzagli, Dani Alves, Pirlo, Xavi, Iniesta, Neymar, Messi e Cristiano Ronaldo, avremo la vittoria assicurata di ogni partita? Esattamente non è così, chiedete al Real Madrid dei “Galacticos” e vedete cosa vi risponderanno Roberto Carlos o Michael Owen. Quella squadra venne costruita con i migliori giocatori di quel momento, a nomi spaventava trovarseli contro. La classe di Zinedine Zidane e Luis Figo, un giovanissimo Iker Casillias, il terzino sinistro con la “bomba” nel piede Roberto Carlos, due attaccanti palloni d’oro come lo stesso Owen e Ronaldo (con il talento cristallino di  Raul), per non dimenticarci di un certo David Beckham, non l’ultimo arrivato per intenderci. Prima dell’avvento di sceicchi e di ricconi (Abramovich c’era, ma spendeva per comprare buoni giocatori), quel top team che doveva vincere e spandere, ma non vinse niente.

IL SEGRETO E’ IL COLLETTIVO – In quei due anni di “Galacticos”, il Madrid raccolse due secondi posti in campionato dietro ad un Barcellona che a livello di nomi era  inferiore. In Champions League non superò mai gli ottavi ed in Coppa del Re dovette assistere alle vittorie di Betis Siviglia ed Espanyol. Ritornando al patron del Chelsea, Roman Abramovich, quando è diventato Campione d’Europa? Non di certo quando spese i primi anni della sua gestione. Ed il Manchester City, con Aguero, Tevez, Balotelli e Dzeko cosa ha vinto? Una Premier League (arrivata a pari punti con lo United) ed una Coppa di Lega l’anno prima, senza mai superare i gironi di Champions League nelle due volte in cui vi ha partecipato. C’è però chi ha capito il segreto del collettivo alternato a grandi nomi. Il Barcellona di Pep Guardiola, con una squadra di ottimi nomi, ha creato un’identità di gioco che le ha permesso di stravincere tutto, lo stesso l’Inter che con una squadra di ottimi “operai” fece la tripletta nel 2010.

In conclusione non sono i nomi che fanno grande una squadra, ma è la squadra che se rende come collettivo, porta in alto i nomi che la compongono.

Mirko Di Natale
Twitter:@_Morik92_

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