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Morte e motori, lo “spettacolo” è assicurato

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Motori Jason Leffler

Jason Leffler

Una carneficina, diciamo le cose come stanno, simile – nelle sue dimensioni – ai bollettini di guerra provenienti dal fronte afgano, ma con una differenza: quando le forze armate di un Paese impegnato in operazioni di peace-keeping (eccezion fatta per gli Usa) subiscono in breve tempo perdite così consistenti, quasi sempre in Patria si scatenano furiosi dibattiti parlamentari (e manifestazioni di piazza), e accade spesso che i militari vengano richiamati più o meno velocemente a casa.

E LO CHIAMANO SPORT – Il mondo dei motori non è così “sensibile”, e i suoi appassionati, molti dei quali si eccitano e strillano come bambini quando il sorpasso è arricchito da un “contatto”, forse ancor meno. In questo mondo – versione moderna (ma troppo poco civilizzata) delle arene di duemila anni fa – morto un gladiatore ce n’è subito un altro pronto a offrirsi in sacrificio sull’altare delle divinità più adorate (la gloria e il denaro), e sui giornali la sua morte guadagna uno spazio direttamente proporzionale alla fama, al ruolo o alla spettacolarità del decesso. Un commissario di gara che muore perché colpito sotto gli occhi di tutti da un pneumatico “impazzito”, ad esempio, tira molto di più del suo collega schiacciato da un muletto dietro le quinte (ma molto meno di Simoncelli), e se un oscuro pilota che muore in New Jersey vale un trafiletto nella rubrica “Motori e necrologi”, Matsushita si conquista almeno un richiamo in prima pagina. Nel frattempo, naturalmente, nessun parlamentare si agita e nessuno va in piazza a protestare. Ecco perché il mondo delle corse continua imperterrito a sfornare cadaveri: perché la realtà che lo circonda è partecipe, complice o noncurante, e si ostina ad associare alla parola “sport” attività che al tempo stesso ne sono l’antitesi, la negazione e la macabra parodia.

IL DIFETTO E’ NEL MANICO – E allora perché non includere anche il Palio di Siena fra gli eventi “sportivi”? Fateci caso. Il Palio ha tutti i requisiti per godere di questa considerazione: c’è la smodata voglia di vincere, lo spettacolo violento, i cavalli feriti e morti ammazzati, le scommesse clandestine e pure il doping! C’è, quindi, sotto questo aspetto, la prerogativa fondamentale: la “follia”, o meglio quella condizione di lucido squilibrio border line che produce orfani e vedove ma viene puntualmente contrabbandata per coraggio, abnegazione o addirittura “nobile istinto”. E mentre i circuiti di tutto il mondo si arricchiscono di croci e mazzi di fiori deposti da tifosi e amici inconsolabili, tutti pensano a schiacciare l’acceleratore invece del freno. In quest’ottica deformata e deformante, il commento di Jeremy Burgess sulle prestazioni di Valentino Rossi (che i media hanno presentato come una critica velenosa, o quanto meno la pepata esortazione ad aprire tutto il gas) è esemplare: “Quando sei giovane” – il capotecnico australiano che ha condiviso i successi del pilota di Tavullia in Yamaha, Honda e Ducati sa qual è la piaga dove mettere il dito – “hai un coraggio e un modo di affrontare i rischi in gara che con gli anni non hai più“. “Col passare degli anni si preferisce guidare in modo più prudente. In questo sport, anche l’1% di differenza tra un pilota e l’altro fa la differenza“. Ha ragione Burgess, è proprio così, ed è noto: col passare degli anni si “rinsavisce” (non tutti, per la verità, ma molti ci riescono), e i miti che infiammano la mente dei più giovani, e che ispirano i sorpassi più temerari, vengono cestinati uno dopo l’altro. La mente si rischiara, e la comprensione del valore della vita incide anche molto più dell’1%.

Ecco il “difetto”: è la saggezza. E in che modo, quindi, possiamo considerare “sportiva” un‘attività che si nutre più dei limiti che della forza della gioventù, e che così spesso la brucia?

Enrico Steidler

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