Enrico Steidler
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Sport e marijuana, la caccia alle streghe è (quasi) finita

L’Agenzia mondiale antidoping decuplica il limite consentito: da 15 a 150 nanogrammi/ml

Sport e marijuana, la caccia alle streghe è (quasi) finita
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marijuana nello sportEcco una notizia destinata a far discutere e a ridare impulso al solito spaccio di informazioni dopate: la Wada (Agenzia mondiale antidoping) ha alzato di dieci volte la soglia entro la quale viene riscontrata la positività di un atleta al metabolita della cannabis (si passa da 15 a 150 nanogrammi/ml). Questo non significa depenalizzare la sostanza – come richiesto a gran voce da decine di federazioni, quella giamaicana in testa, ironizzano in molti – né cancella le “superstizioni scientifiche” che ancora inquinano i protocolli dell’Agenzia al riguardo, e tuttavia è l’incoraggiante premessa di una lotta al doping più efficiente (inseguire i fantasmi stanca e soprattutto costa) e credibile (perché il germe del pregiudizio ideologico si fa sempre meno virulento).

VENDITORI DI FUMOMa perché la Wada ha alzato l’asticella? E’ forse diventata più tollerante sull’uso ricreativo di hashish e marijuana da parte degli atleti, come hanno scritto molti commentatori? O lo ha fatto per distinguere i consumatori attivi da quelli passivi? Oppure ritiene che i presunti effetti dopanti del THC (Δ9-tetra-idrocannabinolo, questo il principio attivo della cannabis) siano realmente evidenti – e quindi sanzionabili – a concentrazioni dieci volte superiori rispetto a quelle individuate in passato?

Niente di tutto questo: la Wada sa perfettamente che l’effetto ergogenico (cioè la capacità di potenziare e migliorare la prestazione sportiva) della sostanza in questione non è mai stato provato, e che sono invece numerosissime le evidenze del contrario (effetto ergolitico, cioè sensibile riduzione della concentrazione, delle abilità psicomotorie e delle capacità performanti). E’ anche consapevole, peraltro, che il potere distensivo della cannabis – sperimentato con successo da milioni di consumatori – ben difficilmente può essere spacciato per dopante, e che è quindi necessario fare riferimento a proprietà (fra tutte quella di aumentare la propensione al rischio) ugualmente indimostrate – e fantasiose – ma ancora in grado di suggestionare i profani. No, all’origine dell’innalzamento della soglia non ci sono ragioni “umanitarie” (la maggiore tolleranza) né “scientifiche” ma solo e unicamente economiche: le risorse sono quelle che sono, dare la caccia alla marijuana mentre si diffondono a macchia d’olio sostanze veramente dopanti e pericolose è inopportuno e i costi (anche dal punto di vista del relativo contenzioso) sono ormai giudicati insostenibili. Il fatto che siano innanzitutto insensati non è – apparentemente – considerato, ma l’importante era muovere finalmente un passo nella direzione giusta a prescindere dalle motivazioni. Per ora va bene così.

PAROLA DI GESSA – Certo, poteva andare meglio: la depenalizzazione avrebbe fatto tabula rasa dei falsi miti pseudoscientifici che legittimano – si fa per dire – l’inclusione della cannabis fra le sostanze dopanti e che dissimulano maldestramente le ragioni, esclusivamente ideologiche e politiche, della caccia alle streghe. Prima o poi, tuttavia, la verità verrà a galla, e sarà anche per merito di uomini come Gian Luigi Gessa, psichiatra e farmacologo di fama mondiale e capo del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) Sardegna. Professore di Neuropsicofarmacologia all’Università di Cagliari e responsabile del gruppo italiano “di eccellenza” sullo studio delle dipendenze da droghe e farmaci, Gessa si batte da anni per sgretolare certezze che di scientifico non hanno nulla: non è vero, ad esempio, che dalle droghe leggere si passa a quelle pesanti (“E’ come dire che il latte materno porta all’eroina, perché quelli che si bucano sono stati allattati dalla mamma”), né che fumare erba possa dare dipendenza psicologica (“l’accanimento con cui da sempre si cerca di dimostrarlo non ha portato finora a nulla”) o addirittura innescare fenomeni psicotici (“Questa storia è proprio una balla!”). Un’altra leggenda tanto assurda quanto diffusa – anche a livelli istituzionali – è proprio quella che descrive la cannabis come una sostanza dopante: semmai, afferma Gessa, è vero il contrario, “perché le droghe leggere creano più di una difficoltà al controllo motorio, ai movimenti complessi e all’abilità manuale”. Quindi l’unica vera “droga”, sotto questo aspetto, è la menzogna camuffata da sapere scientifico, e dispiace rilevare che – diminuzioni della soglia a parte – la Wada non ha ancora rinunciato al ruolo di pusher. Ma, lo ripetiamo, per ora va bene così. Secondo le stime, l’introduzione del nuovo limite porterà a una riduzione dell’80% dei casi di positività, e se si pensa che gran parte delle risorse economiche follemente dilapidate fino ad oggi saranno reinvestite molto più utilmente (forse anche la lotta al doping, quello vero, è una battaglia di retroguardia, ma le ragioni ideali per combatterla non mancano) viene istintivo condividere la gioia di tanti campioni in erba e di innumerevoli cannonieri.

Enrico Steidler

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