Enrico Steidler
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Don Gallo, il Fabrizio De Andrè degli uomini di Chiesa

Fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto, a luglio avrebbe compiuto 85 anni. Il cordoglio di Napolitano: “era un sacerdote amato”

Don Gallo, il Fabrizio De Andrè degli uomini di Chiesa
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Don Andrea Gallo

Don Andrea Gallo

“I miei vangeli non sono quattro… Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo De Andrè, un cammino cioè in direzione ostinata e contraria. E possiamo confermarlo, constatarlo: dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori. Forse il modo migliore per ricordare Don Andrea Gallo, scomparso a Genova dopo una lunga malattia all’età di 85 anni, sarebbe proprio quello di ripercorrere la sua parabola umana attraverso le sue stesse parole e quelle, intense e illuminanti, di un suo illustre concittadino, quel Fabrizio De Andrè che fu – come Don Gallo – il paladino degli ultimi e degli oppressi. Accomunati da uno stesso ideale (civile per Faber, civile e spirituale per il “prete di strada”), hanno entrambi speso la loro vita combattendo la più nobile delle battaglie, l’uno con l’arma folgorante della poesia, l’altro con la forza di un amore veramente cristiano. Solo il tempo dirà se usciranno sconfitti o vincitori. In ogni caso, hanno combattuto dalla parte giusta.

L’ANGELO ANARCHICO – Nato a Genova nel 1928, Don Gallo inizia il noviziato con i salesiani nel 1948, e dopo una breve esperienza come missionario in Brasile rientra nella città della Lanterna, dove viene nominato cappellano della nave scuola Garaventa, un riformatorio per minori assai noto all’epoca. Qui inizia a mettere in pratica la nota (e rivoluzionaria) “pedagogia della fiducia e della libertà”, un approccio educativo che gli guadagna vasti consensi ma anche l’aperta ostilità di alcuni ambienti ecclesiastici, refrattari alle novità e attenti ai dogmi e ai precetti della dottrina più che al suo insegnamento. Dopo tre anni viene rimosso dall’incarico (“senza alcuna spiegazione”) e nel 1964, lasciata la congregazione fondata da San Giovanni Bosco, chiede di entrare nella diocesi cittadina, dove resta fino al 1970, quando il cardinale Siri (sì, proprio quello che nel 1987 fece scalpore affermando che l’Aids “è un castigo di Dio, una malattia terribile che colpisce il peccato direttamente) pone fine alle sue omelie “comuniste” – tenute dal pulpito della chiesa del Carmine, in pieno centro storico, cioè nella zona più malfamata del capoluogo ligure – e lo trasferisce “al confino” sull’isola di Capraia. O almeno ci prova, perché Don Gallo rifiuta l’incarico e con l’aiuto del parroco di San Bartolomeo al Porto Don Federico Rebora dà vita (è il 1975) alla Comunità di San Benedetto al Porto, una specie di Fort Apache eretto nel territorio della disperazione e del degrado. Pacifista e antimilitarista convinto (si è battuto a fianco del movimento No Dal Molin di Vicenza, ostile alla costruzione di una base dell’aeronautica militare Usa nella città veneta), apostolo della disobbedienza civile (nel 2006 viene multato per aver fumato uno spinello nel palazzo comunale di Genova in segno di protesta contro l’inasprimento della legge sulle droghe leggere) e icona dei movimenti di liberazione omosessuale (nel 2009 partecipa al Genova Pride e nel 2011 viene premiato come Personaggio Gay dell’Anno da Gay.it), Don Gallo è riuscito ad essere un vero “eretico” pur restando sempre fedele alla Chiesa, e fino all’ultimo è stato coerente con la sua visione rivoluzionaria e francescana al tempo stesso (la messa celebrata due mesi fa in memoria del dittatore venezuelano Hugo Chavez, opportuna o meno che fosse, va colta in quest’ottica) della fede e della vita.

IL “PRETE DI STRADA” – Nemico giurato di quelle “lobby che in Vaticano hanno indebolito e in parte costretto alle dimissioni Papa Benedetto XVI” (l’Opus Dei, fondata dal sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá, uno degli uomini più ambigui e controversi della storia recente della Chiesa, i Legionari di Cristo, potentissima congregazione fondata dal sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, obbligato nel 2006 a rinunciare a ogni ministero pubblico per aver commesso atti di pedofilia e definito “falso profeta” da Ratzinger, e dulcis in fundo Comunione e Liberazione), Don Gallo ha sempre combattuto per restituire alla Chiesa il suo ruolo di guida illuminata e partecipe (“Sogno una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna, a fianco dei bisogni delle donne e degli uomini”) e la credibilità compromessa da decenni di scandali sessuali, finanziari (IOR, Vatileaks, ecc.) e di torbide lotte di potere. “Nessuno – scrive il sacerdote genovese nel suo ultimo libro “In cammino con Francesco”, il nuovo Papa in cui egli riponeva tutte le sue speranze (ben riposte?) in un profondo rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche – “può nascondere la situazione drammatica: la nostra amata Chiesa è fredda e scostante e in questi ultimi anni ha perso la credibilità rispetto a questioni fondamentali. (…) Come ha affrontato lo scandalo degli abusi sessuali? Non sarebbe il momento di cambiare le modalità con cui vengono nominati i vescovi, prevedendo un maggiore coinvolgimento dei fedeli? Non si potrebbe mettere in discussione il celibato obbligatorio dei preti? Perché non considerare l’ordinazione femminile? Sulla questione di genere la Chiesa è ‘maldestra e ambigua’. Perché tanta difficoltà nel dire sì alla donna? Perché non riconsiderare la posizione assunta dalla Chiesa sugli anticoncezionali? E il testamento biologico?“. Ecco perché il “prete di strada” (così amava farsi chiamare) era così inviso alle opulente gerarchie vaticane: non tanto per i suoi atteggiamenti provocatori e lo spirito ribelle (censurati più da una certa politica che dalla nomenklatura ecclesiastica) quanto per il seguito popolare guadagnato mettendo il dito nelle piaghe più aperte e purulente della Chiesa, e soprattutto, per essersi conquistato il diritto “morale” di farlo – da lui percepito come un dovere – conducendo una vita da sacerdote “vero” e non da dogmatico e corrotto fustigatore. “Io trovo del cristianesimo negli altri, trovo del cristianesimo nelle prostitute, trovo del cristianesimo nei miei carissimi barboni, trovo del cristianesimo nell’ateo…Cioè la buona novella, chi mi dà una buona notizia è un evangelista. Chi mi dà una cattiva notizia no: l’aborto no, questo no, questo no, i divorziati no, le coppie eeeh se convivono no, no, no, no, no… e non è buona novella! Non è una buona notizia”.

LE REAZIONIGiorgio Napolitano: “Provo tristezza e rammarico, era un sacerdote amato”. Giuliano Pisapia: “Oggi è un giorno molto triste, il giorno in cui ho perso un caro amico. Don Andrea Gallo è stato per me un ottimo compagno di tanti viaggi nella vita sociale e culturale del Paese. Una persona su cui ho potuto contare sempre. Un prete che ha saputo parlare ai giovani senza tabù, con estrema semplicità, andando a scavare a fondo nei problemi di questa generazione”. Nichi Vendola: “Bambino di Dio, compagno di viaggio, padre, fratello, amico, sarai sempre nei nostri cuori, nelle nostre lotte e utopie”. Gino Paoli: “È stato uno che davvero ha vissuto per gli altri. E gli altri erano la sua vita. Un grande”. “Girare per i vicoli con lui è stato uno spasso” – aggiunge il cantautore ricordando il docu-film «Tutta colpa del paradiso» girato insieme nei “carruggi”, i vicoli del centro storico – “Non c’era una puttana, un trans o un drogato che non lo conoscesse e, a suo modo, non lo adorasse”. Vito Crimi: “Ciao Don Gallo. Da oggi il cielo ha idealmente una stella in più”. Cecile Kyenge: “Perdiamo una voce indipendente e preziosa, un uomo che con il suo operato ha sempre messo al centro le persone insegnando che non esistono emarginati o ultimi ma che la nostra società deve fondarsi sul coraggio delle parole e sull’ascolto reciproco: una tensione verso l’altro che deve essere tradotta in atti di concreta vicinanza”. Lorenzo Jovanotti: “Ciao Don Andrea Gallo, ci mancherai amico”. Leggiadra, come sempre, Alessandra Mussolini: “È morto Don Gallo. Che Dio lo accompagni”.

Enrico Steidler

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