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Euro 2012, la strada verso Kiev: il Portogallo di re Ronaldo e dei suoi sudditi

Euro 2012, la strada verso Kiev: il Portogallo di re Ronaldo e dei suoi sudditi
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LISBONA, 11 MAGGIO – Quando parli del Portogallo la mente si ricollega subito al fenomeno del Real Madrid Cristiano Ronaldo. La squadra rossoverde, capitanata dal sovrano incontrastato del calcio europeo, si candida ad un ruolo in prima linea: l’impianto di gioco è collaudato e i giocatori a disposizione del commissario tecnico Bento sono affidabili e di un certo livello. I “sudditi” di Ronaldo sono gente del calibro di Pepe, Ricardo Carvalho, Deco e Raul Meireles, nomi che hanno fatto o stanno facendo le fortune di molti club portoghesi ed europei. L’orchestra portoghese, se diretta in modo equilibrato e oculato, potrà arrivare dritta dritta in finale, purchè non ci siano cali di concentrazione o appannamenti improvvisi.

Eusebio, grande attaccante portoghese

LA STORIA DELLA NAZIONALE – TALENTO A MILLE, VITTORIE A ZER: IL PORTOGALLO DA EUSEBIO A CRISTIANO RONALDO – Gli apelidi la fanno da padrone, come in Brasile. Nomignoli di riferimento per accorciare nomi e cognomi altrimenti troppo lunghi per adattarsi bene ad un mondo dinamico ed immediato come quello del calcio. Eusebio, Rui Costa, Cristiano Ronaldo, Figo, Coluna, Pauleta, Joao Pinto, e abbiamo volutamente spaziato tra tutto il bene e tutto il male del calcio made in Portugal, ovvero il talento allo stato puro unito alla più tragica allergia alla vittoria del vecchio Continente pallonaro. Storia strana quella del Portogallo, iniziata ufficialmente nel lontano 1921 (match d’esordio perso contro i cugini della Spagna) ma divenuta importante, di rilievo, solo un quarantennio più tardi, quando la prima grande generazione di campioni nati tra Lisbona e dintorni viveva il suo diapason. Dall’esordio ai Sessanta, infatti, assolutamente nulla da dichiarare per i portoghesi del pallone: zero partecipazioni ai Mondiali, zero partecipazioni agli Europei e una  comparsata ad Amsterdam 1938 (quarti di finale), tanto per gradire. Poi arriverà il Benfica di Lisbona, la prima squadra capace di bloccare il dominio del Real Madrid sulla neonata Coppacampioni dopo cinque edizioni di monopolio. Tanti portoghesi celebri in quella squadra, con due punte di diamante di livello superiore: Mario Coluna, regista. Più Eusebio, pantera nera per tutti, attaccante di professione. Gli alfieri del club della capitale sono anche i grandi nomi che animano il primo Portogallo da ricordare, quello che si qualifica ai Mondiali inglesi del 1966. Una squadra che fa il vuoto: il girone eliminatorio viene superato con tre vittorie su tre, e l’ultima di queste segna addirittura l’eliminazione del Brasile bi-Campione in carica. Una sciccheria, insomma, che continua nei quarti (rocambolesco 5-3 alla Nord Corea di Pak Do Ik, proprio quella famosa dell’Italia) e si ferma solo in semifinale contro gli scogli irti dei padroni di casa. Il terzo posto finale, colto dopo la vittoriosa finalina con l’URSS, fa capire al mondo che il calcio può annoverare una nuova grande potenza, il Portogallo del Capocannoniere (e Pallone d’Oro) Eusebio, nove gol in UK ed un futuro di gloria ancora tutto da scrivere. Nulla di più falso: l’impresa della squadra lusitana resterà senza seguito, ed anzi diverrà, per tutto il ventennio successivo, l’unico vagito di gloria per una Nazionale dal potenziale enorme ma drammaticamente povera di personalità quando si tratta di portare a casa risultati, partite e trofei. Il vento ricomincia a girare nel biennio 1984-86, quando un nuovo gruppetto di buoni calciatori, l’attaccante Jordao in testa, spinge il Portogallo a conquistare due qualificazioni consecutive tra Europei e Mondiali. Se l’avventura a Francia 1984 è addirittura da incorniciare (secondo posto nel girone e tiro “quasi” mancino alla padrona di casa Francia in semifinale, con gara risolta dal solito Platini a un minuto dai rigori e dopo un iniziale vantaggio lusitano nei supplementari), Mexico 86 sarà un’esperienza a perdere, con una cocente eliminazione al primo turno. Eppure, qualcosa cova sotto la cenere. Qualcosa come una grande nidiata di campioni, una generazione di fuoriclasse senza precedenti col marchio Made in Portugal: solo per iniziare, gente come Rui Costa, Figo e Fernando Couto. Più altri comprimari dal futuro luminoso come Joao Pinto, Abel Xavier, Jorge Costa. Allenatore, Carlos Queiroz. In poche parole, la nazionale portoghese campione del Mondo Under 20 nel 1989 e 1991. Un’infornata di talenti per una nazionale finalmente in grado di sognare nuovi traguardi. La maturazione di questa cerchia di piccoli fenomeni è lunga e geograficamente varia: la Serie A italiana e la Liga spagnola saranno i palcoscenici su cui cresceranno i piccoli artisti lusitani, che solo nel 1996 riusciranno a tornare al grande calcio. Gli europei inglesi  finiscono ai quarti, contro la futura finalista Repubblica Ceca. E se i Mondiali del 1998 sono  una parentesi da dimenticare (mancata qualificazione per un pareggio in casa dell’Armenia), Euro 2000 rappresenterà il primo grande rimpianto. Il Portogallo gioca il miglior calcio dell’intera kermesse, elimina Germania ed Inghilterra, vola fino in semifinale e viene eliminata dalla Francia solo al golden gol, con un malefico rigore di Zidane a tre minuti dai rigori. No problem, perché dietro l’angolo c’è l’occasione della vita: non il Mondiale nippocoreano, subito salutato nel girone per colpe varie (arbitri pro-Korea in primis, poi la scellerata gestione del Ct Oliveira), ma l’Europeo del 2004, da giocare in casa, con tutto un popolo dalla propria parte, nuovi talenti tutti da innestare sul meglio della generazione vincente a livello giovanile (un nome per tutti, il giovanissimo Cristiano Ronaldo) e il tecnico Campione del Mondo col Brasile 2002, Felipe Scolari. Impossibile sbagliare, e tutto sembra girare dalla parte giusta nonostante un sinistro presagio, l’inopinata sconfitta all’esordio con i carneadi di Grecia. Il girone viene superato brillantemente dopo il pasticcio iniziale, e le resistenze di Inghilterra e Olanda, tra quarti e semifinale, sono abbattute non senza qualche patema (rigori contro gli inglesi, una consuetudine felice come vedremo). In finale, toh, chi si rivede: ancora la Grecia, capace di un’impresa inverosimile e sfavorita contro una squadra che, cammin facendo, ha trovato le sue certezze. Eppure, il calcio dimostra ancora la sua bellezza, se vogliamo anche crudele. Charisteas sale in cielo, fa 1-0 per la Grecia e il sogno si trasforma in un incubo. Al Portogallo di Scolari, bello e non vincente, è mancato soprattutto l’apporto dell’attacco, storicamente (Eusebio e Cristiano Ronaldo a parte) il reparto più nefasto dello scacchiere lusitano, una truppa dove la tecnica di base ed il possesso palla, anche fine a sé stesso, rappresentano una vera e propria religione: due soli gol tra Pauleta, Nuno Gomes e Postiga in tutto l’Europeo, una vera e propria sciagura, costata a tutto un popolo il sogno di trionfare, finalmente, nel grande circo del calcio. Scolari non demorde, e ci riprova due anni dopo, al Mondiale tedesco. Quarant’anni esatti dopo Londra 1966, i lusitani ripetono l’incredibile marcia di Eusebio & co, giungendo fino alle semifinali dopo un cammino eccezionale (tre punti su tre nel girone, vittoria con l’Olanda agli ottavi e ancora rigori fatati contro l’Inghilterra ai quarti) e cedendo solo al solito rigore di Zidane, ad un passo dalla finale di Berlino. Il secondo rigore mortifero del francese è praticamente la mannaia che ammazza il rimasuglio della generazione vincente (a livello giovanile) del made in Portugal. Da Euro 2008 in poi, con Scolari ancora sulla tolda, spazio alla nuova nidiata di campioni portoghesi, espressione di un movimento che sa essere di vertice pur senza vincere nulla, nonostante la presenza in rosa di CR7, al secolo Cristiano Ronaldo, ossia uno dei più fulgidi talenti dell’ultimo ventennio calcistico. Non bastano lui e i nuovi talenti lusitani (gente come Moutinho, Simao, Pepe, Meireles) a battere il sortilegio (la Germania eliminerà il Portogallo ai quarti), né tantomeno servirà il ritorno come timoniere di Carlos Queiroz, protagonista fallito ai Mondiali 2010 con l’eliminazione patita con la Spagna agli ottavi. Ora tocca a Paulo Bento, ex mediano di Sporting Lisbona e Nazionale, provare a vincere dove nessuno è mai riuscito a farlo. In barba ai sortilegi, agli attacchi sterili e agli almanacchi, pieni di albi d’oro che premiano, drammaticamente, solo chi porta a casa i risultati e non il possesso palla maggiore…

Il talento del Real e della nazionale Cristiano Ronaldo

ROSA DI QUALITA’ PER PUNTARE IN ALTO: LA SQUADRA DI BENTO- I ventitre a disposizione del tecnico del Portogallo Paulo Bento costituiscono un gruppo qualitativamente molto dotato e capace di poter andare avanti nella competizione senza problemi, candidandosi anche come una delle possibili regine finali. In porta c’è Eduardo: l’ex estremo difensore del Genoa, dopo la brutta parentesi nella città della Lanterna, pare essersi riscattato tornando a giocare in patria. Il portiere non è male dal punto di vista tattico ma, forse, pecca di concentrazione in alcune circostanze, un dettaglio che potrebbe essere decisivo soprattutto nelle situazioni critiche. La difesa è un reparto sicuro e all’altezza: trequarti della linea titolare è composta da giocatori del Real Madrid stratosferico di Mourinho. Sulla destra c’è Fabio Coentrao mentre in mezzo giocheranno Pepe e Ricardo Carvalho. Subito alle loro spalle ci sono Bruno Alves (ora allo Zenit ma una vita al Porto), Paulo Ferreira (centotrentaquatro partite con la maglia del Chelsea dal 2004), Rolando (Porto) e Duda (molti incontri disputati fra Malaga e Siviglia). Con un reparto così Bento dovrebbe dormire sogni tranquilli. A metacampo ci sono ancora due vecchi lupi che non hanno bisogno di presentazione come Deco e Tiago mentre a farla da padrone c’è Raul Meireles, reduce da una stagione più che positiva con i blues del Chelsea. Il reparto è arricchito anche dalla presenza di Miguel Veloso, centrocampista con una discreta stagione alle spalle appena passata con la maglia del Genoa. L’attacco è il reparto più quotato vista la presenza del “Re Mida” del Real Madrid Cristiano Ronaldo. Il probabile futuro pichichi della Liga spagnola è arrivato a oltre 40 reti stagionali e sembra non volere fermarsi: i suoi avversari possono stare certi che la sua prolificità si ripeterà anche in Polonia e in Ucraina. Ronaldo si candida ad essere uno dei giocatori più in vista del prossimo Europeo e sarà chiamato, come ogni stella, a prendere per mano la sua squadra, i suoi sudditi, e portarla più in avanti possibile e, perchè no, magari anche in finale. Il talento dei blancos sarà affiancato da Hugo Almeida e Simao Sabrosa, due attaccanti niente male che potrebbero piazzare qualche colpo vincente. Con questa squadra al pieno della forma fisica i portoghesi hanno il permesso di prendersi la licenza di sognare…
PUNTO DEBOLE: Il centrocampo a parte Meireles potrebbe soffrire l’assenza di giocatori di livello: Deco e Tiago sono avanti con gli anni e gli altri non sembrano quei Top Player che possono fare la differenza in partite difficili.
PUNTO FORTE: Il miglior Ronaldo può fare la differenza. I reparti sembrano equilibrati e la squadra è tecnicamente molto avvantaggiata rispetto a molte altre avversarie.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano 

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