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Gli aiutanti di Peter Pan

Gli aiutanti di Peter Pan
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Storia dei fenomeni(ni) del calcio

Cassano, l'eterno Peter Pan

Cassano, l’eterno Peter Pan

 MILANO, 12 APRILE – Li chiamano aiutanti di Peter Pan. E ne hanno ben donde. Fenomeni(ini) che rimangono scottati, a volte bruciati come una cicca di sigaretta. Come direbbe Agatha Christie: «Sipario», giusto per chiudere alla grande. Il mondo del calcio è crudele, cruento, un mondo in cui, spesso e volentieri, i campetti di periferia diventano stadi da Champions, ma risultano ingannevoli. E così, dei fenomeni nei vicoletti, riscontriamo giocatori buoni nelle giovanili e poi, purtroppo, mediocri quando si tratta di effettuare il grande salto.

Qualcuno li apostrofa come “eterne promesse”, altri li chiamano “incompiuti” e c’è chi ha pronto per loro un girone dell’inferno. Scommettitori da bar, agenti calcistici con atteggiamenti kafkiani, allenatori che su di loro hanno investito tutto, ma proprio tutto, presidenti che hanno deciso di dire la loro dal punto di vista economico, magari elargendo stipendi di grande levatura. Perché la differenza, ai distratti, può apparir sottile, ma in realtà non lo è. Il Campione decide la gara con un gesto, una parola, un tocco, un tiro, fosse pure sporco, di rapina. Il Peter Pan ama giocare la gara, magari corre e riesce, ma poi arriva qualcosa che lo ferma. Solita storia, domatore di un’onda anomala, possessore di un talento limitato e di una mentalità troppo poco forte per imporsi. Perché fa male, sappiatelo, e non poco.

PAOLO BALDIERI – Siamo nel 1985 e quando si parla di talentini da tener d’occhio, l’attenzione cade inevitabilmente sulla selezione U21 italiana. L’allenatore è quell’Azeglio Vicini che ai mondiali tricolori ci guiderà fino in semifinale. Vicini è coriaceo e preparato, ma ha una freccia in più al suo arco: un attacco devastante, giovane, imprevedibile. Gli interpreti si chiamano Roberto Mancini, che incanta con fantasia ed estro, Gianluca Vialli, centravanti con stile inimitabile, e un giovanotto di belle speranze che, agli occhi dei talent scout appare come la punta di diamante del calcio italiano. Il suo nome è Paolo Baldieri. Lo conoscete? State scuotendo la testa? Appunto.

Baldieri fa sfraceli con gli azzurrini, arrivando a segnare ben 9 volte in 14 apparizioni, ma poi, quando tutti si aspettano la zampata del talento, la trasformazione definitiva, la metamorfosi … ecco che Paolo si tramuta in un giocatore normale.

«Ci ricorda Bruno Conti» rincara la Roma, che cerca di auto convincersi di non aver sbagliato l’acquisto. In Serie A ci arriva, per carità, e gioca con la maglia del Pisa, dell’Empoli, della Roma – per l’appunto –  e del Lecce, ma le statistiche sono tutt’altro che da campione. Alla fine di una carriera al di sotto delle aspettative, saranno 112 i gettoni di presenza, conditi da soltanto 18 reti. Pochine, per chi era giudicato superiore a Mancini e Vialli, imbarazzanti, se si (s)parla di un attaccante centrale boa.

UBALDO RIGHETTI – Storia non troppo differente quella di Ubaldo Righetti. Il palcoscenico è sempre Roma, ma che Roma. La squadra è quella di Falcao e Di Bartolomei, che fronteggiava con le altre grandi nella Coppa dei Campioni. Il fisico del giocatore non passa certo inosservato e se a questo si somma una tecnica discreta ed una personalità all’apparenza calma e costante, si avrà il quadro della situazione. L’ascesa di Righetti è così prepotente che viene catapultato nella Nazionale Italiana neo campione del mondo. Gioca con dei signori che all’appello rispondo al nome di Gaetano Scirea, Beppe Bergomi e Antonio Cabrini. «Righetti erede dei tre» tuona la stampa. Già, la stampa. Tuona e rovina. Arrivano gare in cui Righetti fatica a trovare la giusta condizione e la giusta mentalità. Il suo rendimento cala, a Roma non credono più in lui e la Nazionale neanche a parlarne. Girovaga tra Udine, Pescara e Lecce prima del definitivo ritiro nel 1994. Mistero che farebbe impallidire pure Holmes.

ROBERTO BARONIO – La macchina del tempo, giusto per essere più recente, ci porta a circa una quindicina di anni fa, quando un ragazzotto dalla bionda capigliatura che gli osservatori paragonano nientemeno che a Bernd Schuster, guida con forza e personalità il centrocampo di U21 italiana, che vede tra i suoi protagonisti quell’Andrea Pirlo che poi diventerà campione del mondo. Il giovane in questione è Roberto Baronio, uno che, a quanto dicono, con i piedi ci sa fare. Il ragazzo abbina un fisico discreto ad un’eccezionale visione di gioco e ad una tecnica individuale parecchio sopra la media. Il nome di Baronio è così popolare che oscura quello dei suoi compagni di reparto. Esordisce in serie A a 17 anni con la maglia del Brescia. I miliardi di Cragnotti lo chiamano a Roma, sponda biancoceleste. La squadra laziale lo manda in prestito alla Reggina, dove disputa un campionato più che buono giocando al fianco del solito Pirlo. Dopo il riscatto qualcosa si incrina. Baronio viene di nuovo mandato in prestito, stavolta a Firenze. Poi Perugia e Chievo, quindi il ritorno alla Lazio, dove però non stupisce. Ancora Udinese, poi Brescia e ancora Lazio. Nel frattempo Pirlo è eretto a talento di levatura mondiale e lui fatica a trovare costanza.  La Nazionale è quasi utopistica. Stabilmente presente nelle selezioni under, esordisce in Nazionale nel 2005 e disputa una sola presenza su tre convocazioni. Della serie: regalo, anzi, pacco, con sorpresa.

ANTONIO CASSANO -Il 18 Dicembre 1999, il Bari affronta L’Inter in casa. La situazione per i pugliesi è difficile e a causa di vari infortuni, si decide di puntare su due ragazzini del settore giovanile. Il primo è un attaccante nigeriano, Enynnaya. Meglio non parlarne.

Il secondo è un ragazzo italiano: Antonio Cassano. Il talento c’è e si vede e i giornalisti ne pompano il nome in una maniera tale che tutti si aspettano che Cassano faccia la storia del calcio italiano. In effetti Antonio di strada ne fa. Da Bari finisce a Roma(ancora …), dove in quattro stagioni si mostra un calciatore eclettico, di grande talento, ma possessore di un carattere difficile, che gli vale squalifiche, lavate di testa da parte di Francesco Totti e litigi continui con allenatori e dirigenti. C’è la chiamata in Nazionale, la convocazione all’Europeo del 2004 e qualche piccola rete che vale come soddisfazione personale. Intanto alla porta dei giallorossi bussa il Real Madrid. Detto, fatto. Antonio parte per la Spagna, ma la sua avventura, come da lui stesso raccontato nella sua autobiografia, sarà negativa. In due stagioni gioca 31 volte e segna 5 gol. Qualcuno inizia a domandarsi che fine abbia fatto il talento veloce e imprevedibile che aveva stregato l’Italia, ma è evidente che Cassano non è più quello di una volta. Continua ad avere atteggiamenti che lasciano perplessi, quasi bellici nei confronti di compagni e allenatore, a condurre una vita sregolata e a non rispettare le regole. A Madrid se ne accorgono e lo spediscono di nuovo in Italia, stavolta a Genova, sponda Sampdoria, dove FantAntonio riesce a dire la sua in più di un’occasione. Finalmente si vede il vecchio talentino, tanto che con i blucerchiati totalizza 86 presenze e mette a segno 36 reti, condendo il tutto con dei pregevoli assist che il ragazzo di Bari vecchia fornisce al suo compagno di reparto, Giampaolo Pazzini.

Ma Cassano ne combina un’altra delle sue ed in una discussione con Garrone dice qualche parola di troppo. Il patron non ci pensa due volte a spedirlo al Milan, dove in una stagione(condizionata però da alcuni problemi cardiaci), totalizza 27 presenze segnando solo 5 reti e fornendo 11 assist. Quest’anno è all’Inter, dove sta disputando una stagione discreta. La Nazionale, dopo la mancata esclusione dei mondiali 2006 e 2010 e la presenze negli Europei 2012, diventa un miraggio. Prandelli lo tiene fuori per «divergenze artistiche e professionali» e intanto El Sharaawy prende il suo posto. Quale “Cassanata” avrà combinato stavolta? Gli addetti ai lavori sostengono che Antonio abbia avuto degli scontri verbali molto duri con vari giocatori della formazione italiana e che questo abbia portato ad una sorta di ammutinamento del gruppo nei suoi confronti. Ennesima bambinata di un ranocchio mai divenuto principe. A complicare le cose, nei confronti di alcuni colleghi juventini, le sue dichiarazioni decisamente poco velleitarie. «Io alla Juve? Avrei potuto andarci, ma lì sono tutti soldatini». Ah, Cassano, che cosa ci combini? Intanto i soldatini hanno vinto, vincono e vinceranno e no, non stiamo ripassando i verbi, ma solo la storia recente. Tutto per non voler timbrare il cartellino al mattino, tutto buttato all’aria per qualche cornetto alla crema e per qualche bionda mozzafiato. E ci si deve mordere le mani, perché dalle premesse c’eravamo quasi illusi che un fenomeno dipingesse l’Italia di onori. E invece no. Per dirla alla Elio e le Storie Tese – “Scapestrati Forever”.

TOMAS LOCATELLI -«Ve lo dico io, questo è il nuovo Baggio, la nostra risposta a Del Piero, l’anti Totti». 

Avrà detto questo Adriano Galliani quando, nel 1995, si ritrovò tra le mani il cartellino di Tomas Locatelli, estroso centrocampista bergamasco. Locatelli, un centrocampista centrale con licenza di offendere, e da utilizzarsi anche come trequartista, ha un talento che agli occhi dei più risulta speciale. Ottima visione di gioco, fisico minuto ma agile e caratteristiche tecniche che certamente non sono comuni. Osservatori dixit. Mano sul cuore e poi al portafogli, quando il Milan lo acquista dall’Atalanta e giovanissimo, a soli 19 anni, lo lancia nella mischia. In due anni fa 10 partite, ma non incide praticamente mai. «Ha solo bisogno di continuità» tuonano da Milano, ma poi alla prima occasione buona lo vendono all’Udinese, che in 93 presenze otterrà qualcosa come 8 reti, decisamente poche se si conta che intanto Del Piero diventa il primo al mondo, Totti un talento cristallino e Baggio continua a regalare perle. Il Bologna gli fa mettere le radici e cerca di smuoverlo, ma in 111 presenze il ragazzo totalizza appena 17 reti e alterna prestazioni appena discrete ad altre totalmente sballate. Il giocatore non è un bidone, sia chiaro, ma è un terrestre e sì, Galliani aveva toppato. Sta tre anni a Siena, poi SPAL e Atletico Arezzo prima del ritiro a 36 anni. Niente gloria nemmeno in Nazionale: 2 presenze nella Maggiore, 10 condite da 1 rete nelle selezioni giovanili.

TOMMASO ROCCHI – Chi poteva fare di più, solo a guardarne i numeri, è sicuramente Tommaso Rocchi. Veneziano DOC, a 16 anni rifiuta un contratto di Zamparini, allora presidente dei verdi, che voleva a tutti i costi aggregarlo alla prima squadra fin da giovanissimo. Il motivo del rifiuto si chiama Juventus. Rocchi arriva nelle selezioni giovanili bianconere e stupisce tutti per senso di posizione e del gol. Nel 93/94 vince il campionato Primavera e lui ed un certo Alessandro Del Piero sembrano destinati ad essere la coppia d’oro della Juventus che verrà. Ma qualcosa si incrina. I dirigenti bianconeri assistono ad un lieve declino delle prestazioni. E pensare che nelle selezioni giovanili aveva fatto così bene! Prima di arrivare in prima squadra, in tutte le formazioni giovanili in cui gioca, Rocchi raggiunge la mirabolante quota di 270 gol segnati. Tanti, se si parla di un giocatore formato, tantissimi se invece parliamo di un ragazzotto di belle speranze. Naviga barcollante nella provincia(Pro Patria, Fermana, Saronno, Como, Treviso), prima di trovare una certa stabilità con l’Empoli, dove però, in 104 presenze, segna appena 28 reti, non proprio un rendimento consono alle aspettative. Su di lui investe la Lazio, che racimola quello che è il miglior Rocchi che si sia mai visto su un campo da calcio professionistico. Tommaso trova la sua dimensione e in 244 presenze segna 82 reti. Anche l’azzurro è decisamente negativo. Racimola tre presenze non riuscendo mai a vedere la porta, ma … indovinate un po’? Nelle selezioni giovanili si era candidato a bomber assoluto. Nella U17 vanta 7 presenze e 4 gol, nell’U18 8 presenze e 3 reti e nell’U21, nell’unica presenza, aveva anche segnato un gol più che discreto. Marchia anche la selezione Olimpica, alle olimpiadi di Pechino del 2008, dove in 2 presenze vede la porta una volta. A 35 anni è all’Inter, dove fatica a trovare continuità, a causa della concorrenza in avanti. La carriera di Rocchi si può definire certamente discreta, ma nettamente al di sotto delle aspettative che gli erano state predette.

MASSIMO MACCARONE – Se si parla di meteore ed incompiuti, il discorso non può non cadere su Big Mac, all’anagrafe Massimo Maccarone, attaccante trentatreenne attualmente in forza all’Empoli. Nel ’93, quando viene acquistato dal Milan, il referto degli osservatori recita: «Massimo Maccarone è un attaccante classe ’77. Gioca nel ruolo di punta centrale, ma le precedenti esperienze tattiche lo collocavano esterno di un centrocampo a quattro. Il ragazzo ha una buona mentalità tattica, una notevole freddezza sotto porta ed un ottimo tiro dalla distanza».

Il referto convince il Milan a dargli una possibilità e con i rossoneri fa tutta la trafila delle giovanili, fino al ’98. Da quel momento in poi la carriera di Massimo è costellata da prestiti continui che ne minano la continuità e la stabilità. Sta pochi mesi al Modena, poi passa al Prato, dunque va a Varese, ma ritorna di nuovo a Prato, dove nel 99/00 emerge e in 28 presenze segna 20 reti. Niente male, dunque.  Il Milan non lo aspetta e lo cede all’Empoli, dove in due stagioni riesce ad avere una media gol discreta(68 presenze e 26 reti). Il mercato estivo del 2002 lo vede come prezzo pregiato. L’Empoli ha molte offerte, ma a spuntarla sono gli inglesi del Middlesbrough, squadra dignitosa della Premier Leauge inglese, che se lo porta nel paese del “God save the Queen” per ben 13 milioni di euro. Steve McLaren, allora allenatore dei Boro, nella conferenza di presentazione ci va giù pesante: «Abbiamo acquistato Maccarone, che è l’attaccante che più somiglia a Del Piero. Ci farà crescere. Poco importa che sia stato l’acquisto più costoso nella storia di questo club. Abbiamo fiducia in Massimo e siamo sicuri ci ripagherà». Non l’avesse mai detto.

Qualcosa va storto e per Maccarone inizia un declino professionale incredibile, considerato quanto fatto vedere nei campi di mezz’Italia. Inizia bene, con 3 reti in 5 partite, ma poi pian piano si affievolisce, divenendo un attaccante innocuo. In 34 presenze racimola 9 reti e ha varie divergenze con la società e con l’allenatore, tanto da farlo impuntare di voler far ritorno in Italia. Il Parma, a pochi minuti dalla fine del calciomercato del 2004, lo porta in Emilia, ma Big Mac nelle 7 presenze con i gialloblù non segna praticamente mai. Va a Siena, dove però è ben lontano dagli standard a cui aveva abituato il suo pubblico. Ritorna in Inghilterra, ma in 24 presenze segna 3 reti e in due anni finisce lo scempio iniziato nel 2002. Trova un equilibrio ancora a Siena, dove in tre stagioni, dal 2007 al 2010, segna 40 reti in 113 presenze. Poi Palermo, Sampdoria, quindi il ritorno ad Empoli, via prestito. La Samp lo richiama per avere un attaccante d’esperienza, ma poi si accorge che Macco, altro suo soprannome made in UK, non è più lo stesso di anni prima e quindi lo manda ancora all’Empoli, in Serie B.

Nella sua carriera Maccarone ha segnato e ha visto la porta più di una volta. Ma non quanto gli osservatori pronosticavano. Da Massimo ci si aspettava qualcosa in più, si attendeva un grande campione, che in realtà non è mai arrivato.

PETER PAN COLPISCE ANCHE IN EUROPA – Ma i casi non sono solo italiani. Anche all’estero hanno avuto i loro grattacapi, anche se molti di questi sono capitati proprio nella nostra Serie A. Il primo nome che viene in mente è quello di Mr. Trivela, Ricardo Quaresma. Passa le giovanili nella florida cantèra dello Sporting Lisbona, dove a molti ricorda il connazionale, ben più talentuoso, Cristiano Ronaldo. Sta altri due anni in Portogallo, quando, nel 2003, arriva la grande chiamata dalla Spagna: Il Barcellona lo vuole per il suo nuovo corso giovanile. Arrivato in Catalogna comincia a deludere, racimolando appena 1 gol in 22 presenze, poche se si considera che il suo ruolo è quello di centrocampista offensivo. Il Barca non ci sta e lo rispedisce al Portogallo, dove però stavolta indossa la casacca degli eterni rivali del Porto. Con i Dragones disputa quattro stagioni dove, pur non avendo una media realizzativa eccezionale(saranno solo 24 le reti in 115 presenze …), fa vedere a sprazzi quel talento che aveva convinto la Spagna a chiamarlo. Nel 2008 Josè Mourinho lo porta all’Inter per una cifra superiore a  20 milioni di euro e lo paragona ancora a Cristiano Ronaldo. La maledizione ronaldiana lo colpisce ancora, tanto che disputa solo 13 gare e segna solo un gol, facendosi ricordare più per le amnesie tattiche e tecniche, che per giocate degne della sua fama. Dunque c’è il prestito al Chelsea di Abrahmovich (per la cronaca, 4 presenze, 0 reti …)  e il ritorno all’Inter, dove ci scommettono ancora e insistono dandogli ancora 11 chances per riscattarsi. Il declino di Mr. Trivela è evidente, i nerazzurri finalmente se ne accorgono e lo regalano in Turchia, al Besiktas, dove in due stagioni fa vedere qualcosa di positivo. Da quest’anno è all’Al Ahli, squadra di Dubai e ai gol importanti, preferisce gli assegni sonanti. Rima docet.

Un calciatore che non ha reso quanto l’ambiente calcistico sperava per lui, ma che al contempo è riuscito a rimpolpare il suo palmarès di competizioni importanti, è Ivan De La Pena, centrocampista spagnolo che adesso ha appeso gli scarpini al chiodo. Cresce nella cantèra del Barcellona e Crujff, che per lui all’apparenza stravede, lo lancia in prima squadra a soli 19 anni, nel 1995. Gioca gli anni successivi sempre in Catalogna, al fianco di campioni come Figo e Ronaldo e avendo un allenatore come Robson, che finalmente crede in lui e gli fa acquistare continuità. Col Barca vince un campionato spagnolo, due coppe nazionali, una supercoppa di Spagna e una coppa delle coppe, ma si limita a fare il compitino. In Spagna si accorgono che possono fare benissimo a meno di lui e lo cedono alla Lazio per 30 miliardi di lire, una somma non indifferente. A 22 anni è praticamente un gioiellino del calcio spagnolo e in Italia fa vedere buon dribbling, buona tecnica individuale e discreto senso tattico. Dov’è la fregatura? L’estrema lentezza con cui svolge il suo ruolo, che lo relegano a bidone del calcio italiano e che ne autorizzano la cessione, al Marsiglia, seppur in prestito, appena un anno dopo essere arrivato a Roma. In Francia non brilla, ma da Roma ci credono ancora e quindi lo fanno ritornare al Barcellona, dove però disputa partite anonime. I biancocelesti si stancano e lo cedono all’Espanyol, altra squadra della Catalogna, dove sta dal 2002 al 2011, anno del suo ritiro, segnando appena 8 reti in 156 presenze, ma trovando finalmente il suo mondo.

Altra meteora spagnola è Gaizka Mendieta, uno che aveva dimostrato di saperci fare davvero, con i piedi. Nato centrocampista centrale, le doti che gli venivano maggiormente apprezzate erano  la visione di gioco e l’estrema duttilità, che gli consentiva di ricoprire qualsiasi posizione all’interno di un qualsiasi schema di centrocampo. Inizia al Castellòn, poi nove anni al Valencia, dove è trattato come un fenomeno in attesa di esplodere definitivamente. La Lazio lo acquista per qualcosa come 94(!) miliardi di lire e lo porta in Italia offrendogli un contratto di 8 miliardi netti a stagione. Il Valencia fa firmare alla Lazio perfino una clausola dove il calciatore, in caso di cessione, non sarebbe potuto approdare ai rivali del Real Madrid.  Riuscirà Mendieta ad imporsi in quello che è considerato il campionato più difficile del mondo? La risposta è imbarazzante, tanto da fargli racimolare 20 presenze, condite da 0 gol. E sayonara al Mendieta ammirato in Spagna. Pensare che il calciatore aveva detto la sua pure nella Nazionale Spagnola, dove in 69 presenze aveva segnato ben 18 reti, tante, se si considera che il suo ruolo originario era quello di centrale di un centrocampo a tre.  La Lazio lo dà in prestito al Barcellona, dove però delude di nuovo; quindi Middlesbrough dal 2003 al 2008, prima del ritiro definitivo.

Insomma, tra giocate fenomenali, trivele mirabolanti e visioni di gioco alla Pirlo, nel corso della storia recente del calcio abbiamo assistito a vere e proprie delusioni, che hanno minato la credibilità dei direttori sportivi e dei presidenti di varie società di calcio. Sembra quasi una maledizione per alcuni, chiamarla alla spagnola verrebbe da dire la maldiciòn de la pelota, all’ìnglese – the curse of the ball. E se nei campi di mezzo mondo si aspettano i Giovinco, i Walcott, i Marrone, gli Immobile, i Bojan, i Tello, gli Alvarez e i Kovacic, negli uffici di mezzo mondo, quelli dove gol è sinonimo di cash, ci si augura che la traiettoria ingannatrice della maledizione non colpisca anche i propri talentini. Perché alla fine, per colpa di Peter Pan, di soldi ne son stati spesi pure troppi.

Matteo Iacobucci 

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