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C’era una volta l’Italia: da protagonisti a spettatori non paganti

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Anelka e BendtnerItalia, terra d’eccellenza nell’arte, musica e scrittura: o più banalmente, Patria del calcio. Seconda solo al Brasile per passione, e all’Inghilterra per tradizione, al quale spetta di diritto il primato in quanto inventrice di questo splendido gioco. 4 titoli mondiali, meglio di chiunque dopo i verdeoro e 12 Champions League, una meno dei leader spagnoli grazie all’exploit solo recente del Barça aggiudicatasi 3 finali dal 2006 al 2011. 4 finali di Champions targate Italia di cui un derby nel 2003, 3 vinte e secondi solo all’Inghilterra che ne ha disputate ben 7.  Un Mondiale vinto appena 2 edizioni fa e finale agli ultimi Europei, e allora dove sarebbe la crisi? Alle volte i numeri non mentono, ma ingannano: è sufficiente accendere una tv, radio o sfogliare un giornale e tutti questi bei numeri lasciano spazio allo sconforto e all’impotenza derivante da un calciomercato (ma soprattutto da un calcio) che non ci vede più primi attori.

LADDOVE I SOLDI NON ARRIVANO, LA MENTE VIAGGIA – Non sono lontani i tempi in cui ciò a cui assistiamo tristemente oggi, vedeva come unico palcoscenico la nostra penisola, che si trattasse di allenatori o giocatori: non c’era nulla da fare per gli altri, il meglio passava solo da qui. Italia terra di sogni e speranze per tutti, sudamericani in primis, oggi confinati a poco più che terza scelta. Eppure trionfi, anche recenti, non sono mancati: il Mondiale 2006 ed il “Triplete” 2010 neroazzurro sembravano indicare la strada giusta, ma quale? Quella di un allenatore strapagato? Di un Presidente spendaccione? Di una squadra “internazionale”? O di una Nazionale figlia del passato? Illusioni rivelatesi un boomerang che paghiamo a carissimo prezzo. Con figuracce come a Sudafrica 2010, perdendo ranking e posti di accesso alla Champions dal 2011, incapaci di portare le nostre squadre avanti nelle competizioni europee da anni a vantaggio di Basilea, Viktoria Plezen ed Apoel Nicosia. L’emblema è la Juve due volte scudettata, dominatrice in Italia e sciolta come neve al sole in Europa, seppur a cospetto di un grande Bayern. E la sensazione è che non cambierà di molto la solfa: mentre là fuori litigano per Neymar, Falcao, Lewandoski, Gotze, Rooney e Cavani, noi elemosiniamo quegli scarti ritenuti un plus nei loro top club e magari in cerca di vetrina per staccare l’ultimo pass utile in vista di Brasile 2014. Mario Gomez, Gonzalo Higuain, Carlitos Tevez, Edin Dzeko: è sufficiente accostare i due elenchi per coglierne le abissali differenze. Da una parte il meglio che l’Europa offre, dall’altra un mercatino dell’usato al quale le nostre squadre si recano come disperate casalinghe la domenica mattina nel rione di casa.

Non mancano solo i soldi, ma soprattutto il coraggio delle idee: il Borussia Dortmund 5 anni fa era praticamente fallito. La Bundesliga si contendeva con la Ligue 1 la medaglia di legno quale quarto campionato del vecchio continente dopo le inarrivabili Italia, Spagna ed Inghilterra. Oggi, possono permettersi rispettivamente l’allenatore e la prima punta più forte del mondo, oltre ad una finale di Champions tutta tedesca. Con stadi futuristici, sempre pieni e bilanci in attivo: loro la chance del 2006 hanno saputa sfruttarla alla grande. Noi quella del 1990 decisamente no: un Delle Alpi che è già storia, un Sant’Elia non agibile, un San Nicola deserto e i vari San Siro, Olimpico e San Paolo ormai indesiderati.

Eravamo il “centro del mondo“, guardavi i Mondiali e sembrava di assistere alla Serie A: oggi per trovar traccia dei nostri giocatori nei mesi estivi bisogna far provviste di “Chi” e “Novella 2000”. Forse solo ora che abbiamo davvero toccato il fondo, ritroveremo l’orgoglio per risalire.

Orazio Rotunno

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