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Euro 2012, la strada verso Kiev: Danimarca, tra vecchi e nuovi una nazionale tutta da decifrare

Euro 2012, la strada verso Kiev: Danimarca, tra vecchi e nuovi una nazionale tutta da decifrare
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COPENAGHEN, 8 MAGGIO – Vent’anni esatti dall’incredibile affermazione ad Euro 92, un nutrito gruppo di vecchi volponi e un manipolo di nuovi talenti tutti da svezzare e mostrare al calcio europeo. In poche parole, la nuova Danimarca, giunta all’ottava partecipazione europea e degna quarta forza del girone di ferro di Euro 2012, quello di Germania, Olanda e Portogallo per intendersi. La difficile condizione del vaso di coccio tra i fratelli di ferro non è certo la scenografia migliore per lo storico selezionatore Morten Olsen, in sella addirittura dal 2000, ma potrebbe rappresentare anche lo stimolo perfetto per mixare al meglio i rimasugli del ciclo dell’inizio del terzo millennio e il nuovo che avanza, ovverosia talenti freschi e già appetiti da mezza Europa. Tra un Sorensen, un Poulsen e un Rommendahl, veri e propri reperti storici delle kermesse di Euro 2000 e Giappone-Korea  2002, si avviano a trovare spazio i vari Eriksen, Kjaer, Bentdner, già capaci di sedurre le squadre più titolate e i campionati più competitivi del vecchio continente (non a caso abbiamo citato calciatori che giocano in campionati importanti come l’Eredivise olandese, la nostra Serie A e la Premier League) e vogliosi di cimentarsi in un palcoscenico ancor più importante come quello degli Europei. L’obiettivo, avversari alla mano, è quello di non sfigurare, anche se solidità e qualità della rosa, oltreché la storica indecifrabilità della squadra danese, fanno dei “vichinghi” di Olsen una squadra imprevedibile, tanto capace del tonfo più fragoroso (l’ultimo Mondiale, ad esempio) quanto dell’impresa più inverosimile (1992, do you remember?).

Jon Dahl Tomasson, 102 partite e 52 gol con la maglia della propria nazionale

GRANDI TALENTI E UNA STORICA SORPRESA: STORIA DELLA DANIMARCA, DALL’EXPLOIT DELL’OTTANTASEI FINO AL GRAN RIFIUTO EUROPEO DI MICHEAL LAUDRUP – Essere il leader della squadra più forte d’Europa, allora come oggi il Barcellona, forse dava alla testa. O forse, faceva clamorosamente perdere il senso della misura, dell’appartenenza nazionale. O, molto più semplicemente, privava di ogni barlume di preveggenza, anche se su avvenimenti inizialmente imponderabili. Micheal Laudrup, in ogni caso, decise di appendere al chiodo la maglia della Nazionale danese. “La mia Nazionale è il Barcellona!” , tuonò l’ex juventino, a seguito delle incomprensioni col nuovo ct danese MollerNielsen, giunto al soglio nel tardo 1990. Mai frase fu più infelice, mai scelta fu più sbagliata. Eppure, nulla faceva pensare all’errore madornale: la storia della Nazionale danese, dopo anni di anonimato, aveva conosciuto un piccolo picco proprio grazie a Laudrup, gemma tra le gemme della generazione più felice nel secolo di vita del calcio danese. Prima di lui, pochi lampi di luce nel buio: l’esordio internazionale è del 1908, e se si escludono gli argenti olimpici di Londra 1908 e Stoccolma 1912, ovvero calcio quasi amatoriale, c’è ben poco da salvare. Quando il calcio prende ad essere una cosa seria, i danesi rimangono parecchio tempo a guardare: non si iscrivono a tutte le edizioni dei Mondiali, Svezia 1958 (con annessa eliminazione nei turni preliminari) esclusa, fino a tutto il 1962, preferiscono concentrarsi sulle Olimpiadi e per poco non giocano un bel tiro a tutto il movimento a Londra 1948 e Roma 1960, da cui vengono fuori con un argento ed un bronzo. Ovviamente, l’Italia non resta immune al fascino della nuova frontiera, e fa piovere sulla Serie A tutto il meglio di quelle due generazioni di campioni: Præst e i due fratelli Hansen finiscono alla Juventus, Jensen e Pilmark diverranno colonne del Bologna, Ploger giocherà con Novara, Udinese e Torino, per quanto riguarda il 1948. Dodici anni dopo, giungeranno nel Belpaese giocatori importanti come il bolognese Harald Nielsen e il suo omonimo atalantino Fleming Nielsen, in una riedizione a ranghi ridotti del travaso dopo i Giochi di Londra. In ogni caso, roba di qualità ma zero fuoriclasse. La mediocrità del calcio danese sembra avere fine quando, nel 1964, la nazionale maggiore giunge addirittura alle semifinali del Campionato Europeo. Un po’ per meriti propri, un po’ il calendario di gomma (Malta, Albania e Lussemburgo per i tre turni preliminari), ed ecco la prima grande occasione, peccato che l’URSS di Jascin, nella gara di semifinale di Barcellona, arbitrata tra l’altro dal nostro Concetto Lo Bello, faccia un sol boccone (3-0) dei malcapitati figli di Copenaghen, guidati in campo dal capocannoniere della manifestazione Madsen. Il risveglio è fatuo: la squadra danese fallirà in serie tutte le successive qualificazioni mondiali ed europee, uscendo dal bozzolo solo quando, e siamo agli inizi degli anni ottanta, verrà alla luce la prima vera grande generazione dei campioni della pedata made in Danmark. Il vecchio alfiere Simonsen, Pallone d’Oro 1977, guida alla grande gente del calibro di Micheal Laudrup, Morten Olsen (attuale selezionatore danese), Soren Lerby, Perben LarsenElkjaer e Klaus Berggren, riuscendo a cogliere, vent’anni dopo Spagna 64, un’incredibile qualificazione europea a scapito della favoritissima Inghilterra. La fase finale, in programma in Francia, vede i danesi sugli scudi: il primo turno viene facilmente superato, dopo la sconfitta all’esordio con la Francia e due belle vittorie contro Jugoslavia e Belgio. La semifinale contro la Spagna scivola via sull’uno a uno fino al termine dei supplementari, e solo un inopinato errore dal dischetto di Elkjaer toglierà ai ragazzi del Ct Piontek una storica finale contro i padroni di casa. La squadra desta sensazione in ogni zona d’Europa, candidandosi con autorità a nuova potenza emergente del panorama calcistico. La conferma a metà della dimensione di vertice assunta dai danesi arriverà da Mexico 86, prima storica partecipazione mondiale dei vichinghi. Sei punti su sei nel girone eliminatorio, con tanto di vittoria di prestigio contro la Germania, e fase ad eliminazione da affrontare con serenità. Sul più bello, però, il meccanismo di Piontek si inceppa, con un eloquente 15 buscato dalla Spagna, bestia nera assoluta dei danesi, nei successivi ottavi di finale. L’eliminazione dal Mondiale messicano taglia le gambe alla generazione di fenomeni in maglia rossa, incapaci di superare il primo turno ad Euro 1988 quanto di centrare la qualificazione alle successive edizioni di Mondiali (Italia 90) ed Europei (Svezia  92). Più o meno in mezzo al guado, le sopraccitate parole di Laudrup, diventato calciatore di fama mondiale dopo la milizia con Lazio, Juventus e quindi Barcellona. Eppure, quasi fin da subito, sulla parentesi delle qualificazioni a Svezia 92, aleggia un’ombra sinistra. La Jugoslavia che elimina i danesi è una nazionale fantasma, rappresentante di una nazione in guerra e in fase di disgregazione. L’embargo lanciato dal mondo occidentale colpisce anche le attività sportive di Belgrado e dintorni, richiamando la Danimarca dalle vacanze e destinandole, come d’incanto, il posto perso solo per un punto nel girone di qualificazione. Laudrup non fa marcia indietro, e la Danimarca, da buon ultima, si presenta con ruolo di outsider ed ambizioni limitate alla kermesse organizzata dai cugini svedesi. L’inizio è lento (pareggio con l’Inghilterra e sconfitta con la Svezia), ma la vittoria con la Francia, colta a soli dodici minuti dal novantesimo grazie ad Elstrup, vale l’incredibile accesso alle semifinali. La Danimarca affronterà l’Olanda, campione in carica e favorita d’obbligo della vigilia, forte di gente come Rijkaard, Gullit, Van Basten e Bergkamp. Davide contro Golia, edizione 2.0: i danesi vanno in vantaggio per due volte, per due volte si fanno raggiungere e fanno, infine, festa ai calci di rigore, dopo l’errore arancione proprio di Marco Van Basten. La finale con la Germania sembra una pratica facile facile dagli uomini di Vogts, che invece cedono di schianto al gol di Jensen, trovano le parate di uno Schmeichel formato mondiale e affondano infine al gol del danese Vilfort. La vittoria finale, incredibile ed inverosimile, ha la faccia felice di Brian Laudrup, fratellino minore con doti di preveggenza che sfuggono al gene di famiglia, del goleador Vilfort, ovvero un Europeo di spola tra Svezia e Danimarca per assistere la piccola di casa gravemente ammalata, del fenomenale portiere Schmeichel, dei comprimari Larsen (doppietta in semifinale), Nielsen e Jensen. Ma più di tutti, del ct MollerNielsen, capace di passare dalla Coppa del Mondo di calcio a cinque (ha allenato la rappresentativa danese di calcetto nel 1989) fino al più incredibile trionfo europeo della storia. Laudrup, a questo punto, sarà assalito da terribili sensi di rimorso e rimpianto, che lo porteranno al ritorno in Nazionale in tempo per coronare, nel 1995, lo strepitoso ciclo delle Dinamiti Danesi, capaci di alzare al cielo anche la Coppa Re Fahd, genitrice diretta dell’odierna Confederations Cup. La mancata qualificazione a USA 94 e la sfortunata parentesi di Euro 96 (eliminazione al primo turno) fanno da antipasto all’ultima grande recita danese, i quarti di finale raggiunti a France 98 e persi, dopo una gara meravigliosa, contro il Brasile di Ronaldo. Il 3-2 finale in favore dei Carioca sancirà il definitivo addio di Laudrup alla Nazionale ed al calcio giocato, rappresentando lo strappo forte della Nazionale danese dal cordone ombelicale di Euro 92. Gli anni successivi, con Olsen in panchina, saranno di mediocre restaurazione, con la punta degli ottavi mondiali e i quarti europei raggiunti nel 2002 e nel 2004, prima di quattro anni di oblio e del ritorno, senza infamia e senza lode, vissuto negli ultimi quattro anni, con la qualificazione e l’eliminazione al primo turno dall’Europeo di quattro anni orsono e dall’ultimo Mondiale sudafricano.

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UNA SQUADRA COLLAUDATA MA NON PIU’ TROPPO GIOVANE: GLI ATTUALI UOMINI DI OLSEN – Nonostante il ritiro del cannoniere principe Jon Dahl Tomasson dopo i mondiali del Sudafrica, la nazionale danese non è rimasta orfana di campioni di livello internazionale che possono fare la differenza. Assodato questo, è anche vero che, rispetto a molte altre avversarie, la Danimarca ha un’età media abbastanza al di sopra della media. In porta, ad esempio, la coppia Sorensen-Christiansen mette insieme settanta anni in due, anche se al di là di questo i due estremi difensori sono una garanzia. Il primo difende i pali dai mondiali di Corea del 2002 mentre il secondo, pur avendo disputato soltanto una dozzina di gare con la maglia della Nazionale ha maturato (soprattutto nel suo Paese) un’esperienza calcistica tale da poter rivestire il ruolo di riserva di lusso. In difesa le garanzie sono Daniel Agger (105 partite con la maglia del Liverpool) e Lars Jacobsen, ora al Copenaghen dopo una vita calcistica spesa fra Bundesliga e Premier League. Alle loro spalle c’è Simon Kjaer: il biondo centrale della Roma è reduce da una stagione di luci e ombre ma il commissario tecnico Morten Olsen conta su di lui per rafforzare il reparto arretrato. A metacampo l’uomo in più è sicuramente l’ex mediano della Juventus Christian Poulsen. Il capitano della Danimarca, dall’alto della sua esperienza dovrà prendere per mano la squadra e dettare i ritmi di gioco. Il biondo centrocampista è circondato da molti gregari (Silberbauer, Kvist e Enevoldsen) e da qualche giocatore interessante per prospettiva futura (su tutti Christian Eriksen, gioiellino dell’Ajax già tenuto sotto controllo da diversi club europei). In attacco, negli ultimi periodi, ha inciso moltissimo l’assenza di Tomasson: l’ex attaccante del Milan ha segnato ben 52 gol con la maglia della propria Nazione e, fino ad ora, nessuno è ancora riuscito ad avvicinarsi anche minimamente al suo record. Il vecchio lupo Dennis Rommehdal ha segnato fin qui diciannove reti (in 109 incontri!) mentre Nicklas Bentdner del Sunderland ha gonfiato la rete dodici volte in trentotto incontri. Ed è proprio quest’ultimo il giocatore su cui i danesi puntano forte: proprio Bentdner, se dovesse esplodere definitivamente, potrebbe permettere alla Danimarca di togliersi parecchie soddisfazioni.
PUNTO DEBOLE: La mancanza di un centravanti puro che segni con regolarità. A centrocampo Poulsen appare troppo solo per poter sostenere un intero reparto.
PUNTO FORTE: Un gruppo collaudato che ha già disputato diverse competizioni internazionali con lo stesso assetto tattico.

A cura di Nicolò Bonazzi e Alfonso Fasano

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