Vincenzo Galdieri

Deutsch’s way – Alla tedesca!

Deutsch’s way – Alla tedesca!
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bastian_schweinsteiger_bayer_calciomercato_getty«Deutsch’s Way» avrebbe detto così Carlito Brigante alias Al Pacino, protagonista, circa vent’anni fa, del film culto “Carlito’s Way”, la storia di un criminale intenzionato a redimersi, ma che non riesce ad uscire dal giro criminale a cui appartiene. La storia di oggi non parla né di criminali, né di pentimenti, ma di errori di valutazione da parte di alcuni critici della sacra(e sana) arte della pelota.

 

A guardare i numeri degli anni precedenti c’è quasi inquietudine, eppure le spagnole, in queste prime semifinali di Champions, invece dei leoni a cui siamo abituati a vedere da almeno un lustro, sembrano caprette che si dimenano sotto i colpi di un violento pugile da combattimento. Il pugile è tedesco, parla una lingua tutta sua e si nutre di wurstel e crauti senza contegno. Ah, è giovane, ha classe, tecnica, è un nome blasonato e glorioso ed ha degli allenatori al suo angolo che non sono niente male. Perché la scuola tedesca fa davvero paura e incide radicalmente sul mondo del calcio, anche in maniera un po’ cinica, conquistando e ipotecando una finale tutta deutsch, con cui la Bild già si sciacqua la bocca da almeno un mesetto a questa parte. Perché se è vero che il calcio piace per la sua imprevedibilità e la sua costante voglia di rinnovarsi senza freno, è anche vero che certe volte regala delle sorprese talmente grandi da sorprenderci come un bimbo piccolo la mattina di Natale.

 

Bayern Monaco – Barcellona è l’esempio lampante della sorpresa calcistica moderna. I bavaresi, che nei quarti di finale hanno eliminato la coriacea Juventus, arrivavano all’appuntamento carichi e blasonati, ma un gradino sotto al Barcellona dei robot. Una partita, quella dell’Allianz, che per i media spagnoli è stata addirittura difficile da commentare. Quattro a zero per il Bayern e tutti a casa, con buona pace del tiqui taca e dei fenomeni mediatici Messi, Xavi e Iniesta. Dall’altra parte giocano Robben, che ogni volta che corre semina tempesta, Ribery, uno che con una finta manda a vuoto mezza Spagna e un ragazzo di nome Muller, che a 23 anni può dire di aver segnato, nella stessa edizione della manifestazione, a Juve e Barca: scusate se è poco. E pure se la difesa bavarese è nettamente inferiore a quella catalana, la differenza la fa proprio il centrocampo. Schweinsteiger diventa Iniesta e recupera palloni alla VidalJavi Martinez fa l’hitman e gestisce il lavoro sporco di smistamento; Robben e Ribery sembrano Nedved e Garrincha e là davanti Gomez è così freddo che sembra automatizzato a metterla dentro non appena vede la sfera sui suoi piedi. Barca stordito e messo all’angolo per 90 minuti e come se non bastasse, annullati i corridoi pericolosi di Xavi, le percussioni palla al piede di Iniesta e i gol facili di Messi, che anche davanti alla porta si arrende al fenomenale Neuer, che non deve nemmeno cambiarsi i calzini per andare a letto, perché tanto non si è nemmeno accaldato.

 

E quando ti aspetti la caduta del modello catalano, ecco che si scompiglia quello spanish in generale. E se Marca(quotidiano sportivo spagnolo vicino alle vicende madrilene) quasi gode per le disavventure dei rivali di sempre, anche lui poi, appena 24 ore dopo, titola l’edizione serale on line con un eloquente – Disastro. L’avversario del Real è il Borussia degli scatenati, una squadra formata da giovani e giovanissimi, ma già abituata a vincere e a (sor)prendere l’avversario di turno. E allora tocca ai fautori del Bernabeu. Si salva(ma solo parzialmente) Cristiano Ronaldo, che segna un gol alla Gomez, con un tap in facile facile, ma vengono bocciati Xabi Alonso, che sembra impacciato come non capitava di vederlo da almeno sette o otto anni, Raphael Varane, prodigio della stagione dei blancos e anche la coppia dei gemelli siamesi Benzema/Higuain, a cui viene imputata una certa sterilità e mancanza di aggressività sotto porta. Sui tabellini finisce 4-1, con il malcapitato Diego Lopez che si vede arrivare quattro bombe tutte dallo stesso mandante, quel Robert Lewandowski che l’estate scorsa aveva cercato tutto il mondo. Lewandowski fa lo Steven Tyler della situazione, ma ad accompagnarlo ci sono fior fior di batteristi, pardon centrocampisti, come il furetto Marco Reus e l’imprevedibile Mario Gotze, acquistato dal Bayern Monaco per una cifra apocalittica: 37 milioni di euro. E se Alonso viene bloccato dall’emergente ventiduenne Gundogan, Subotic prima e Hummels poi(anche se quest’ultimo commette l’errore decisivo in occasione del gol del Real) atterrano Cristiano Ronaldo, irritandolo e irridendolo con alcune giocate degne del miglior capitolo di Fifa Street.

 

E mentre si preannuncia una finale tutta tedesca, sorgono indagini su quello che rappresenta questa scuola. Innanzitutto fa riflettere la diversità delle due quasi certe finaliste. Nell’angolo rosso c’è lo strapotere economico(e politico) del Bayern Monaco, una società composta da primedonne scomposte dal portafogli più largo di quello di Zio Paperone. Gente che riesce a regalarsi Gotze in un battito di ciglia e contemporaneamente può permettersi di trattare con Neymar, Lewandowski(non a caso) e Vidal, per il quale si arriva ad offrire 45 milioni, per niente spiccioli. L’anno prossimo in panchina ci andrà Guardiola, ma Heynckes grida vendetta e la finale di Wembley  ipotecata appare da un lato come un regalo d’addio alla società alla quale ha dedicato tutta la vita e dall’altra una rivincita silenziosa sulla scuola nuova, quella catalana di Guardiola, che l’altra sera ha praticamente ridicolizzato.

Nell’angolo giallo c’è il Borussia della rinascita, quello umile e lavoratore, quello dignitoso e non propriamente ricco, quello grintoso e terribile. I nuovi eroi si chiamano Lewandowski, Gotze, Reus, Gundogan, Bender, Blaszczykowski … Klopp. Proprio lui, l’Harry Potter del football, l’innovatore che qualcuno paragona al primissimo Arsène Wenger. Dal 2010 alla guida dei giallo neri, Klopp ha riportato a Dortmund la voglia calcistica e passionale che dagli inizi del nuovo secolo era praticamente scomparsa. In tre anni sono due gli scudetti vinti, più una supercoppa tedesca, una coppa di Germania, più, come se non bastasse, l’umiliazione al Real per 4-1 con relativa finale di Champions praticamente ipotecata.

 

Eppure la Germania aveva lanciato segnali vividi già in passato, quando all’apice del mondo del futebol c’era la scuola spagnola. Da sempre protagonista come Nazionale nelle competizioni europee e mondiali, già nel 2006 la Germania aveva dato lustro a giovanotti interessanti i cui nomi erano Schweinsteiger, Lahm, e Podolski. Si replica nel 2008 con le più grandi novità rappresentate, anche nelle partite di qualificazione, da Adler(che oggi rappresenta una certezza a Leverkusen) e il noto Mario Gomez. Apice nel mondiale africano del 2010, quando i grandi nomi sono rappresentati da giocatori pressoché sconosciuti ai non calciofili: esplodono Neuer(allora allo Schalke, oggi numero uno del Bayern Monaco) , Jerome Boateng(terzino con licenza di difendere sempre in forza in Baviera), Serdar Tasci(promessa ancora

da mantenere con sede a Stoccarda) , Sami Khedira(oggi metronomo del centrocampo del Real Madrid e sicurezza per impostazione e ripartenze),  Toni Kroos(manco a dirlo, centrocampista giovane e concreto dei bavaresi), Thomas Muller(ancora Monaco) e Stefan Kiessling(punta di diamante del Leverkusen). Nello stesso anno esplode pure Ozil, che ora è una top star del Real Madrid e fornisce assist a grappoli.

 

Le malelingue replicano: «Colpa della crisi calcistica europea».  E tra gli alibi ci sono proprio tutti. Si parte dalla prevedibilità eccessiva degli spagnoli, si prosegue con la blanda fantasia dei calciatori transalpini, fino ad arrivare alla mancanza di rinnovamento del nostro calcio.

O magari merito dei tre punti che sto per illustrarvi? Punti semplici e rodati che hanno fatto scuola nel calcio di ‘anta anni fa, ma che oggi sembrano dimenticati, accantonati, assopiti.

 

  1. 1.      VIVAI VALORIZZATI

L’esempio lampante è proprio il Dortmund, capace di arrivare in semifinale di Champions con una serie di ragazzini terribili. Gotze ha 20 anni, Reus appena 22 e Lewandowski, che fa poker in una difesa gestita da Sergio Ramos e Pepe, non proprio signori nessuno, arriva a 24. Anche la retroguardia è dipinta di verde: Hummels ha 25 anni, Subotic 24 e Blasz arriva a 27. Da dire che tutti loro sono protagonisti da almeno un paio d’anni. Operazione simile a quella del Dortmund fa l’altro Borussia, il Mönchengladbach, che con l’acquisto dal Basilea del 20enne Xhaka e la crescita del 22enne Patrick Herrmann, interessante prospetto tedesco, segue a ruota l’esempio dei cugini. Sulla stessa linea anche il Bayern Monaco delle meraviglie, con Muller ormai esploso, Alaba che è una certezza, Shaqiri che vuol dire la sua e Toni Kroos(preso dal Monch) poco più che ventenne.

 

  1. 2.      EQUILIBRIO DELLA ROSA

Togliendo il giovanissimo Dortmund e prendendo l’esempio del Bayern, tutte le squadre tedesche amalgamano alla perfezione l’essenza dell’equilibrio. Cosa vuol dire? Semplicemente poter contare su una rosa ampia e varia, in cui si trovano ventenni con voglia di fare e trentenni e ultratrentenni con voglia di stupire. Assicurate doti come esperienza, velocità, completezza e, per l’appunto, equilibrio. E pensare che c’è chi in Italia caccia le bandiere …

 

  1. 3.      PUNTARE ALLA CONCRETEZZA

Senza troppi fronzoli, puntare dritto alla rete. Qualcuno paragona il moderno calcio della Bundes a quello italiano che ci ha fatto trionfare a Germania 2006. Entrambi sono contraddistinti da fantasisti(nel nostro caso Del Piero, Totti, nel loro Ribery e Gotze), entrambi hanno davanti un numero 9 puro(Toni e Gilardino contro Lewandowski e Gomez), entrambi hanno un gioco basato sul pressing, sull’aggressività e sulla contemporanea capacità di ripartire molto velocemente(il gol di Alex Del Piero in semifinale contro i tedeschi è l’emblema di quel gioco, capace di ribaltare una situazione sfavorevole a proprio vantaggio in circa venti secondi). Niente passaggi e cross di fino, dunque, bel gioco sì, ma prima controllo e autocontrollo mentale. Banditi i salamelecchi.

 

Sarà meglio prendere un dizionario di quelli buoni, perché se con l’esplosione del calcio in Spagna abbiamo dovuto assimilare termini del glossario rojo che adesso sono di uso comune, come manita, remuntada e triplete, adesso magari ci toccherà disquisire di fünf Hände, erneuern e triple. E sì, anche se si capisce benissimo di cosa si parla, una ripassata al linguaggio(e al calcio) tedesco è sempre meglio darla …

A cura di Matteo Iacobucci

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